Il corsaro nero

Bussa, entra sicuro, e si prende il suo posto, penetrando come il fumo in ogni fessura. Figlio della pallastrada, Amadou Diawara, ha annullato le distanze tra cortile e campo: portando l’allegria del primo nel secondo. La sua non è una carriera ma una scalata. Fra qualche anno diverrà l’unità di misura del successo in Guinea. Quando si vorrà indicare uno che ce l’avrà fatta e in fretta si dirà: «Lo vedi quello? È un Diawara». E non servirà altro. E la sua consapevolezza, precocemente moderna, sta tutta in due punti (uno per piede): coscienza dei propri mezzi, che lo porta a non spaventarsi dei salti o degli stadi, appunto da cortile a Champions; e normalità nell’accettare le proprie conquiste: «A me piace giocare. Quando sono in campo io mi diverto proprio. E mi rilasso»; i due punti sono riassunti da una sua frase che lo porta a smarcarsi dal tempo: «L’età non è un problema, perché penso che la qualità non abbia età. Non serve aspettare per sfruttare le qualità che si hanno». Il resto l’ha fatto, anzi l’ha detto, Maurizio Sarri, oltre a farlo giocare, dopo il secondo scampolo di tempo in Champions League (sempre contro il Besiktas): «Non so se sto ragazzo ha enorme personalità o non è consapevole di quello che sta facendo. È entrato anche in Champions come se giocasse la partitella del giovedì». Per capire lo stupore dell’allenatore del Napoli bisogna passare in rassegna quello degli altri allenatori: Delio Rossi che lo fa esordire a Bologna pescandolo dal San Marino, e Roberto Donadoni che lo promuove titolare e gli inculca la tattica quasi preparandolo al corso con Sarri. E pensare che fino al 2013 Diawara giocava all’occorrenza in Guinea, con una squadra parrocchiale di Conakry, tra campi di terra e cortili, improvvisandosi calciatore ed eroe di giornata: in pratica non conosce(va) l’ossessione europea del calcio. Niente scuole, niente educazione, niente ritiri o preparazioni, è un pirata che ha capitalizzato in tre anni – con un pizzico di fortuna – quello che non riesce di capitalizzare a moltissimi. Ma non è il solito ragazzino povero, anzi. «I miei genitori erano insegnanti quindi io vivevo nella città degli insegnanti, Bloc de professeur. Mamma, Nagnouma, non c’è più. Faceva la maestra. Mio padre Bakary, insegnava matematica, oggi ha un ruolo di direzione nella scuola». Amadou lo sente tutti i giorni, e suo padre tutti i giorni gli fa la stessa raccomandazione: “Rispetta le persone”; come tutti i giorni prega rivolto verso La Mecca (altro punto di forza). Ora va bene ma prima suo padre era contrario: non voleva che diventasse un calciatore, la prima reazione è stata violenta – uno schiaffo – però Diawara dopo qualche lacrima ha continuato a giocare, con un complice in famiglia: «Mi ha aiutato mia sorella Sira, quella più grande. Era lei a comprarmi le scarpe da calcio. E quando finivo di giocare dovevo andarmi a fare la doccia da un amico, per evitare che in famiglia se ne accorgessero». Uno spot contro tutti i genitori che forzano i figli a giocare: all’incontrè. L’azione che porta Diawara dal cortile alla Champions ha molti attori: parte da Numeku Tounkara – talent scout africano – che lo passa a Robert Visan, che dopo averlo visto giocare durante un torneo giovanile, lo lancia in Italia, con l’aiuto dell’agente FIFA Mauro Cevoli e dell’avvocato Martina Montanari, nominata tutrice del 16enne,  e arriva fino a Pantaleo Corvino, che offrì un posto in prova nella sua Academy in Salento. Segue una verticalizzazione di squadre, prese e lasciate: Virtus Cesena, San Marino, Bologna e Napoli. In mezzo molto stupore con e senza pallone ai piedi. «Umile e corretto – dice Visan, che è quello che lo conosce meglio – , non ha mai creato problemi. Non chiede mai nulla per paura di disturbare». Il resto, come è successo a Napoli, lo racconta il campo: la sua dimestichezza di ordine e ragione. Diawara che ricorda molto Marcel Desailly anche se sogna un futuro da Yaya Touré (ha scelto anche lo stesso numero di maglia dell’ivoriano: il 42): che di questi tempi, non se la passa benissimo al Manchester City ma rimane l’esempio per tutti i calciatori africani che giocano a centrocampo, l’idolo nonostante abbia un fisico diverso da Diawara e giochi un tantino più avanti, per l’attacco, invece, c’è la santa trinità del calcio africano prevede: Milla, Eto’o, Drogba. È una combinazione Diawara, di fisico e tecnica, anche se ancora acerbo nell’impostazione, è molto più bravo nel rompere il gioco avversario. Il suo atteggiamento sbrigativo col pallone lo mette in salvo dagli avversarsi, gioca rapido in due tocchi – massimo – o se ne esce tra gli avversari in ruleta: in questi due estremi c’è la sua strada, imparare a costruire, e col permesso di Sarri, scendere a frequentare di più le aree di rigore. Il tempo non gli manca, e nemmeno la classe o il carattere, e questo si capì quando col Bologna a Genova rispose agli ululati degli ultrà facendo il gorilla. È difficile che sbagli un passaggio o che scompaia dal gioco. È un meridiano, entra e tutti notano la luce e il calore, come il suo essere linea che unisce. In più: gioca con entusiasmo, e questo gli avversari prima ancora dei tifosi lo sentono. È un ragazzo disposto al sacrificio: «Devo migliorare ancora. Lavorare, lavorare e lavorare». C’è un solo problema, un’unica ombra, il comportamento tenuto prima del trasferimento dal Bologna al Napoli, la mancata presenza in ritiro e i certificati per stress, che se da una parte denuncia una voglia di crescita, una ricerca di una squadra migliore con obiettivi più alti; dall’altra racconta una irriconoscenza e una immaturità di comportamento verso compagni e società che gli hanno scritto la biografia calcistica: poteva trasferirsi senza tutte queste storie. In ballo c’erano Chelsea, Valencia e prima ancora Juventus, poi ha vinto il Napoli. Bastava usare la stessa caparbietà che mette nell’intercettare i palloni avversari, andando in pressing senza abusare del tackle.

[uscito su IL MATTINO]

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