Tutti i nomi allo Stadio

Quando il ragazzo spunta alle mie spalle dicendo: «sono Alex, posso stare con te? » – niente a che vedere col cuore – (ma per eludere la fila), gli rispondo: «certo, sono Matteo Cennamo, piacere», capendo che siamo ne “La coda” di Vladimir Sorokin. Fuori dalle gradinate, stadio San Paolo, Napoli – Sampdoria, la mia giornata da romanzo russo, per via di un amico inglese, è a metà strada. A tre uomini dai tornelli: guida un Caronte grasso che ci precede con il suo abbonamento, un mezzo panino con la mortadella, il rassicurante refrain: «stanno con me». Quelli che stanno con lui, siamo io e William, tifoso del Napoli per via del cuore, dei nonni e di Maradona (non in quest’ordine), e del Manchester per una questione di domicilio. Di solito viene in estate, quest’anno si è precipitato a sud, causa Lavezzi. Salutandomi con: «domani andiamo allo stadio?» E ci andiamo, anche se sono uscito dal tunnel del tifo, ho un debito da pagare: William mi aveva portato a vedere Cristiano Ronaldo. La seconda fila, dopo quella sulla tangenziale, è per il parcheggio, la terza per comprare i biglietti. Arriviamo allo sportello alle dodici e venti, e le biglietterie devono chiudere tre ore prima dell’inizio gara. Niente partita. Mentre William parte con una invettiva contro il modo di fare italiano, mi guardo intorno: dalla Facoltà di Ingegneria fino ai palazzoni che si alzano e fasciano il San Paolo, tutti troppo ricchi di marmo, troppo alti, mi pare di sentire la fretta della loro costruzione, la distanza tra stadio e città, sarà perché gli stadi inglesi sono perfettamente integrati con le città, ci leggo la differenza: il nostro è un spettacolo chiuso, che comincia nell’architettura. Nel luogo c’è la spiegazione: il mancato legame stadio-palazzi-città genera anche il vuoto tra calcio e festa. Intanto, William ha trovato Generoso Di Falco come da cartellino Calcio Napoli, con due biglietti per la Tribuna Nisida (nome d’altri, allo stesso prezzo o quasi) e la certezza di entrare: «appena se fa ‘o burdello». Cerco di scoraggiarlo, niente da fare. Paghiamo. Diventando Matteo e Gerardo Cennamo, con due biglietti omaggio per la lotteria dei tornelli. Il mio amico inglese ha un sorriso che nemmeno Cannavaro a Berlino, io la faccia di Tony Soprano quando scopre che uno dei suoi è un confidente dell’Fbi. Comincio a marcare il bagarino modello Gentile con Maradona, William conversa con un invalido che dice di essere il padre del nostro Di Falco, e non vuole sentire la mia diffidenza. Passano ragazzini abbronzatatuati con maglie Lavezzi, un padre litiga sul numero di accompagnatori per sua figlia down (maglietta Hamsik), lo stadio fischia – immagino – Cassano sul campo, arriva Mastella: due auto di scorta, De Laurentiis: una, un mucchio di gente si mette in fila serena, gli unici che invidio. Riconosco la mia sofferenza negli occhi di una coppia di Pozzuoli, lei pazza per Santacroce, lui: « non è Maldini». Anche loro hanno subito la trasformazione: sono Amato Roberta e Guarracino Raffaele. Torna William, la polizia sta strappando i biglietti omaggio come i nostri, ‘o burdello ce sta, Di Falco è scomparso, al numero che ci aveva dato non risponde, quelli che gli stavano di fianco, mi dicono: «mmò vene», oppure «chi ‘o sape». Alzo la voce col presunto padre, ottengo la comparsa di un mucchio di gente disposta ad aiutarci, a ricomprare i biglietti, a farci entrare nel secondo tempo. La passione di William ha messo insieme la coppia di Pozzuoli, un altro inglese in Erasmus, diventato Sergio Sommella, tutti seguono un omone grasso che mangia e parla, e per venti euro a testa, «le conoscenze costano», promette l’entrata sicura. Pagheremo sotto le gradinate, a confine superato. Eludiamo il primo passaggio: lato handicappati: «facite vedè solo ‘o biglietto, e dicite che state co’mmè». Nella seconda fila pre-tornelli ci infiliamo di forza, uno mi grida: «napoletano», manco fossimo in Canada, il resto: tace, perché conosce la situazione, è qui entra Alex per evitare l’attesa, come le auto che vanno dietro le autoambulanze. Qui, capisco di essere in una coda di gente che forse ha nomi diversi, biglietti di persone che non esistono, il loro silenzio è la complicità di chi conosce il metodo, siamo passati da Sorokin a Saramago. Quando il codice a barre del biglietto fa girare il tornello, ho la stessa sensazione di vuoto e inutilità che mi veniva dal superamento degli esami universitari. William paga il grassone che si congeda: «‘e mmò alluccate forza Napoli». Salendo le scale della tribuna Nisida, capisco che non ho nessuna voglia di vedere la partita.

[uscito su IL MATTINO, novembre 2008]

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