La terza ripresa è un destro in mezzo agli occhi

 Di Julio Verón, ormai, nessuno ricorda nulla, è una vecchia foto di un giornale ammuffito. Vero che lui non fece mai nulla per essere ricordato: non era di quelli che stavano in copertina, proprio no, e non aveva nulla di indimenticabile a meno che non ti avesse piantato un destro in mezzo agli occhi. Io ero tra quelli che avevano ricevuto il destro. Prima di quel pugno ero il campione del mondo dei pesi welter, e non sapevo che l’incontro con Verón sarebbe stato l’ultimo. Dicevano che fossi uguale a Jean-Paul Belmondo un attore francese, la stessa faccia con l’oceano di mezzo, solo che lui non aveva mai preso quel pungo. Questa somiglianza e il titolo mi portarono su un mucchio di copertine e in tivù. Il mio allenatore Manolito Chumpatiz, poi, ha raccontato alla radio che aveva intuito che sarei andato al tappeto guardando il passo sicuro di Verón, disse: «avanzava come una donna innamorata». Il Profeta, come lo chiamavamo in palestra, non si discuteva, nemmeno quando diceva stronzate come questa. Prima di quel colpo e prima che Verón e la donna innamorata che ne muoveva i passi: mi calassero addosso, avevo fatto del mio meglio e stavo conducendo ai punti, lui quasi non mi aveva toccato, ricorderò sempre quella terza ripresa come il momento più basso per il mio istinto, e soprattutto il mio orgoglio, sì, perché Verón mi chiamava «negro» mentre mi colpiva, aveva preso a farlo dall’inizio di quella ripresa, mentre ballava come suo solito, e io provavo a toccarlo forte senza riuscirci e mi lasciavo dietro dei «maricón, carajo!» come la bava di una lumaca. Eppure continuavo ad essere sicuro di poter vincere. Una ripresa sbagliata ci stava, dopo due condotte alla grande, poteva succedere persino al mio idolo: Sugar Ray Leonard. Ero stato veloce e le mie combinazioni lo avevano sempre sorpreso, mi aspettavo che reagisse, non che vincesse. E che prima si mettesse a sfuggirmi: «niña maldita»; non bastava sentirmi come il pugile americano, anche perché ero passato senza accorgermene nel corpo di Roberto Durán: rivivevo la sua frustrazione nel non riuscire a colpire Sugar Ray Leonard. Ma tutto questo lo posso dire solo ora. Con un pungo ero emerso, con un pugno tornavo uno dei tanti: nessuna pena più, solo oblio. Per giorni l’unica cosa che ricordavo erano le parole del Manolito che mi arrivavano dalla sua testa al contrario sopra la mia faccia: «¿Estás bien, estás bien?» Io stavo anche bene, o comunque meglio dei secondi precedenti, quelli che l’arbitro aveva contato davanti a miei occhi chiusi, ora aperti in tempo per vedere Verón che festeggiava con la mia cintura. Quanto l’ho odiato, quanto ho odiato il suo sorriso, e il fatto che fosse giovane e lo avesse detto a tutti con un pugno: «ho sette anni meno di lui e gli metto i piedi in testa». Adesso mi appare la sua mascella, il suo naso, i suoi occhi da mosca, e quel sorriso che abbiamo tutti quando riusciamo a prenderci quello che vogliamo: che sia un giocattolo o un titolo. Non l’ho più rivisto, ho seguito i suoi incontri alla radio, ad ogni round mi allontanavo un po’ di più, fino a raggiungere un punto lontanissimo da quel ring del Luna Park di Buenos Aires, ci sono tornato oggi: quando mi han detto che Julio Verón era morto. Ho risentito il sudore che aveva oleato le corde, il suo respiro selvaggio a tanto così dalla mia faccia, e rivisto l’ombra che i fari laterali proiettavano sul bianco del ring dal suo angolo. Per anni ho pensato che quella sera finiva la mia vita, invece no, era la sua che se ne andava.

foto di Joel Saget 

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