Come ha fatto a far punto da quella posizione?

Oltre la fisica e il tempo, Roger Federer trasforma la sua partita in uno scavo archeologico, ritrova se stesso e il suo tennis, battendo quella che era l’ossessione freudiana: Rafa Nadal. E piange. Mostrando una incrinatura nella figura di samurai con la racchetta, lasciando intravedere una sensibilità terrena sotto i suoi colpi bastardi che partono dal suo braccio – che incrocia Mozart e i Metallica come scrisse David Foster Wallace – e avvolge e suona ogni singola pallina. Il resto lo dicono i numeri: 18esimo slam a 36 anni. Tutto in lui è geometria dai movimenti alle diagonali che scava sul campo, dalle rette improvvise che colgono di sorpresa Nadal ai suoi servizi che disegnano paesaggi dentro i quali si perde chi riceve. Mentre tutti gli altri si chiedono “Come ha fatto a far punto da quella posizione?”. Perché ogni gesto di Federer è la generosa ricerca di una alternativa al consueto lungo una linea divina, dove persino le sue sopracciglia si alzano in sincrono con i suoi rovesci, in un sistema che incrocia la meccanica con la volontà e il talento. La sua matrice è un ossimoro: la potenza elegante, un carro armato che si muove come un cigno, e ancora non basta, perché la grandezza di Roger sta nella sua mutabilità, anche con Nadal, gli ha rinfacciato l’aggressività, restituito l’ossessione sotto rete, e infine l’ha stracciato con la fantasia: disperdendola in tanti piccoli colpi beffardi. Impenetrabile, soddisfatto, magnifico e finissimo, non si lascia mai compromettere dall’emozione come non si è lasciato vincere da un anno orribile – il 2016 – di sofferenza e sconfitte, che si è rivelato un anno di riposo per compiere l’impresa inaspettata. Dovrebbe andarsene adesso, mentre tutto il mondo rivede i suoi servizi e tutti si stanno dicendo pronti ad avere la febbre per tutta la vita per uno dei suoi soliti dritti (volendo citare Beppe Viola su John McEnroe). Lui che da quando aveva vent’anni già stava sulle teste di tutti e nella storia del tennis, galleggiando nella gloria, ed ha avuto tutto il tempo di trasformarsi in una “esperienza spirituale” sempre secondo DFW, applicando un corpo da tempio greco al gioco del tennis, muovendosi quindi con una grazia leonardesca, persino quando i suoi colpi trasudano furore, persino quando – come nel caso di questi Australian Open – i suoi rovesci diventano cannibali in azione su Nadal. Federer non colpisce, ma scava spazi, negli anni questo metodo è apparso evidente anche a chi ha guardato i suoi match come si guardano certe mostre d’arte, vedono certi film e leggono certi libri: perché ormai è obbligatorio, il tennista svizzero è uscito dai campi da tennis per entrare nei saggi e nelle conversazioni, è andato oltre le palle di servizio per divenire uno dei corpi da conoscere, perché icona, perché interprete del suo tempo, e proprio perché laterale a questo. È il più grande tagliatore di palle mai apparso sotto rete, per riprodurre i suoi effetti ci vorrebbero i manga giapponesi, solo la poesia di Hayao Miyazaki potrebbe ricostruirne la molteplicità di sguardo e azione, movimento e compromissione psichica generata nell’avversario. Che lui frusta e castiga, frusta e riduce in schiavitù, persino quando a perdere è lui. Ogni suo match è una opportunità per tutti, di rivedere la bellezza primordiale che ha abitato pochissimi uomini e donne, e spesso è stata vista da pochi. Federer no, si espone, vive di una epica che si spande e apparecchia sul campo e che sparisce fuori. È la Svizzera delle casseforti che ha uno stupore limitato, che ti lascia con un mucchio di domande e in attesa della prossima (im)possibile visione. Oltre alla NASA e pochi altri posti, è in Federer che c’è la minima distanza dalla perfezione, bisognerà studiarlo per questo, sempre che smetta di giocare e si lasci raccontare. Bisognerà capire come sia stato possibile che abbia anche perso, e non tanto con Nadal, ma con Novak Đoković, come sia stato possibile che la sua reattività abbia avuto anche dei cali, e la sua tirannia sui centimetri dei cedimenti. Il resto è roba da antichi sciamani, tanto che lui nemmeno se ne rende conto quando lo racconta: «Io sento, quando qualcuno sta per colpire la palla, di sapere con che angolo e che effetto, semplicemente mi sembra di averla già vista. E questo è un enorme vantaggio». Riuscendo ad anticipare gli eventi, mettendosi in una posizione di vantaggio, salendo uno scalino sopra il proprio avversario. È l’atleta solido, che sembra una invenzione cinematografica: con colpi satanici a ripetizione all’interno di una grammatica bianco-angelica, una cattedrale imbrattata da Basquiat, con luce ovunque e che scrive sempre l’ultima parola.

Foto di Tom Jenkins

[uscito su IL MATTINO]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contrassegnato da tag

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: