Romanzi criminali

Ci sono diversi modi di evadere dalle prigioni, quello più sicuro è la scrittura. Molti criminali scelgono questa via di fuga, riscrivendosi o inventandosi, finendo per diventare persino famosi, al punto di riuscire a rendere la fedina penale secondaria. La scrittura si nutre di crimine e il crimine alimenta scrittori. Per questo non bisogna lamentarsi di “Malerba” il libro del killer di mafia condannato all’ergastolo, Giuseppe Grassonelli, scritto col giornalista del Carmelo Sardo, che ha vinto il Premio Sciascia. Perché la pena non si estende ai libri. «Quanti dei tuoi scrittori sono stati giudicati “soggetto criminale affetto da infermità di mente”?» Chiedeva in una lettera Edward Bunker (1933-2005) al suo editore Nat Sobel. Sì, usava la sua singolare condizione di criminale per convincerlo. Bunker è stato davvero il migliore a trasformare la sua vita criminale in letteratura partendo da Hollywood e arrivando a Hollywood: padre macchinista teatrale a Los Angeles e saltuariamente per gli studi cinematografici, la madre: ballerina nei film di Busby Berkeley, lui rapinatore, spacciatore, fino a gestire un «modesto impero della droga» a coronamento di una brillante carriera da “canaglia”, vivendo “Come una bestia feroce” tra carceri e tribunali, risse e fughe, fino a “Cane mangia cane” che gli fa guadagnare la libertà provvisoria, il resto lo fanno la critica e i film, da Dustin Hoffman a Tarantino che lo chiama a recitare il Mr Blue ne “Le Iene”. Prima di lui, gli Stati Uniti avevano avuto Caryl Chessman (1921-1960), meno famoso e con una fine da thriller vittima della legge “Lindbergh”, condannato in California per rapina, sequestro e abuso sessuale, colpe ammesse nel romanzo “Cella 2455 braccio della morte”, non accettando, invece, altre accuse –  «Non sono io il bandito della Luce Rossa» – che lo porteranno a morire nella camera a gas, da innocente, e mentre moriva il magazine Argosy aveva scoperto nuove prove a favore. Ma è dall’altra parte dell’oceano, in Australia, che troviamo il criminale occidentale, capace di passare da pericoloso sadico a quello che rifiuta un trapianto di fegato in favore di una bimba: Mark Brandon (1954-2013) detto Chopper, per la somiglianza con un cartone. Cominciò la sua attività di scrittore, prima di finire in prigione, dando i nomi alle bande che fondava:  “Surrey Road” e “The Cappotto Gang”, poi arrivò “Chopper: From the insider”, che raccontava i suoi anni in prigione, e dopo numerosi polizieschi. Divenne l’uomo più pericoloso del paese, infine arrivò in tivù, prigione di lusso che regala molta più fama. Regalò il suo nome a una birra “Chopper Heavy”, incise due dischi, e prima era stato un film di culto. Molto meno personaggio l’altro australiano Gregory David Roberts (1952), ma più scrittore con il suo romanzone “Shantaram” vera e propria saga sia nella scrittura che nella stesura (il libro fu perso due volte e poi riscritto), capace di mescolare il vissuto con la mafia a Bombay e la lotta contro i russi in Afghanistan insieme a l’immaginato mondo dei personaggi che li abitano. Diverse le storie francesi di scrittori come Henri Charrière (1906-1973) – accusato di omicidio e imprigionato nella Guyana francese – e del suo “Papillon” divenuto film con Steve McQueen e Dustin Hoffman. E dell’altro criminale/bugiardo: Jean Genet (1910-1986), capace di capitalizzare la sua infelice infanzia e i suoi giri penali facendone anche un archetipo delle sue scelte sessuali: «Anche se non son sempre belli, gli uomini votati al male possiedono le virtù virili». Tutti politici, invece, gli scrittori criminali italiani, da Giulio Salierno (1935-2006) –“Autobiografia di un picchiatore fascista” – che prima di farsi scrittore e sociologo aveva ucciso un ragazzo che si era opposto al suo tentativo di rapina (era il ’53), poi si arruolò nella Legione Straniera in Africa fino a quando non fu catturato dall’Interpol due anni dopo. Ne passò 13 in carcere fino alla grazia ad opera di Saragat. Meno conosciuta è la vicenda di Giuseppe Lo Presti (1958-1995) anche se uno dei suoi libri – “Il cacciatore ricoperto di campanelli” – è stato salvato da Aldo Busi. Rapinatore ed eversore di destra – pur non avendo completato le elementari non solo collaborò dal carcere a molti giornali di quell’area ma scrisse libri in una lingua insolita capace di mostrare la sua totale disparità. Sante Notarnicola (1938) è in un mucchio di canzoni. Con la banda dell’amico Pietro Cavallero colleziona 5 omicidi e 23 rapine, poi pubblica “L’evasione impossibile”, adesso scrive poesie e fa l’oste. Infine, Cesare Battisti (1954) militante del Proletari Armati per il Comunismo, accusato di omicidio, rifugiato in Francia poi in Brasile. Scrive da prima che Bernard Henri-Lévy, gli desse la patente di scrittore, era finito nella Série Noire. «Quello che dico ce l’ho nella pancia», il resto, viene, riscrivendosi.

[uscito su Il Messaggero, settembre 2014]

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