Cina e altri inganni

Quando Ezequiel Lavezzi si risvegliò nella clinica Svizo-cinese di Shanghai: non poteva ancora vedere la sua nuova faccia, ma di fianco al suo letto il funzionario Yu Hua – delegato del partito per il progetto “Crocevia” – gli annunciava la riuscita dell’operazione, mentre appoggiava sul comodino i suoi nuovi documenti: passaporto, tessera sanitaria e soprattutto le nuove carte di credito, con l’aggiunta premio per l’adesione al progetto. Stava per cominciare la sua nuova vita, quella da Po Cho, il Lavezzi che conosceva il resto del mondo aveva dato addio al calcio cinque mesi prima, con una grande partita a Buenos Aires. Due settimane dopo, stessa clinica, stesso procedimento, era cominciata la nuova vita di Graziano Pellè, divenuto Grang Pe-Lee. L’idea era venuta proprio al funzionario Yu Hua: riscrivere i tratti dei calciatori e acquisirli come cinesi per accelerare il progetto di vincere un mondiale di calcio. Quando le statistiche disegnavano l’imprevedibilità che il pallone si porta dietro, e la lenta ricezione di schemi e tattiche da parte dei giovani cinesi lasciavano intravedere un altro quadriennio mesto, a Yu Hua era venuta l’idea di velocizzare l’assalto alla Coppa del Mondo. Aveva chiesto udienza al presidente Xi Jinping, gli aveva esposto il programma e poi era cominciata l’operazione. I rischi c’erano, ma la vittoria nel campionato mondiale di calcio per la Cina era superiore a quello della conquista di Marte. Yu Hua aveva avuto mano libera e possibilità illimitata di attingere alle casse del paese. Dopo mesi di trattative segretissime, quando ottenne il sì di Lionel Messi commise l’errore di mandare una e-mail al presidente in persona, cadendo direttamente nella posta di Julian Assange, così: mentre Xionel Me Xi firmava il contratto, accettando il trattamento completo, convinto che il finto incidente aereo e la sua morte lo avrebbero consegnato alla gloria oltre Maradona – ormai convertito all’Islam e ministro-imam negli Emirati Arabi –, il presidente Vladimir Putin veniva informato di tutto. Intanto, il dottor Lu Xun, a capo delle riconversioni, stava lavorando alla giusta colorazione della pelle dei calciatori. Era un perfezionista ossessionato dall’uso del giallo in Vincent Van Gogh, oltre che delle sue pennellate larghe che cercava di ripetere con il lavoro del laser sui volti dei riconvertiti. Sistemato il colore della pelle e con l’operazione a Neuer, divenuto Ne Xuer, la squadra era completa. Il presidente Jinping aveva chiamato Marcello Lippi per informarlo sulle riconversioni e gli aveva fatto una offerta rimasta segreta anche a Yu Hua. Alla prima amichevole la squadra di Lippi travolse il Sudafrica per sette a zero, e nessuno trovò nulla da ridire, solo un blogger inglese scrisse che aveva visto nei dribbling di un calciatore cinese le stesse movenze di Lionel Messi, e i commenti furono: “anche io ho come vicino Elvis Presley”; “la mia ragazza canta come Jim Morrison”; e “Michael Jackson vive dentro Trump”. Quando la Cina arrivò prima nel girone, qualificandosi con due turni di anticipo ai mondiali russi, Putin si complimentò col presidente cinese, ammiccando sulla fortuna di avere Messi in squadra, ma Jinping rispose con un antico proverbio: “Nel giorno che il baco diventa farfalla il contadino riconosce i colori dei suoi ricordi”. Putin aspettò la cerimonia inaugurale per ribadire il concetto al presidente cinese, questa volta mostrandogli l’inchiesta del Guardian (interamente basata sulle informazioni passate da Assange) e Jinping disse in perfetto russo: «a Vla’ che te serve?», e l’ex capo del KGB presentò la sua lista. Tre giorni dopo il giornale inglese chiedeva scusa per l’inchiesta, licenziando il suo giornalista, e sei ore dopo la Cina – travolgeva al suo esordio – la Germania: “rimasta immobile a contemplare la notte russa nella perplessa solitudine della sconfitta”, aveva detto Hugo Morales, sottolineando anche i dettagli che lo lasciavano perplesso sul dieci cinese: Xionel Me Xi, ma una tremenda laringite gli impedì di continuare il racconto alla partita successiva. La nazionale cinese era in silenzio stampa e i calciatori inavvicinabili, le conferenze stampa erano tutte tenute da Yu Hua che non poteva fornire dettagli tecnici, né rispondere per il mister Lippi: già campione del mondo e quindi incriticabile, leggeva un misto di bollettino meteo, regalava gadget fabbricati a Volla un paese del napoletano che si era trasformato nella nuova Hong Kong, e accettava scommesse sui successivi risultati della grande squadra. Andò tutto come previsto fino all’eliminazione in semifinale con l’Argentina. Anni dopo Xionel Me Xi, confessando a Gianni Minà tutta l’operazione “Crocevia”, disse che entrando in campo «si sentiva triste come il piazzale di un autogrill», tanto che quando Tevez – richiamato in nazionale con un referendum costituzionale che lo nominava anche ministro degli esteri – in tackle gli spezzò la caviglia, si sentì finalmente libero: ricordandosi un pomeriggio a Rosario nel quale sua nonna lo portò a comprare un gelato, invece che agli allenamenti. Il funzionario Yu Hua ora è un esponente della Lega Nord grazie al cambio di faccia, è geometra al comune di Mendrisio, e ogni tanto quando si ferma nei bar dopo le riunioni di partito ripete: «il calcio è tutto quello che c’è prima del gol», e poi racconta la storia di Yu Hua, dandosi del genio in terza persona; Ne Xuer disse alla commissione della FIFA che eseguiva solo degli ordini; il Po Cho Lavezzi è sindaco di Pechino; Grang Pe-Lee ha aperto una catena di gelaterie lungo la grande muraglia; Marcello Lippi sta girando con Paolo Sorrentino il film sulla sua storia; il dottor Lu Xun, invece, è il nuovo Bansky almeno a leggere il New York Times. La nazionale cinese di calcio ora è allenata da Fabio Capello: che nella prima conferenza stampa ha dichiarato di voler ripartire da Confucio e dai suoi schemi. La FIFA ha condonato la Cina per il maxi imbroglio in cambio della cessione a parametro zero di Ai Weiwei  e della comproprietà di Hong Kong. Il progetto “Crocevia” è stato archiviato da un breve discorso del presidente Xi Jinping, chiuso con un antico proverbio: «la pioggia disseta i campi e allaga le case, ma solo alla fine del temporale puoi contare danni e benefici».

[uscito su AgiChina]

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