Julio Carré: «malinconica spia morta di un paese che non esiste»

Octavio Paz diceva che uno scrittore “non ha biografia: la sua opera è la sua biografia”, così, per ricordare Osvaldo Soriano – nel ventennale della morte – ho deciso di intervistarne i personaggi. Li ho incontrati all’Hotel Menzogna, dopo una lunga trattativa, il primo che ha deciso di parlare con me è stato Julio Carré: «malinconica spia morta di un paese che non esiste».

Che ha fatto dopo “L’occhio della patria”?

«Sono riuscito a tornare in Argentina, un lungo giro, con scali che non le posso raccontare nel dettaglio, ma che sono durati anni: azzardo e prudenza, azzardo e prudenza, e via così giù giù fino a Buenos Aires, e poi qua in Patagonia».

E che maschere ha usato nel percorso di ritorno?

«Una sola, quella di Elvis Presley, nel dubbio la gente tende a favorirti, sorridendoti, al massimo devi firmare degli autografi a suo nome: è sopportabile anche perché l’alternativa era farsi sparare».

Si è abituato alla sua faccia da Richard Gere?

«Ci si abitua a tutto, perfino al dolore».

Del personaggio che ne è stato? Come ha fatto a portarselo dietro?

«Non l’ho portato con me, l’avrei fatto, ma dopo avermi raccontato delle sue albe di sangue mi ha chiesto di lasciarlo a Parigi, è stato un addio di ore: una cosa tra i film di John Wayne e l’Opera, è rimasto al Père-Lachaise. Lei conosce quel posto? C’è stato di recente?».

Ci sono andato di proposito prima di venire a intervistarla, sapevo che mi avrebbe chiesto della sua tomba, è tutto eternamente fermo: il suo nome sulla lapide, ci sono le piante secche nell’aiuola, gli uccelli continuano a cacarci sopra, il suo volto è un po’ più consumato e il gatto che sta di fianco più vecchio, e non lontano c’è ancora gente che canta, male, a Jim Morrison le sue canzoni.

«È rassicurante sapere che c’è ancora un posto dove posso tornare».

L’ha scritta poi la sua autobiografia?

«Sì, con un nome inglese, una balena di mezzo, un appartamento sul Tamigi e molte altre verità che sembrano bugie».

E di Olga che ne è stato? È riuscito a dimenticarla?

«Ho visto qualcosa di lei in Madonna che faceva Evita per Alan Parker, ho chiamato col suo nome tutte quelle che sono venute dopo: per una ora o per due anni, per dimenticarla, come si dimenticano le medaglie che una spia riceve».

E i suoi capi? Si è vendicato?

«I capi sono come il cielo, ovunque vai è uguale anche se tutti ti dicono che il loro è diverso. No, non mi sono vendicato, non ero portato per gli omicidi, volevo solo lasciare la vita al tribunale, uscire dal quotidiano, farmi dare una biografia di peso per avere delle cose da dire una volta diventato vecchio, cioè ora».

Come fu il suo primo incontro con Osvaldo Soriano?

«In un bar di Bruxelles, era venuto per osservare altri, roba di anni prima del libro. Una sera di pioggia, due whisky e il racconto degli errori di Pol Pot di un profugo cambogiano. Poi un pranzo a Marsiglia per chiedermi di entrare nella squadra della Patria, una trattativa breve e la parte. Il resto sono pagine da leggere, che a orecchio mi pare resistano al tempo».

C’è qualcosa di quegli anni e di quel libro che le manca?

«Solo la mia soffitta a Parigi, che poi ho trasformato nei ricordi in un appartamento di avenue Foch, e l’autobus che mi portava alle corse di Longchamp, lì c’era l’umanità, Soriano mi aveva fatto un gran regalo. Era una vita a termine, rischiosa, ma come tutti i personaggi di un romanzo immaginavo il meglio per me, provavo a forzare gli schemi e allo stesso tempo cercavo di capire dove volesse portarmi lo scrittore per guadagnarmi una serialità».

Che non poteva arrivare, conoscendo Soriano.

«Sì, ma lui era imprevedibile, e ci speravo. Ha visto che caos c’è nel libro? Quando mi ha raccontato – prima di scriverla – la scena del treno, gli ho detto: No, non la faccio. E lui si è molto arrabbiato, ma era quasi l’alba, quindi mi ha lasciato a zonzo col personaggio e la notte dopo l’ha scritta e io ho eseguito senza fiatare. Alla fine del capitolo mi ha detto: Hai visto? Sei una spia che ha più potenzialità di un gatto. Puoi cavartela ovunque, devi solo prenderne coscienza. Era un piacere lavorare con uno così. Tenga conto che avevo fatto delle piccole parti con altri autori e mi ero trovato malissimo, non vedevo l’ora di morire per andarmene da quei libri. E quando a Marsiglia mi disse che mi avrebbe scritto: sono stato felice, anche perché di lui nel nostro ambiente se ne diceva un gran bene, non è mai stato un conformista, anzi, uno di noi lo chiamava “il dispari argentino”, come fai a dire di no a uno così?».

 

foto di Ralph Crane 

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