Rapsodia in blu

Scendeva a capofitto nel blu: non per toccare il fondo, ma per conoscere se stesso. Una vita in verticale capovolta, quella di Enzo Maiorca, che ha inseguito i cento metri, non in lungo, in basso. Smettendo di respirare per tornare indietro. Usava il mare per capire la terra e la vita. Scavava sotto la sua pelle ossessionato da un istinto romantico, una curiosità da Ulisse, ma Itaca era giù, sotto al mare: dispersa. Bisognava immergersi, lasciarsi inghiottire e cercare. Ricomporre i pezzi e portarli a galla, ogni discesa un tassello, ogni risalita un passo verso il ritorno. A volte andava bene, a volte no, a volte si risaliva senza fiato né conoscenza, altre imperiosamente, come un attore che esce a prendersi gli applausi e regala il racconto della fatica. Maiorca era un uomo schivo, abituato più al silenzio che al clamore, che si era immaginato la vita adattandola con canne, scogli e sogni epici, fra lotte con gli squali e le onde, su una terrazza di fronte al mare, da bambino. Abitava a Grottasanta, Siracusa, dove era nato nel 1931: «Nella mia cameretta entrava di prepotenza con il suo profumo salmastro portato dal vento di grecale. E io pensavo: se il mare mi affascina così vedendone solo l’aspetto superficiale, chissà cosa ci sarà sotto». E allora è andato a vedere. Prima guerriero poi esploratore, nel senso greco. Una lenta costruzione che passava per la sconfitta delle proprie paure, per l’adattamento con mastice, filo di ferro e buona volontà di una maschera antigas – saltata fuori dalla seconda guerra mondiale – che lo porta alla scoperta dell’acqua, che per lui era tutto: amore, passione, avventura e soprattutto casa. Una casa da scoprire ogni volta. Con il desiderio di stare a mollo, di inzupparsi e scendere scendere scendere, sempre più giù. C’è chi scala montagne e chi cerca l’abisso. Maiorca cercava i fondali per avere intimità con un cielo diverso, per pochi. Rispondeva a un bisogno primordiale: tornare dove è cominciato tutto, nell’acqua, dove la vita iniziò tre miliardi e settecento milioni di anni fa. Prima ci andò a caccia come immaginava da bambino, poi scoprì le discese in apnea grazie a Duilio Marcante e cominciò a inseguire i record, e poi a scriverli nella Sicilia arrangiata del mare d’Ortigia. Tutta la sua vita in acqua è fatta di grandi slanci, in una passione inversa rispetto a quella dello Spazio che avvinceva i grandi paesi. L’apnea è individualismo, competizione con se stessi prima ancora che con gli altri, non servivano navicelle o stati, basi o computer, e gli abissi sono lo Spazio dei poveri. E Maiorca era il Bartali del mare. Niente naso come una salita, ma una faccia e un corpo da statua greca, una locomotiva che scendeva prima a 45 metri (nel 1960) con un fucile zavorrato con liste di piombo, poi giù giù fino ai meno 101 (nel 1988), in competizione con il brasiliano Amerigo Santarelli, poi con gli americani Teteke Williams e Robert Croft, e infine col francese Jacques Mayol, il suo Coppi. Ventotto anni di immersioni e ricerche, tentativi e studi, sconfitte e vittorie, passati a scrivere e riscrivere i record di immersione in apnea. Con un incidente rimasto famoso e una riemersione in preda a una sincope la settimana dopo. Tutto nel settembre del 1974 di fronte alla costa di Sorrento, Maiorca inseguiva i novanta metri, ma scendendo un giornalista-subacqueo, Enzo Bottesini, si frappose e lui centrò in pieno le sue bombole, fu costretto a risalire bestemmiano non in alamanno e goto come coglierebbe Francesco Guccini ma in italiano, ne aveva tutte le ragioni, tanto che Ulisse divenne Achille e la sua ira – per l’impresa mancata e il pericolo corso – diventò un involontario spettacolo per la tivù, lui in sotto-muta rossa (il suo colore portafortuna) viene tenuto dai suoi mentre inveisce verso il mare, aspettando di conoscere il nome del maldestro operatore della Rai. Poi lo perdonò, e la settimana dopo – senza giornalisti né tivù – scrisse il record, ma uscì dall’acqua esanime. «Il mare spacca le teste più dure». Quella paura lo portò a interrompere le immersioni, a riscrivere la sua «acquaticità» senza smettere tutto quello che c’era intorno: la vita sana, gli allenamenti in palestra, il muoversi a piedi, il suo arrivare tardi ai pranzi per saltare anche i pasti con gli amici e spizzicare qua e là quel poco che era rimasto. Una vita in sottrazione, che lo guida sì al porto ma non per bere vino ma acqua minerale e per nutrirsi di racconti e mare, e a 57 anni raggiunge il suo limite: scendendo a meno 101 metri. «Nell’attimo in cui vidi la targhetta di 101 metri, sentii il richiamo del mare e capii che dovevo inchinarmi a lui in senso di rispetto, non di sconfitta». È l’ultimo graffio al rivale Mayol che poi andrà oltre – si credeva un delfino – continuando a scendere, e che sceglierà di appendersi con una corda a una trave di casa sua all’Elba, per depressione. I due ispirano al regista Luc Besson “Le grand bleu” che a Maiorca non piacerà per nulla, arrivando a impedirne la distribuzione in Italia fino alla morte di Mayol. Non gli piaceva come era stato rappresentato, si era offeso, perché col francese c’era rivalità ma anche gioco, e non si aspettava quello che ritenne «un colpo basso». Ritiratosi, aveva preso ad allenare le due figlie:  Patrizia e Rossana, che lo ricompenseranno con una serie di record mondiali; poi, però, Rossana: morirà con troppo anticipo. Ha scritto libri, viaggiato per il mondo, ha smesso di pescare – per via di una cernia che gli aveva svelato il dolore della sua fiocina: «Si scatenò sul fondo una vera e propria lotta titanica fra la cernia che pretendeva di salvare la sua vita e me che pretendevo di togliergliela» –, ha fatto politica (senatore con An) e come ambientalista, ed ha portato in giro il suo monumento, vedendo negli anni crescere l’interesse verso le sue imprese e viaggiare la parola apnea – divenuta di senso comune –: fatto che gli creava stupore e risate. Adesso, con i sogni alle spalle, scende verso l’abisso, senza nessuna spinta che lo riporti a galla: torna nel blu da dove era venuto.

[uscito su IL MATTINO]

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