Walt Disney era amico mio

Walt Disney pensava che fosse l’unico vero genio della ditta, e molto probabilmente lo era. Ward Walrath Kimball: disegnatore, animatore, scrittore, per almeno sessant’anni al centro dei Disney Studios e dei progetti, da Biancaneve a Pinocchio passando per Dumbo, con Cenerentola e Alice, insomma i classici. Ha diretto il primo Disney 3-D Melody, ed ha vinto Oscar con il primo cartone animato in Cinemascope: Toot, Fischietto, Plunk e Boom (1953). Ma soprattutto era uno dei migliori amici del capo, col quale condivideva la passione per i treni oltre che per il resto: dal disegno all’umorismo. Mi viene incontro un arzillo vecchietto, con delle vistose bretelle rosse su una camicia bianca di gran fattura, ha calzoni blu scuro e un passo svelto. Sono andato nella sua casa di Los Angeles dove nel giardino gira ancora il vecchio treno a carbone che portò anche Walt Disney.

Come era il capo?

«Un ragazzo difficile da avvicinare. La sua carriera è stata tutta la sua vita. Credo di essere stato un buon amico, di quelli che sopporti tutta la vita con sincerità. Non sono mancate le liti, ma sono stati di più i giorni di gioia e quelli di opportunità grandiosa che ha donato a me, a noi del gruppo e al mondo. Tanto che oggi non è solo immortale lui, ma tutti noi che gli siam andati dietro, che lo abbiam assecondato in sogni che sembravano assurdi per tutti, tranne che per lui».

Come vi siete conosciuti?

«Sono andato negli Studios nel 1934, con quelli che ritenevo i miei migliori disegni, ma la segretaria mi ha detto di lasciarli lì e di tornare due giorni dopo. Era una ragazza carina, e ho ingoiato le frasi tre quattro volte prima di dirle: guardi non ho i soldi per tornare, c’è la depressione e io ho bisogno che qualcuno veda i miei disegni. Ho toccato il suo cuore, prima ha chiamato il reparto storie, che è rimasto impressionato, così loro han chiamato Walt, che è rimasto colpito da uno dei miei disegni, una illustrazione di un racconto di Edgar Allan Poe, e mi ha assunto subito».

Che racconto era?

«Il Re peste».

E poi come è andata?

«Che mi han chiuso in una stanza senza finestre a disegnare sfondi. Prima ci son rimasto male, poi ho capito che era una prova da superare. Avevo venti anni, e Walt, che ha sempre sofferto il tempo, dodici più di me se la memoria non mi inganna».

Che cosa non le piaceva di Disney?

«La fissa che gli venne per gli sport come il golf e il polo, che io odiavo. Mi regalò anche un set di mazze per giocare, dopo che disegnai il Grillo parlante: sapeva che non era stato affatto facile, poi mi aiutò una bottiglia di Johnny Walker».

L’ha disegnato da ubriaco?

«No, no, mi aiutò un dettaglio dell’uomo che stava sulla bottiglia, che divenne il pelo del Grillo».

E la cosa migliore che Disney le ha dato?

«Mia moglie Betty, che lavorava nel reparto di inchiostro e vernice. Ci siam conosciuti negli Studios. Mi divertivo, avevo trovato l’amore, facevo quello che mi piaceva. No, non posso lamentarmi (ride, N.d.T.)».

La sua scena preferita?

«La mia scena preferita è in Fantasia: la “Danza delle ore” con gli ippopotami e gli alligatori. Vorrei averci lavorato io».

Ma come nascevano le scene, da dove arrivava l’ispirazione, si è parlato anche di droga, è vero?

«Guardi, tutto nasceva da alcuni Martini, e niente altro. Il resto era immaginazione. Walt arrivava a stare male per quanto era affollata la sua testa. Mi chiamava di notte quando aveva delle idee, poi era testardissimo se sceglieva una storia in ogni modo doveva arrivare a raccontarla».

Ma Disney ha mai fatto uso di droghe? E lei?

«Walt non credo, lo avrei saputo, ma si portava sempre dietro la sua fiaschetta di whisky. Io una volta con un Peyote ho visto la morte, cadevo, cadevo senza riuscire ad afferrare nulla, con mia moglie Betty che mi rassicurava dicendomi sei seduto sulla tua poltrona. Io stavo malissimo, ma continuavo a ripeterle di non chiamare un medico».

Quale personaggio le somiglia di più?

«Lucifer il gatto di Cenerentola. Le dico di più, Walt odiava i gatti, perché lui amava avere il controllo della situazione e con i gatti non è mai possibile. Preferiva i cani, con i quali riusciva ad avere un rapporto razionale. In questo si possono capire molte cose di lui: aveva sempre bisogno di dominare, non poteva sopportare che qualcuno facesse di testa sua, disubbidendo».

Cosa le rimproverava di più?

«Che non fossi un uomo squadra, lui amava questo concetto».

Ed era vero?

«Sì. Avevo uno spirito indipendente che secondo me ha fatto bene alle storie».

Che ricorda della morte di Disney?

«Ho un brutto ricordo, ero a Parigi quando mi han detto che se ne era andato. Lui non mi ha voluto accanto al suo letto perché io fui tra quelli che rifiutai di dare i soldi per la campagna di Nixon. Anche se mi aspettavo che sarebbe successo, ero così stordito che rimasi sveglio nel mio letto, rigido come una tavola da surf».

Un momento speciale che ricorda?

«Lui con Dalì sul piccolo treno che girava intorno casa. Sembravano due bambini la notte di Natale».

E un segreto di Disney?

«Walt è stato un grande attore, lui le scene le recitava prima di disegnarle. Per me era più bravo di Chaplin, ma ovviamente nessuno gli ha mai visto fare quelle scene, erano recite di servizio, fatte da un uomo con un grande pudore. E poi era un burlone, gli piaceva che la gente lo pensasse un po’ mago, pensi che a tutti gli ospiti di casa sua diceva che alle sette in punto poteva far cantare i coyote e quelli aspettavano e la cosa succedeva, Meraviglia, leggenda, io e pochi altri sapevamo che aveva fatto installare degli altoparlanti nascosti. Capisce? Walt era così».

 

[Ward Walrath Kimball è morto nel 2002, ma oggi nell’anniversario della morte di Walt Disney mi piaceva inventare questa intervista, mescolando cose vere e altre no, per ricordarlo, in fondo è questo il suo insegnamento: si può fare tutto]

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