Il ritorno

Da quando era uscito di galera, Funiculì Funiculà, se ne stava tranquillo tra un disco di Sergio Bruni e una sfogliatella. Riguardava la sceneggiata, rileggeva le poesie di Ferdinando Russo, aveva persino ripreso a collezionare le cartoline vista golfo, i pastori e i ciucciarielli in ceramica. Verso mezzogiorno giocava con lo strummolo, accendeva qualche stellina per i natali passati in carcere, e nel pomeriggio indossava la maschera di Pulcinella. Tutto scorreva come un tempo, la cura aveva funzionato, lui aveva capito gli errori, senza rinnegare le radici. Aveva declinato gli inviti dei neo-borbonici, si era tenuto alla larga dal Gambrinus, non aveva potuto che commuoversi rivedendo il Vesuvio, ma con una compostezza che davvero faceva di lui uno dei pochi detenuti restituiti alla normalità. La morte di Sivori era stato un duro colpo, e non aver dovuto affrontare la cessione di Higuain lo aveva messo al riparo da una pericolosa ricaduta. Ogni sera andava in commissariato a firmare, e girava per Napoli con i tappi nelle orecchie per non essere offeso dai suoni della modernità. Sguardo basso e camminata svelta per quanto gli acciacchi consentivano. Funiculà stava andando alla grande, era anche stato al cimitero per la visita ai suoi esempi, aveva fatto dire una messa per Raffaele Viviani, la sera sgranava il rosario dei suoi miti distribuendo eterno riposo, ed era riuscito a trovare dei taralli che gli ricordavano la sua gioventù. Non sapeva nulla di Gomorra né scritta né filmata, per evitare nervosismi e incontri sbagliati si faceva giocare i numeri al lotto dal portiere, che, nonostante fosse un indiano, conosceva Murolo a memoria, e questo lo aveva messo in salvo dal silenzio e dai pericoli. Bisognava aprirsi, ma con moderazione. Il ragazzo teneva una educazione che sembrava uscita dagli anni di Funiculì, tanto che il vecchio ogni tanto gli passava qualche dritta, gli diceva che cosa ascoltare, e quello se ne tornava felice; certo l’accento non era granché, ma la buona volontà era tanta. Gli aveva anche portato un cardellino che Funiculì aveva battezzato Nanniné. Ogni tanto acchiappava un ambo, e gli bastava per rallegrarsi, intanto l’indiano prendeva confidenza, fino a quando il ragazzo in uno slancio d’affetto, e sentendo la città impazzita dietro a quella storia, aveva detto al Signor Maniaco della serata di Maradona al San Carlo. La prima volta, con un leggero giramento di testa, Funiculì, aveva abbozzato, ma alla seconda – carica di particolari – gli era montata la rabbia, nemmeno afferrare la busta dei taralli freschi e portarla al viso come sali era servito. C’era una sola Napoli da rimpiangere: la sua. L’indiano aveva visto il vecchio trasformarsi, trovare una agilità che non pensava potesse avere, e accompagnarlo alla porta senza dirgli nulla. Il resto era venuto da solo, in un attimo, quella notizia, lo aveva riportato al Festival di Napoli, e alla sua vecchia missione.

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One thought on “Il ritorno

  1. […] Lei non conserva ricordi di quando giocava, ed ha cambiato vita diverse volte. Che consiglio darebbe a una città come Napoli che vive di nostalgia? […]

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