Maradona: il mito che non muore

Si potrebbe dire che non aveva niente e che arrivò ad avere ogni cosa: dando tutto a Napoli. Dove gli altri avevano preso, lui restituiva. Per questo il mito di Diego Armando Maradona non muore, anzi, rifiorisce ogni volta che ci rimette piede. In una città che fa il presepe e veste i santi, che crede ai miracoli e parla con i morti, dove il sangue si raggruma e si scioglie, dove le voci sono tante e gli appiccichi pure: Maradona è un punto fermo. Accettato dalla città come modello, inglobato, masticato e venerato. La sua immagine, appesantita e affannata, sta in una linea malinconica, tra Massimo Troisi e Pino Daniele, a fermare ad aeternum gli anni Ottanta. È tutto quello che resta a Napoli, non essendo ancora riuscita a scavalcare quella linea di nazione che aveva ancora gli ultimi scampoli di Eduardo, che vedeva Luciano De Crescenzo ironicamente spiegarla all’Italia, e Domenico Rea raccontarne il dolore e la vivacità. Eppure non è mai diventato un ricordo, nonostante lui provi in ogni modo ad affossarsi. A differenza di tutti gli altri non ha estratto dalle cave materne della città per portare fuori, no, le ha rimpinzate. Un percorso inverso, da straniero, come quello di Caravaggio, Leopardi, Ortese, Herling, ma con una popolarità enorme: basti pensare che una birra giapponese, l’Asahi, gli faceva girare uno spot da cartone animato sul Vesuvio. Entrambi inquieti, il sottosuolo napoletano e il corpo di Diego, uniti nell’idea giapponese di Napoli. Lui l’ha invasa, ricoperta, divenendo materiale di ispirazione, e quindi mito dal quale attingere. Un sogno solido in una città puntellata per il terremoto e scossa dall’eroina, dove, prima di Maradona, il viceré era Raffaele Cutolo. Il calciatore argentino scalza tutti, diventa una tesi infallibile ancora prima di sbarcare al San Paolo, la cronaca del suo arrivo è una serie tivù trasmessa su carta,  poi divenuta pure libri, che anima l’estate napoletana del 1984. Già a pronunciarne il nome “Maradona”, si socchiudevano gli occhi e si cominciava a respirare l’aria nuova, era il destino che si compiva, finalmente arrivava a risarcire un mondo dimenticato e che attraverso il calcio immaginava una riscossa sul Nord, sul paese, sull’altro mondo, quello più ordinato, meno colorato e che però correva lontano o almeno così sembrava a tutti. Già il suo palleggiare in uno stadio gremito, dal cuore sudamericano, diveniva l’enunciato di una tesi infallibile: la vittoria del campionato. C’era l’uomo che veniva a compiere l’impresa che non era riuscita a Omar Sivori, che era stata mancata da José Altafini, e che ancora non è stata ripetuta nonostante il gioco del Napoli di Maurizio Sarri sia il migliore espresso nella storia della squadra, figlia anche dell’illuminismo di Rafa Benitez. Però Maradona è lo straniero che porta Napoli in cima, la ricolloca, le dà una nuova geometria, sposta tutti i fuochi, scuote ogni tipo di linguaggio, ristabilisce priorità, anche perché dopo un anno di difficoltà – non senza quelle che Luigi Necco avrebbe detto con molto entusiasmo e guardando idealmente in direzione di Milano e Torino: “magie” – come da copione hollywoodiano o biblico (scegliete da che parte stare) cominciarono gli anni della sapienza siderale, della consapevolezza calcistica, estetica e soprattutto politica, e agli altri non rimaneva che scansarsi. Maradona è figlio di un paese specializzato nella produzione di miti: Carlos Gardel, Evita Perón, Ernesto Che Guevara, allevato sul campo della Estrella Roja e catapultato al Barcellona dopo aver innamorato quelli dell’Argentinos Juniors e convinto un hegeliano come Cesar Luis Menotti, ma ancora mancante di un luogo pronto a concedergli tutto, per poter diventare mito. Napoli è il contesto che gli permette di realizzare il progetto annunciato anni prima alla tivù argentina: giocare il Mundial e vincerlo. E lui per un attimo che dura anni le restituisce il titolo di capitale, mancanza che genera da secoli malumori e malintesi, e sulla quale si costruiscono ancora carriere e ascese. Per questo Maradona è un soggetto politico, perché è capace di regalare un traguardo a più livelli a Napoli, di soddisfare ogni espressione sociale e di unire quello che è diviso da sempre, giocando. Anni dopo a Buenos Aires, arriverà alle stesse conclusioni anche Emir Kusturica, dopo chiacchiere di generica condivisione su pensieri di sinistra, girando un film su di lui. Maradona a Napoli diventa l’unità di misura della fantasia, tutti copiano da lui. Perché è il principio capace di una concatenazione ineluttabile di eventi gioiosi inaspettati, più della riemersione di Pompei. Maradona è la vita nuova, la possibilità di uscire da sotto ai muri, esibendo – finalmente – l’orgoglio di essere diversi; poi su questo ci tornerà molto, giocando all’esule, alla vittima, al perseguitato, e invece era nella sua natura di ribelle, tanto che proprio questo giochino gli costa la credibilità quando il suo gran nemico Joseph Blatter si rivela essere quello che lui aveva cantato e Manu Chao poi suonato: “para gritarle a la FIFA /¡Que ellos son el gran ladrón!”. L’altra capacità di Maradona, oltre quella scontata del liderismo naturale in campo e fuori, con conseguente difesa di tutti quelli che gli garbavano, era quella di darsi in dono, offrirsi, come spirito, idea e soprattutto corpo agli altrettanti corpi femminili più o meno disposti a una schiavitù amorosa, e che spesso gli hanno ricambiato il favore in tribunale. Insomma la grande esistenza maradoniana non lascia niente indietro, compreso lo scandalo che sopravanza quelli sessuali: la droga, con lui che cancella ogni illazione, offesa e costruzione romanzesca, confidando anni dopo a Kusturica: “Emir immagina che giocatore potevo essere senza la cocaina?”. Eppure è la droga a rendere umano il calciatore che ha riscattato una guerra con due gol, uno da Mandrake con la mano e l’altro da James Dean: bruciando tutta la migliore gioventù inglese compreso il portiere Peter Shilton, una lunga corsa a zig zag nella storia nel calcio che incollava ai suoi piedi il meglio visto per i campi del mondo e ne faceva un collage picassiano in una giornata messicana. È il Gigante, quel gol lo dice ogni volta, lo scrive negli occhi di chi guarda e nei ricordi di chi c’era, e poi torna a Napoli, per vincere il primo scudetto della storia partenopea, tirando via gli Agnelli, e ogni previsione. Tanto che poi quando lo mancò negli anni successivi sembrò strano a tutti, come se ormai fosse normale vincere uno scudetto in Italia, e risarcire il bis – che comunque sarebbe arrivato – con una coppa Uefa. Il secondo scudetto arrivò per stanchezza, la sua, che ormai era altrove come dimostrarono le lacrime all’Olimpico di Roma, dopo aver perso la finale del mondiale – ingiustamente – contro la Germania, con il suo allenatore Bilardo che manda Goycochea a coprirlo, un gesto da Senato romano, che il pubblico non veda l’imperatore piangere disperato la sua occasione perduta. Poi ci fu la positività, la lontananza da Napoli, i tentativi di ripresa, l’imboscata del mondiale americano che uno come Manuel Vázquez Montalbán  aveva fatto in tempo a predire: usare l’icona per attirare gli sponsor e poi sbarazzarsene con un dettaglio, quell’efedrina che tante lacrime riportò sul suo volto: Ma quante volte l’abbiam visto piangere? Forse più di James Dean, Bob De Niro e Marlon Brando messi insieme. Un lungo esilio, che lo vede bordeggiare la morte due volte con prepotenza e chissà quante altre con piccoli colpi, non registrati dalla stampa, non raccontati, tocca il fondo, e risale quando ormai sembrava destinato a una fine garrinchiana. La seconda vita è all’insegna della saggezza: sopravvivere per raccontarla – la vita – e, quindi, prima in tivù: “La noche del Diez”; poi al cinema: “by Kusturica”; e dopo sul campo: allenando l’Argentina, ma nonostante i riti e l’erede quel Messi(a) che non riesce a ripeterne le imprese fuori da Barcellona, non si rivede nessuna finale mondiale, anzi, si esce troppo presto sotto gli occhi dell’altro mito Nelson Mandela. L’icona torna tenera e indifesa, e sceglie di smarrirsi a Dubai, annegando nell’ozio e nei soldi, allena, poi no, poi sì, poi decide per il patriarcato con video-messaggi per i social. Ma nemmeno tutto l’oro del mondo ucciderebbe il pirata, la sua inquietudine, e, allora, eccolo ogni tanto sussultare, promettere, immaginare, nonostante il modulo da firmare, il contratto da rispettare. Rimanendo un sentimento profondo e misterioso, una distrazione astrale per Napoli, come una cometa, che passando ricorda a tutti che c’è stato un tempo diverso, e, che, quell’ala irrazionalista e vittoriosa, c’è ancora, vive, e custodisce il mistero della gioia data e avuta.

[uscito su IL MATTINO]

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2 thoughts on “Maradona: il mito che non muore

  1. […] non vincerà mai il mondiale se Messi non passa al Napoli come Maradona o fin quando gli allenatori della nazionale argentina non impareranno i suoi libri a […]

  2. […] Barcellona e Napoli fanno parte della geografia maradoniana, non è un caso che il Barça appena saputo della sfida di Champions League abbia messo in rete un video con Diego Maradona e Lionel Messi che immaginificamente giocano con la stessa maglia dribblando il tempo. Ma il tempo di Maradona a Barcellona non è stato felice come quello di Messi, il tempo felice di Messi a Barcellona ricorda quello di Maradona al Napoli, in un rovesciamento borgesiano. Fin dall’inizio delle due stagioni spagnole (1982-83 e 83-84) con l’esordio al mondiale – poi vinto dall’Italia – Maradona, carico di aspettative catalane, aveva appena firmato passando per otto milioni di dollari, una cifra mai vista, dal Boca Juniors al Barça: deluse alla prima partita contro il Belgio, illuse con due gol contro l’Ungheria, fu picchiato nella partita contro El Salvador e poi in quella contro l’Italia da Claudio Gentile e fu espulso contro il Brasile. Bilancio: un mondiale di frustrazione. Non andò meglio a Barcellona, con una epatite virale, il più grave infortunio della carriera col basco Andoni Goikoetxea che gli entra sulla caviglia – «sentii il rumore come di un legno che si spezzava, e poi capii» –, le convalescenze, il cattivo rapporto con l’allenatore tedesco Udo Lattek – poi sostituito, per la gioia di Diego, da César Luis Menotti –, le liti al limite dell’incompatibilità con il presidente Josep Lluís Núñez e la droga: «cominciai lì e nella maniera peggiore: quando uno ci si trova, in realtà vorrebbe dire di no ma finisce per sentire se stesso dire di sì»; in mezzo ci furono anche delle giocate alla Houdini e dei gol strabelli come quello al Real Madrid con Maradona che balla sulla linea di porta e soprattutto fa ballare il difensore madridista Juan Josè o la palombella alla Stella Rossa di Belgrado recitata anche ad Emir Kusturica. Non funzionò e non lo trattarono bene, tanto che Messi e gli altri argentini possono dire di aver beneficiato di un trattamento migliore per il senso di colpa generato dalle stagioni che Maradona disputò lontano da Barcellona. Tutto quello che non andò è sintetizzabile con la storia che anni dopo raccontò lo stesso Maradona: prima della Coppa del Rey nell’83, Maradona e Bernd Schuster erano stati invitati alla partita d’addio di Paul Breitner, ma la società non voleva che andassero, e così Diego trascinò il compagno tedesco nella sede della loro squadra per essere ricevuti dal presidente Núñez e farsi dare permessi e passaporti, e, invece, il presidente si fece negare, e Diego guardandosi intorno ebbe una idea da bambino, disse: «Bene, fin quando lui non esce col mio passaporto io rompo trofei», e cominciò afferrando El Trofeo Teresa Herrera – cimelio del più vecchio torneo spagnolo – lanciandolo e rompendolo, mentre Schuster urlava: «Tu sei pazzo», e Diego rispondeva: «Sì, sono pazzo perché non tirano fuori il mio passaporto, e più passano minuti più trofei lancio». Andò a finire che Núñez uscì e gli restituì il passaporto ma non servì perché gli negarono il permesso di andare alla partita. E nonostante questo il Barcellona vinse la Coppa del Rey, contro il Real Madrid di Alfredo Di Stefano e Stielike. Anni dopo Diego dirà nella sua autobiografia di amare Madrid più di Barcellona, cercando di allontanare quegli anni, di cancellare la nascita del clan Maradona – così i giornali chiamavano il suo giro– e facendo di Núñez un Ferlaino al ribasso: «non era nemmeno catalano ma basco» e arrivando ad essere più feroce di Montalbán con la città che si stava trasformando per le Olimpiadi. L’ultima partita col Barcellona – 5 maggio 1984 –contro l’Atletico Madrid finì in rissa. Aveva scelto di andarsene, lasciando un contratto in bianco, contro l’idea di restare del suo agente Cyterszpiller, aveva scelto Napoli. […]

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