La morte di Fidel Castro vista da Gabriel García Márquez

Dall’alto della vecchiaia che non avrebbe mai dovuto vivere, per non guardarsi nello specchio ammonitore della miseria dei suoi errori, Fidel Castro, inseguito in punta di piedi dalla penombra di una contabilità meschina: quella del tempo, è entrato nel pantano della serenità, dove non ci sono arene per galli, né pomeriggi interi o case presidenziali, attentati o farse, e i Caraibi sono acqua colorata che scorre nelle ore di siesta sulla testa di pesci errabondi che vagano come fuggiaschi, dove i cattivi presagi non appartengono alle pitonesse ma all’ordine segreto delle cose inconfessabili, anche perché già passate, dove nessuno conta i languidi e vetusti tramonti delle rivoluzioni, fuori dall’incombenza di dover dirimere conciliaboli sanguinosi e oltre la morsa del caldo nella magione dei suburbi, ma continuando ad ingannare il tempo sulla sua sedia a dondolo, con i ruffiani braccioli cuciti dai figli settimini dei suoi generali, e la divisa verde olivo tornata a stargli nella riconciliata giovinezza della morte sulla pancia piatta: perché priva dei tumulti dolorosi delle sue viscere tristi come cornamuse neglette. Nella perfezione dei particolari della sua patria inventata, singhiozza il disappunto di lacrime e dolore delle piazze, salgono le suppliche ora che è l’uomo più solitario della terra e lascia l’isola senza aver decifrato l’enigma di un socialismo che non si è allontanato dall’inquietudine recondita di non riuscire ad abbracciare il mondo dopo aver suonato i tamburi della liberazione e costruito una impalcatura di dogmi crepuscolari, lasciando troppo spazio alle intenzioni torbide di chi ha provato a sminuire per oltre mezzo secolo la sua impresa, bottino di sorte che pose fine agli abissi della cupidigia di Fulgencio Batista. E il suo viso: colonna babilonica replicata in mille ritratti presidenziali, che fu pronto a decorare muri e stanze, conservando negli occhi l’incendio dell’orizzonte che aveva il giorno dello sbarco, viene esposto fuori all’aria fumosa delle voci estenuate di racconti che si mescola in un moto popolare di verità illusoria per i gringos e cuori inzuppati di lacrime per i cubani, davanti alla verità incontrovertibile della sua morte. Torrente incessante della realtà che lo ha trascinato via dal nascondiglio delle sue certezze, liberandolo dal dispotismo imposto dal suo grado di responsabilità, verso le tenebre odorose di battaglie vinte e fucilazioni precoci, tra scoppi di dinamite e imboscate, nel ricongiungimento affettivo con i suoi nemici spediti nella compassione dell’oblio anzitempo. Ha dimostrato che la profanazione del capitalismo è possibile, portando fuori dal supplizio della povertà il suo popolo, riuscendo a sopravvivere nell’autunno dei venti incrociati delle tempeste d’apocalisse nucleare e ad evitare la vergogna della miseria caraibica a differenze delle altre allucinate isole delle Antille, prive persino di un ospedale per tisici, ma non di negri giganteschi che con i calzoni imbrattati di incontinenza senile aspettano la fine: urlando per strada e aspettando il dolce profumo di morte esalato dal vulcano della Martinica e dalle gardenie dei balconi curati dalle mogli dei dittatori asserviti a Henry Kissinger, per quattro diamanti incastonati negli agosti ardenti di Trinidad, mentre Fidel Castro navigava verso il mistero straripante di uova d’iguana avvolto nella sua barba di profugo abbandonato a mollo nel mare tenebroso, che la sua caravella affrontava, prima di sbarcare a Cuba, tra gli incubi dei cani azzurri di Haiti, l’universo di pappagalli con le voci di madre delle Barbados e i tulipani olandesi delle cugine americane a Veracruz. Ora che gli attacchi di epilessia colgono i meno prudenti nella fila color porpora per l’ultimo omaggio fuori dalla apparenze, tutte le voci sulle sue presunte morti si uniscono in un solo pianto di canonizzazione per decreto, mentre la sua nitida immagine di Comandante si stende fino alla Giamaica, passando per una caserma mai usata di Caracas, attraversando e cingendo tutte le donne vulnerabili nel pietoso ricordo di non essere state cinte dalla sua forza, ricompensate per terza dentizione nella decrepitezza assoluta dell’attimo antecedente alla morte. Singhiozzando di sonnolenza nella fatica di vivere senza guerriglia, come un tempo slacciava il bottone della giubba inzuppata di sudore prima di assoggettare le serve che non avevano nemmeno il tempo di discernere il cattivo pensiero che le possedeva dal gratificante piacere che le attraversava lasciando nelle loro viscere il profumo dei tamarindi appassiti e la voglia di vivere dei martiri caduti controvoglia. Persino i tamburi di Panama ora tacciono sapendolo fra le tenebre sonnambulo, mentre i suoi polpastrelli cercano invano le aragoste preistoriche dei pomeriggi illusori con Ernesto Guevara, trovando solo l’enigma delle eclissi nella solitudine eterna del suo potere che non era scritto solo in entrambi i palmi delle sue mani e che le indovine di Aracata lessero, che non era solo in ogni singola piega del suo viso roso dall’arbitrarietà compiuta delle battaglie attraversate, ma che era già inciso e per sempre nelle ampie polverose pagine della Storia.

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