Freddo finale

L’auto ferma, in mezzo alla strada, impedisce il transito. Intorno è terra, monti spogli in lontananza, calore e sputi, sassi. Dietro, altre macchine, soldati in attesa. Una catena. Davanti, un gruppo di uomini che manifesta contro quel blocco. Contro quella chiusura. Assurda. Ma presente. I soldati si armano. Prendono i fucili. Gli uomini non si fermano. Muti avanzano. Per le proteste basta la loro presenza in quel luogo. Difeso. Che non dovrebbe essere violato. Ma ora ci sono e accorciano le distanze. L’ufficiale intima di fermarsi. Tornare indietro. Non opporsi agli ordini. Le sue parole distorte dal megafono si perdono nella valle sottostante. Un fosso privo di vita. Gli uomini continuano la loro marcia. Avvicinano l’auto che sbarra la strada. I soldati minacciosi ringhiano. In attesa degli ordini per aggredire. L’ufficiale – tre auto dietro –  guarda preoccupato a quel drappello apparentemente disarmato. Quasi con curiosità, ammirazione. Ma non può concedersi cedimenti. Ordina di sparare dei lacrimogeni. Avverte: il passo successivo saranno i proiettili. Piombo e violenza. Gli uomini raccolgono i lacrimogeni rispedendoli sui soldati. Avanzando di corsa. Uno di loro riesce ad anticipare i movimenti dei primi militari, gli arriva addosso e ne travolge due. A terra li colpisce. È abile. Veloce. Continua a colpirli mentre accorrono gli altri. Distanti. Il resto dei contestatori ai primi spari ripiega. Rimane quell’unico uomo. In piedi, circondato e manganellato dagli altri che gli stanno intorno. Sembra incurante dei colpi. Sordo al dolore. Ha afferrato un soldato. Uno solo. Lo tiene forte – sa solo lui come – e lo colpisce in volto. Pugni su pugni. Precisi. Feroci. Ha la compostezza di un pugile. La scena è eterna. Uguale. In serie. I soldati non riescono a fermarlo, a interrompere quella fitta serie di colpi scaricati sull’unica sua preda. Le parti invertite. I compiti stravolti. L’uomo sembra vincere su tutti, colpendone uno solo. Di continuo. Senza tregua. Senza fine. Dal gruppo dei contestatori si è staccata una donna. Mora, bellissima, la sua corsa sembra disegnare un’orbita. Urla qualcosa all’uomo che si perde nel paesaggio. La distanza appare incolmabile. Tutto fin quando l’ufficiale non accosta la canna della sua pistola alla tempia del ribelle.

 

 

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