L’uomo che parlava col suo piede

Non c’è bisogno che tu esca: ascolta, è semplice, che cada la pioggia o ci sia il sole, bisogna che io e te ci spingiamo lontano, oltre le folle, le piazze, le città, qui: in questa stanza, dove tutto è identico e per questo difficile da capire, anche illuminando non se ne viene a capo, ma questo è successivo, ora, abbiamo altre cose da risolvere, tra ombre e screpolature, calzini e scarpe, a noi tocca la complicità, è inutile che fai quello sguardo inflessibile, fermandoti e cercando una separazione che è impossibile, non puoi nemmeno continuare a camminare così a caso, guarda guarda la punta della scarpa come poggia sulla terra sabbiosa, certo siamo in una stanza, ma immagina, che ci vuole, dai suo uno sforzo, ecco, no, non tremare e fai un giro, oh, vedi che era facile, quattro numeri su una riga, seguendo regole che conosci, tutto sommato, niente di estenuante, che poi hai fatto di peggio: colmando distanze, scavalcando tristi significati e piegandoti hai accettato lunghe deviazioni; certo ti sei anche perso in vie sventrate simili a campi arati, ma poi, senza panico hai ritrovato i tuoi passi, evitato le crepe, rimettendoti a saltare, e portando a casa anche una elegante cicatrice che ti faceva vissuto, che raccontava la tua ragion d’essere: girovagare, quasi felice, in cerca di ulteriori possibilità e guadagnando un ammollo in una bacinella d’acqua piena di promesse alle quali non credi più; uscendone fortificato, sentendoti lo spigolo d’una prua di una grande nave, e pomposo, tracotante, ti rimetti a guardare il mondo, a cercare la tua onda, mentre attendi un chiarimento, la risalita di un ricordo, poi, certo, a volte non pensi a nulla e aspetti solo che io fumi la mia sigaretta dicendoti quello che bisogna fare, la direzione da prendere, e tu: diventi il bersaglio della cenere, mentre io chiedo informazioni stradali; e dopo ti lasci trascinare in una nuova condizione di avvent

 

[grazie a Pellegrino Palmieri e al catalogo portatile dei suoi pazzi d’infanzia]

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