Il piacere di attraversare la vita

Mi informano che Marcello Mastroianni è morto. Lo straniero, il gaudente de La dolce vita, il professore socialista de I compagni, il timido omosessuale di Una giornata particolare, l’uomo di cento e passa film, quasi tutti indimenticabili. Il gigante del cinema italiano ha fatto quel che più gli ripugnava: morire. Qualche mese fa, in un’intervista insieme con Vittorio Gassman, interrogato dal direttore de “la Repubblica”, diceva che gli sarebbe piaciuto vivere in eterno, circondato dalle donne. Lo stesso aveva detto a me nel ’93 a Colonia del Sacramento, dove passammo una settimana insieme, sfuggendo ai rompiscatole e sbellicandoci dal ridere con le sue imitazioni di Gassman, De Niro e Fellini, con le sue storie di donne in cui lui finiva sempre a mal partito. Una delle cose che più affascinava, in lui, era che gli aneddoti che raccontava lo mostravano come un tipo rozzo. Mi ricordo di uno in cui faceva intervenire Nikita Michalkov e il re di Spagna, durante le riprese di Oci Ciornie. Il regista russo credeva di avercela fatta a guadagnarsi i favori di una misteriosa donna che cenava sempre da sola in un lussuoso albergo di Mosca di cui non ricordo il nome. Mastroianni aveva fallito nell’intento di conquistarla perché lei aveva occhi soltanto per un altro, un passeggero invisibile. Michalkov sembrava perdutamente innamorato della sconosciuta, e alla fine di mille seduzioni Marcello riuscì a combinare l’incontro fra i due. Lei gli concesse un appuntamento galante alle due di notte in una stanza dell’ultimo piano e scomparve per tutto il giorno. Il russo attese in paziente veglia che scoccasse l’ora. Alla fine, quando furono le due in punto, s’infilò in un ascensore e si piazzò davanti alla porta che lei gli aveva indicato. Mastroianni aspettava al bar, in ansia: voleva sapere com’era andata per il suo amico. Michalkov bussò con delicatezza alla porta, ma non ottenne risposta. Tornò a bussare, questa volta più forte, e poco dopo, credendo che lei dormisse, cominciò a battere con i pugni. Allora, la porta si aprì e chi stava lì davanti, in mutande, era re Juan Carlos di Spagna. Nikita accettò la sconfitta e scese per raggiungere Mastroianni, sconsolato. All’ora delle riprese, i due si presentarono sbronzi e cantando. Ricordo queste e altre cento storie che raccontava recitandole nelle strade deserte senza che gli pesasse il fatto di essere uno degli uomini più ambiti del mondo. Detestava la fama e i suoi orpelli. Sapeva a memoria le parti dei suoi film migliori e ogni volta che glielo chiedevo si piantava in mezzo al marciapiedi e le ripeteva, soprattutto il professore de I compagni: «Senta, scusi, che paese è questo?» E la risposta: «Questo è un paese di merda». Si faceva un whisky e salivamo su un’auto che ci portava alla litoranea. Mi raccontò che il suo sogno, ai sessantanove anni che aveva allora, era quello di interpretare un Tarzan vecchio e sgangherato, impotente e patetico. «Perché non mi scrivi la sceneggiatura?» Gli dissi di sì, che forse un giorno… Anni dopo gli sarebbe piaciuto portare sullo schermo A sus plantas rendido un león che conosceva attraverso la traduzione italiana. Un giorno svegliò per telefono Ettore Scola e gli chiese che cominciassimo subito a lavorarci, che cercasse un produttore per pagare i diritti. Non fu possibile: per quanto sembri incredibile, né lui né il Federico Fellini degli ultimi anni avevano il potere di far muovere i finanziatori. Arrivai a vedere, e quello è stato uno dei grandi momenti della mia vita, come lui avrebbe interpretato – e lo fece per nessun altro che per me – alcuni istanti della solitudine del console onorario argentino Bertoldi, eroe delle Malvinas perduto nelle terre d’Africa. Era un appassionato della vita di Casanova. Da quando, adolescente, abbandonò un ufficio grigio per dedicarsi al teatro, fu un uomo felice. La celebrità gli venne con il cinema. Otto e mezzo, I soliti ignoti, tutto il grande momento della commedia all’italiana. E sempre, al suo fianco, le donne più belle e intelligenti del mondo. «Di quale ti ricordi con più affetto? Di Catherine Deneuve o di Faye Dunaway?» gli domandai di notte. «Di Catherine; – mi disse, – è molto fine, ha la pelle più trasparente del mondo. Faye Dunaway si ostinava a regalarmi scarpe. Scarpe orribili, che io mettevo soltanto per cortesia». Venne a salutarmi al porto, e questo per me ebbe il sapore di un film perduto. Al momento di attraversare il posto di polizia mi voltai a salutarlo con la mano, e al di sopra del brusio della gente che gli si stringeva intorno, mi gridò: «Senta, scusi, che paese è questo?» E per quanto io già lo stessi perdendo di vista, riuscii a rispondergli: «Questo è un paese di merda».

 

[niente ricorda meglio Marcello Mastroianni – nei venti anni della sua morte – di questo pezzo di Osvaldo Soriano, contenuto in “Ribelli, sognatori e fuggitivi” (Einaudi). Anche perché chi ha letto il romanzo di Soriano: “La resa del leone” sa che il protagonista, il console onorario argentino Bertoldi, non è che somiglia a Mastroianni, è Mastroianni. E niente racconta meglio la sua situazione di quella foto che lo vede aspettare, in un retropalco o fuori set, prima di entrare in scena. Ogni volta che lo vediamo si è appena alzato da quella sedia, ha buttato la sigaretta di lato ed è pronto a sorridere e giocare, che poi è il suo modo di recitare.]

 

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