Ruffiani

Ernest Hemingway ha scritto nel 1931, nei Consigli a mio figlio: «Non sposare mai le puttane | non pagare mai un ricattatore | non seguire mai la legge | non fidarti di un editore | o non coglierai mai la tua occasione». Sono così tanti gli scrittori beffati e offesi che sembra un miracolo vederli portati per mano dall’editore in quelle patetiche cerimonie che sono le presentazioni dei libri. Lì si può valutare la debolezza del poveretto: il suo ego si gonfia e le gote gli si colorano perché finalmente il paese conoscerà il suo capolavoro. La pedanteria è un peccato che l’editore non commette mai. Il più fortunato degli autori argentini può guadagnare una media di quattro o cinquemila dollari l’anno per diritti d’autore (la grande maggioranza di loro non incassa proprio niente) mentre ci sono alcune case editrici che nello stesso periodo fatturano milioni di dollari. Naturalmente, uno scrittore ha soltanto quattro o cinque titoli propri mentre un editore – uno grande – ne ha tremila altrui. L’autore più imbrogliato negli anni di piombo è stato il puntiglioso generale Alejandro Lanusse, come racconta l’editore Arturo Peña Lillo nelle sue Memorias de papel. I gemelli e il pirata del mio aneddoto non erano ancora comparsi all’orizzonte quando la Editorial Lasserre pubblicò Mi testimonio, un libro che fu presentato come il best-seller del 1977. «La gestione di quel libro è stata tanto scandalosa, – scrive Peña Lillo, – quanto penalmente perseguibile. L’editore, nella propria ansia di ottenere il massimo dell’affare, truffò tutti quelli che vi presero parte: dalla cartiera ai distributori e agli stampatori e allo stesso autore. Da lì in poi Lasserre scomparve definitivamente. Una casa editrice che osi mettersi contro un generale-caudillo (anche se in pensione), in tempo di dittatura, dimostra che la corporazione è solida e a prova di pallottole. Con persone del genere bisogna avere l’occhio vigile e sorridere il meno possibile. Quasi tutti detestano gli autori che frequentavano avvocati e quando si parla loro di soldi, come avvertiva Chandler, si mettono a parlare di letteratura. Lo sa soltanto il demonio con quali programmi girano i loro computer perché quando c’è un errore nelle cifre è sempre a favore dell’azienda. Il consiglio di Hemingway al figlio Bumby vale per tutti gli editori del mondo. C’è stato un tempo in cui noi poveretti che pubblicavamo in Spagna credevamo che l’unico capace di incassare diritti d’autore forse García Márquez. In generale, l’autore guadagna il dieci per cento del prezzo di copertina di un libro venduto, ogni quattro, sette o tredici mesi. Senza indicizzazione né incremento del costo della vita. Meno di così se si tratta della sua prima pubblicazione o se è molto stupido, e il dodici o il quattordici per cento se i suoi libri si vendono a tonnellate. C’è una élite del sedici per cento e in Europa si può raggiungere un venticinque per cento, come nel caso di Hermann Hesse in Germania o di Céline in Francia. Simenon, che è arrivato a vendere più copie della Bibbia, divideva al cinquanta per cento gli utili di Gallimard. Ignoro quale sia la percentuale di García Márquez, ma ogni volta che uno di noi lo incrociava in giro per il mondo piangeva sulla sua spalla e chiedeva giustizia. García Márquez, che adesso si sposta su una discreta BMW, sa molto bene che cosa vuol dire essere povero, truffato e umiliato.  Quel che è certo è che nel 1981, nel firmare il contratto con Bruguera in Spagna per la pubblicazione di Cronaca di una morte annunciata, pretese che tutte le vittime della casa editrice venissero pagate contemporaneamente a lui. Non ricordo se l’assegno che ho ricevuto superasse i quattro o cinquecento dollari, ma mi toglieva momentaneamente d’impaccio in quell’anno di ristrettezze parigine che qualcuno, a Buenos Aires, definì «esilio dorato». Uno dei primi autori che guadagnò dei bei soldi con la propria fantasia, e con l’aiuto di diversi nègres, fu Alexandre Dumas. Il padre e poi il figlio comprarono castelli, donne e domestiche con i loro eroici moschettieri e le loro indimenticabili signore delle camelie. Ma i Dumas erano professionisti particolari: trasformarono il loro avido editore in un socio di minoranza e il tempo non bastava loro per scrivere tutto quello che avevano in mente. Tra i più infelici degli scrittori fondamentali vi è Franz Kafka. L’ufficio in cui lavorava per guadagnarsi da vivere gli portava via il meglio del suo tempo e della sua anima. Siegfried Unseld, attuale direttore della Suhrkamp tedesca, ipotizza che Kurt Wolff, l’editore di Kafka, sia responsabile del fatto che l’umanità abbia ereditato soltanto sue opere incompiute. Il 27 luglio 1917 Kafka scriveva a Wolff per comunicargli la propria speranza di abbandonare l’impiego e di trasferirsi a Berlino. «Io o l’impiegato che è dentro di me, che è la stessa cosa, provo un’opprimente paura di quel futuro; spero soltanto che Lei, egregio signor Wolff, premesso naturalmente che io me lo meriti un poco, non mi abbandonerà del tutto. Una Sua parola in proposito, detta già ora, sarebbe già molto per me al di sopra di tutte le incertezze del presente e dell’avvenire». Wolff gli risponde: «Ci sono soltanto due o tre [scrittori] ai quali mi unisce un legame appassionatamente forte come con lei e con la sua opera». Molto affetto ma niente soldi, che era invece ciò di cui Kafka aveva bisogno per uscire dal proprio stallo. Wolff pubblicò Meditazione, che fu un fallimento (258 copie vendute il primo anno), e non puntò sull’impiegato di Praga. Nel 1932, vergognandosi della propria meschinità e incuriosito dal silenzio di Kafka, che gli aveva parlato de La metamorfosi, volle riavvicinarsi allo scrittore e gli mandò un pacco di libri «come espressione della nostra volontà di sdebitarci con lei». L’ultima, patetica corrispondenza è una cartolina postale di Kafka, spedita l’ultimo giorno del 1923, sei mesi prima della morte: «Spett. Casa Editrice, […] abbiate la compiacenza di fare indagini sulle sorte della spedizione. De.mo F. Kafka». Bisogna riconoscere che il sacrificio maggiore degli editori consiste nell’avere a che fare quotidianamente con gli scrittori, che sono gli esseri più sgradevoli, insolenti e arroganti della terra. Raymond Chandler commiserava Hammish Hamilton, il suo editore londinese, che gli annunciava un proprio viaggio per andare a incontrare gli autori della casa editrice: «Un solo scrittore mi lascerebbe esausto per una settimana. E lei se ne sobbarca uno a ogni pasto. Ci sono alcune cose del lavoro editoriale che mi piacerebbe fare, ma dovermela vedere con gli scrittori non è una di queste. Bisogna vezzeggiare molto il loro ego. Conducono una vita eccessivamente tesa, in cui si sacrifica troppa umanità per così poca arte». Negli Stati Uniti, dove è normale che gli scrittori incassino per ogni libro venduto e, in molti casi, per quelli che si venderanno nei dieci anni seguenti, Scott Fitzgerald arrivò a ricevere tremila dollari degli anni venti (almeno trentamila di oggi) per ogni racconto pubblicato nelle riviste di lusso. Regalò una Rolls Royce alla moglie Zelda e tutt’e due facevano il bagno nella fontana del Waldorf Astoria nei giorni in cui Carlos Gardel era alloggiato in quello stesso albergo e conquistava le bionde di New York. I primi anni, finché Scott fu il simbolo dell’era del jazz, furono fenomenali. Ma nel 1925 Il grande Gatsby fu un fallimento sul piano commerciale (soltanto 25 mila copie vendute) e tutto crollò. Un anno dopo, Scott scriveva a Scribner: «Le sarò sempre debitore per la bontà e la fiducia inalterabili e per l’attenzione che lei mi ha riservato nonostante le mie molteplici pretese. Non una sola volta mi è stato ricordato il mio debito con la casa editrice, neppure quando è arrivato a quattromila dollari senza che lei avesse la speranza di pubblicare un mio libro in un futuro prossimo». L’investimento della casa editrice è stato, in fin dei conti, molto redditizio: i libri di Scott Fitzgerald si sono venduti molto di più dopo la sua morte, quando si è trasformato in un classico nordamericano. Ma come scoprire un classico prima che lo sia? Come enunciare un rifiuto senza colpire la vanità dello scrittore, il quale crede, sempre, di aver consegnato un capolavoro? All’inizio del secolo, Gaston Gallimard inventò la formula «troppo letterario», «il suo libro non rientra nei temi delle nostre collane», e un’altra ancora più convincente: «Mio fratello Claude si oppone alla pubblicazione». Gallimard ricordava un famoso incidente tra Pierre-Victor Stock e lo scrittore Georges Darien. L’editore respinse un suo libro con parole sdegnose e il giorno seguente Darien gli mandò una raccomandata che diceva: «Signor Stock, ho ricevuto la sua lettera e questa è la mia risposta: se non pubblica il mio romanzo per il prossimo ottobre, io la ucciderò. (…) Lei è libero di fare quel che riterrà più opportuno, in modo onesto e disonesto. Aspetterò fino a ottobre. Se allora il mio romanzo non sarà stato pubblicato, io la farò fuori». Stock rispose con un insulto («merde!») e quando giunse ottobre Darien si presentò alla casa editrice armato di un’ascia. L’editore riuscì a scappare dalla finestra mentre il romanziere faceva a pezzi tutti i mobili dell’ufficio. Da quell’incidente Gallimard trasse alcune conclusioni che nel 1911 dettava alla propria segretaria: «Uno scrittore non è quasi mai un uomo. È una femmina che bisogna pagare sapendo che è sempre pronta a offrirsi a un altro. È una puttana».

[Osvaldo Soriano scrisse questo e altri due pezzi in un impeto di furia contro gli editori nel 1991 su Página/12 poi contenuti in Pirati, fantasmi e dinosauri]

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