Lauzi il «rimbalzante», visto da Berselli

«E’ vero, sono polemico, dispettoso, un terribile bastian contrario»: l’ unico modo per un artista «invendibile» di sfuggire alle convenzioni, al conformismo, «all’omologazione». Lui, impossibile da prendere sul serio perché non si prendeva sul serio, per decenni destinato a non superare mai le diecimila copie di un disco. Si chiamava Bruno Lauzi, è morto da pochi giorni a 69 anni, è stato un sereno e consapevole testimonial della lotta contro il morbo di Parkinson: la sua «autobiografia in controcanto», che esce adesso, con una presentazione di Francesco De Nicola, da un piccolo e meritevole editore di Sestri Levante, Gammarò, si intitola Tanto domani mi sveglio, ed è un’ operina di raro e incantevole spirito. Tipo curioso, Lauzi, uno che comincia la storia della sua vita scrivendo che non parlerà di donne, vicende familiari e amori, perché secondo il testamento di Cesare Pavese, «non si faranno pettegolezzi». E che dichiara fin dall’esordio che «la vita mi ha insegnato a dubitare dei miei dubbi». Dotato tuttavia di una inclinazione al particolare, all’aneddoto, e anche a individuare ciò che è sgradevole, quel grumo di dolore e di vergogna che si accompagna alle amicizie e alle consuetudini, sicché il controcanto, l’ accompagnamento sullo sfondo delle voci altrui, risulta alla fine personale e tagliente, in grado di disegnare sfumature sottaciute. Figlio di Laura Nahum, che si sposò con un cattolico italiano, a Tripoli nel 1932, e confessò al piccolo Lauzi il suo segreto: «Io sono un’ebrea». Il padre, liberale puro, sobrietà e rigore, tolleranza e convinzione: tale da lasciargli un imprinting indelebile di liberalismo. Quando nel 1956 se ne vanno a Varese, i Lauzi, il giovane Bruno si mette a lavorare a un giornale, L’Altolombardo, che è una fucina di liberalismo, con Piero Chiara segretario dei liberali adulti e il Lauzi junior presidente dei giovani. Ed è memorabile l’ immagine dello scrittore di Luino, «cappelluccio alla Macario e bastone di Malacca col pomo d’ argento», occhialini e bocca culo di gallina, nel clima da biliardi e carte del Bar Centrale. Quindici anni a Varese, una specie di interludio di cui non rimangono ricordi, anche perché «un narratore sincero non nasconde le sue amnesie» (come dice parlando di una vecchia partita della prima Sampdoria, vista con il padre). I ricordi semmai sono quelli di Genova, le amicizie, i due compagni di banco entrambi suicidi: uno era Luigi Tenco, rivale in amore di Gino Paoli per via della Sandrelli, che si vendicava diffondendo la leggenda che l’ intellettuale Tenco portasse rogna, «quello fa piovere». Vivere, si convince Lauzi, «è un mestiere da cinici». Sicché risulta anche inutile andare alla ricerca di leggende, miti, filoni culturali, la canzone d’ autore che si raduna sotto la Lanterna. Macché: «La cosiddetta “scuola genovese” dei cantautori non esiste né è mai esistita». Per lui, il diffidente, romantico, scettico, timido Lauzi, i veri maestri erano solo due, Giorgio Calabrese e Franco Reverberi. Già, e Paoli? «Un cane», stonato, ululante, con i suoi «motivetti sepolcrali» che allora infliggeva al pubblico, uno che ha imparato il mestiere dopo il successo. Umberto Bindi, il più musicista di tutti, altro che gay, un uomo addolorato e depresso nella sua condizione di «buliccio». Fabrizio De André, a cui Lauzi non perdona la retorica suicidiaria di Preghiera in gennaio, e nemmeno l’ anarchismo omertoso del Pescatore. Si salvano in pochi, nella galleria di Lauzi. Non appena sbarca a Milano, e dopo il Cab 64 entra nel giro del Derby, con Felice Andreasi e Cochi e Renato, lo spirito bohémien non gli impedisce di rilevare gli egoismi, le malizie, le furberie dei suoi compagni: Giorgio Gaber che si appropria di Ciao ti dirò, Enzo Jannacci che gioca acrobaticamente sul filo della sua psiche: perché è una costante empirica che le «varie dimenticanze» di Jannacci, che lasciano opportuni vuoti «per presunta dissociazione mentale», giochino immancabilmente a suo favore. Perché «fra il Sublime e il Ridicolo» c’ è lo spazio di un capello, e Jannacci lo ha attraversato (d’altronde, anche le divine, Mina e Ornella Vanoni, per l’occhio smagato di Lauzi sono diventate stanche imitazioni di se stesse). È un autore talentuoso e misconosciuto, Lauzi, uno che ha scritto Ritornerai nel giro di pochi minuti, mentre l’ amico che è con lui va a comprare le sigarette sotto casa, e non crederà mai che quella canzone storica, destinata a essere cantata da Vittorio Gassman nel Sorpasso, sia stata composta d’ acchito. E pronto a buttarsi via con artistica irresponsabilità, perché dopo il successo di Ritornerai va a Sanremo nel 1965 «con un valzer musette», delicato e incomprensibile per la platea festivaliera, finendo nell’oscurità. Eppure è una carrellata ricchissima di protagonisti, da Juca Chaves, quello di O naso, o naso mio, ebreo brasiliano che scherzava in chiave porno sui propri pantaloni così attillati «che si capisce non solo il sesso ma anche la religione». Georges Moustaki, lo «straniero» di una traduzione indimenticabile. Lucio Battisti, che gli avrebbe regalato Amore caro, amore bello, la canzone del primato in classifica per lui, l’ invendibile, e che si informava con lui sui classici del liberalismo (ma allora, chiede Lauzi, perché lasci dire che sei un fascista? «Alimenta la leggenda», risponde con geniale freddezza Battisti). Paolo Conte, che gli scrive addosso Onda su onda e Genova per noi, per poi dimenticarlo, forse per cinismo o egoismo, o perché le storie finiscono, proprio come le canzoni. Lauzi, il «rimbalzante», che per anni saltella di qua e di là senza tregua, conosce ogni angolo d’ Italia, riesce a dire di no a Federico Fellini che lo vorrebbe nel cast di Casanova: lui deve fare la tv e si dà malato. Scuse autolesioniste di un perdente vincente. Di un uomo che fa il Cantagiro, perché al peggio non c’ è rimedio, e la vecchietta che ha riconosciuto tutti i divi, Massimo Ranieri, «Cionni Torelli» e gli altri, si blocca perplessa al suo passaggio. Perché quello non è un cantante: «Chillo è ‘nu vecchiu». Senza sapere che, in fondo, lo sconosciuto cantante Lauzi era semplicemente uno scrittore, di canzoni e d’ altre cose.

[uscito su Repubblica, 29/10/2006, visitate la pagina di Edmondo Berselli c’è un mondo fantastico]

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