Joe Frazier: my way

Joe Frazier quello che stese Muhammad Ali, seppure per una volta sola. I suoi incontri erano tempeste che si abbattevano sul ring, per chi le guardava da fuori: spettacolo, per chi ci stava sotto: calamità. Era così, aveva la brutalità della natura. Oro olimpico nel 1964 a Tokyo, per tre volte (1967, 1970 e 1971) pugile dell’anno secondo la rivista “Ring Magazine”. Il suo primo incontro da professionista è del ‘65, e dopo 28 vittorie di seguito, cinque anni dopo e cinque riprese, divenne campione del mondo dei massimi, battendo Jimmy Ellis.  Non era pulito come Ali, l’avversario di una vita, con lui tre incontri densi come Il Padrino di Coppola. I suoi pugni erano pioggia sul ring, potevi muoverti veloce, provare a schivare, ripararti, non c’era storia, non c’era scampo, ti prendevano. E anche quando perdeva (solo 4 volte, con 32 incontri vinti su 37) l’avversario ne usciva stremato. Per Ali si chiedeva: «gli ho dato colpi da ucciderlo, non so come fa a stare in piedi». Dimenticando che Ali aveva la forza di volontà dei popoli in cerca d’indipendenza, ecco, gli mancava il rap del suo avversario, il verbo, e la capacità di immaginarsi come profeta, ma non era inferiore. Anche se ha passato la vita a stargli dietro. Pagando la bellezza di essere un classico davanti a chi era pura avanguardia, non solo di boxe, ma soprattutto di immagine e parola. La sua sfortuna – che ne ha ridotto le vittorie e la gloria – non la bellezza dei pugni, è stata di essere capitato sul confine di un tempo, e di avere dalla sua “solo” la boxe. Ha chiuso gli occhi sotto il cielo di Philadelphia – dove era arrivato dalla Carolina del Sud con suo padre: raccoglitore di cotone –, la stessa città che lo sentì cantare (aveva un gruppo i “Joe Frazier and the Knockouts”) quando Barack Obama divenne presidente. Sì, perché Frazier non era solo quello che stese Alì, ma era uno dei più grandi pugili della storia della boxe, una icona nera, e anche in questa categoria doveva stare in fila dietro Cassius Clay. Che gli aveva dato del «gorilla», dello «zio Tom», e lui aveva risposto con un gancio sinistro che portò a spasso il campione e lo mise a terra. Loro due, diversissimi, Coppi e Bartali del pugilato, erano legati come solo allo sport riesce di annodare il ghiaccio al calore. Tre incontri che sono tre capitoli di storia della boxe e tre film. Una trilogia di pugni, dolore e passione. Il paragone per il primo è con Italia – Germania 4-3 (la partita del secolo), con lui che dopo 15 round, nel 1971 al Madison Square Garden di New York, batte Ali (incontro del secolo). Che tre anni e 12 round dopo, pareggia il conto (la vendetta). E poi vince anche il terzo match, l’anno dopo, il 1975 nelle Filippine (un thriller: “Thrilla in Manila”), al 14° round, quando l’allenatore di Frazier, Eddie Futch, gettò la spugna: «Se Joe non si fosse ritirato, non so se avrei potuto continuare, è stato l’incontro più difficile della mia vita», dirà Ali. Combattere con Frazier non era un picnic, e lui lo sapeva bene. Non era uno di cui ti sbarazzavi in poco. Era come nuotare nel Mississippi controcorrente. E forse quell’incontro – insieme a quello con Foreman – , i colpi presi, costò il Parkinson ad Ali. E fece dire, tempo dopo, a Frazier una frase da film: «Lui mi pensa, ogni giorno quando scende dal letto, oh se mi pensa». Anche il suo soprannome era da film in bianco e nero, “Smokin’ Joe”, per via del suo allenatore Yank Durham, che lo incitava a «far uscire fumo dai guantoni». E lui, aveva tirato fuori il fumo dalle stagioni degli altri, dai loro corpi, a forza di ganci.

[uscito su IL MATTINO alla morte di Joe Frazier nel 2011]

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