Senza Messi(a)

Più del Chinaglia di Rino Gaetano, che non poteva passare al Frosinone, Lionel Messi no, non può passare al Napoli, a meno che non accada una trumpata. Tutti, a cominciare da Diego Maradona fino all’ultimo ragazzino che gioca a pallone, davanti all’indiscrezione che il calciatore argentino non sia disposto al rinnovo, e che nel 2018 lasci il Barcellona: hanno pensato alla storia che si ripeteva, hanno guardato alla possibilità remota e inaspettata che si potesse realizzare l’inatteso risvolto. Ma anche se Messi viene da Rosario – città di utopie e calcio pensato prima ancora che giocato – e a Napoli che manca l’immaginazione alla Kusturica che ebbe Ferlaino e manca il contesto nel quale si muoveva: il grande campionato di calcio italiano (dove c’erano tutti). È l’Italia a non essere più il parco giochi del calcio: con stadi vecchi, società traballanti, e un intero sistema che si regge su logiche, pensieri e linguaggi vecchissimi; a dispetto di una classe di allenatori migliore di quelle passate e che, infatti, emigra come ricercatori universitari. Poi, se fossimo in un romanzo fantacalcistico di Roberto Fontanarrosa, scrittore di Rosario (in Italia è tradotto solo “L’Area 18” da 66thand2nd), allora Messi sarebbe già a Napoli e con lui ci sarebbe lo stadio tanto atteso e le statue di Aurelio De Laurentiis se la giocherebbero alla pari con quelle di San Gennaro. Ma persino il più libero e avventuriero prodotto del calcio rosarino: l’allenatore Marcelo Bielsa (uno stadio a suo nome proprio nella città di Rosario, sponda Newell’s), ha detto no al calcio italiano nella forma più bizzarra e meno sprovveduta che gli si era parata davanti: Lotito con la sua Lazio. Il calcio conserva questa bellezza del sogno che dribbla e fa tunnel alla realtà, ma che poi prende – di solito – una imbarcata di gol. Il paradosso Messi, che probabilmente volerà al Manchester City – più per ragioni freudiane che calcistiche, più per noia che per amore o utopia –, scoperchia quello che la Juventus copre: un campionato povero, che può permettersi il campione solo nell’infanzia o nella tarda giovinezza, il resto, e spesso il meglio, spetta agli altri: inglesi, tedeschi, spagnoli e francesi (da loro Bielsa è andato), per tutto il resto c’è l’America, prima, e la Cina, ora. È anche vero che sono cambiati i calciatori, di Socrates che allestiscono collettivi e leggono Gramsci in giro non se ne vedono nemmeno a romanzarli, come pure i Maradona capaci di creare e vendersi il riscatto del Sud rispetto al Nord, o di Zico che vanno a tirare le punizioni a giro a Udine, mentre a Torino qualche Platini passa ancora per via della Champions League: alla Juve per ora hanno Dybala – di cui già si dice che guardi a Buckingham Palace – e Higuain, l’ultima utopia possibile a voler stare ai crudi dati, alla realtà e al progetto napoletano. Il resto è Totti, oltre il gioco di Sarri, la costanza di Gasperini, certo il Sassuolo di Di Francesco e prima il Chievo, Spalletti, Giampaolo, ma è pochino per poter dire: «venite, ricominciamo», anche perché Verratti è in esilio a Parigi, e Conte ha seguito le orme di Mazzini. La distanza dai campi dell’Europa che conta non è solo geografica ed economica è principalmente filosofica non nella tattica ma nell’organizzazione delle squadre e negli obiettivi. Il Barcellona in questo è stata una squadra-mondo, rifondata da Cruyff ha cannibalizzato trofei e linguaggi, in una innegabile rivoluzione di gioco e impresa che è divenuto idea di vita, che dagli spalti è arrivata nelle case abbracciando tutta la Catalogna. Messi è stato l’Alessandro Magno di quella squadra, aveva lo storytelling giusto, che commuoveva, incrociava sia “Matrix” (era il prescelto) che “Il favoloso mondo di Amélie” (nonostante la condanna per frode fiscale), ma arrivato alla conquista del mondo e dei palloni d’oro a ripetizione si sarà chiesto se continuare a morire di noia o riscriversi la storia, se palleggiare all’ombra delle statue che Barcellona gli erige di continuo oppure scartare di lato e fuggire. Magari non pensa proprio di ripetere Maradona, o magari aspetta che qualcuno glielo chieda: «Leo vieni a Napoli»; magari andrà davvero qualche anno a dividersi la pioggia con Guardiola o cercherà su Google dove s’è nascosto Rijkaard al quale è legato; oppure se ne tornerà al Newell’s, dribblando gli avversari e immaginando che in tribuna ci sia ancora sua nonna come quando è cominciato tutto.

[uscito su IL MATTINO]

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