Il muro

A destra il deserto. A sinistra pure. In mezzo un muro. Da una parte, a poche miglia dal muro, una fattoria, dall’altra un uomo in fuga. La fattoria è bassa, fatta di mattoni, ha uno steccato che ne segna la proprietà. Dentro c’è una donna. Un tempo bella, ora solo indaffarata. Bada ai figli e alle bestie nello stesso modo. Aveva altri progetti, non voleva finire in un deserto con una frontiera a farle da davanzale. Cucina, guarda la tivù e ogni tanto fuori dalle finestre. Non aspetta nessuno, ma quella alla sua destra è pur sempre una frontiera. Il marito sta tutto il giorno fuori, i figli uguale. Il sole è già alto e si fa sentire. Lei ha un ventilatore che le asciuga il sudore, la tivù che le racconta il suo paese. Non aspetta nessuno, ma quella alla sua destra è comunque una frontiera. L’uomo ha pochi capelli e la pelle scura di troppo sole preso. Scappa dal suo paese. Si è lasciato un uomo morto alle spalle. Ha notato il varco, ha atteso i turni delle guardie. Ora è dentro, fra il muro e il turno delle guardie. È passato. Corre a perdifiato. La donna prepara una torta e ascolta alla tivù le storie di un talk show. Non guarda lo schermo ma sente i racconti. La ricetta è nuova, lei non crede che ne verrà fuori un buon dolce. Ma va avanti. Prepara la sfoglia, ogni tanto getta lo sguardo oltre la finestra, infilando i suoi pensieri lo sguardo e il malumore lungo la strada che porta al muro. Non lo vede, la strada si perde nell’orizzonte, ma lei conosce il posto. All’inizio ci andava spesso con il marito a guardare quel muro. Le frasi della tivù la riportano alla sfoglia. Resta ancora qualche minuto alla finestra, non aspetta nessuno, ma quella alla sua destra è pur sempre una frontiera. L’uomo ha il cuore in gola, ma sa anche che i soldati lo possono ancora vedere. Immagina la scena, i cani che lo inseguono, la jeep che lo affianca, sente anche il calore del primo colpo che si unisce a quello dell’aria. Corre di più. Gli è sembrato di scorgere un’ombra e questo lo ha scosso. Corre e non si volta, non vuole sapere se è vera o ha confuso. Corre, non pensa a nulla. Corre e non sente il vento sulla faccia. Fa caldo, molto caldo. Il ventilatore gira emettendo solo un sibilo che, coperto dalle parole della tivù, scompare. La donna beve, ha le mani sporche di farina ma non ha voglia di pulirsi, il bicchiere raccoglie le sue impronte. I suoi occhi sono di nuovo sul deserto. Il cane abbaia, deve essere passato un uccello. Non c’è vento e non ce ne sarà, si ripete l’uomo. Da due giorni non mangia e non beve. La fuga è una cattiva compagna. Meglio questo che il carcere e il resto, si dice ogni volta che lo stomaco reclama. Si morde le labbra secche e si gira, questa volta. L’ombra non c’è. Lui è fermo. Può rimanere così per poco. Rialza la testa, scorge la fattoria. Riprende la corsa. Non è prudente ma deve provare. La donna ha terminato il dolce che dorme nel forno. è seduta davanti alla tivù. Ha da poco guardato fuori, non c’era nessuno. Non che si aspettasse qualcosa, ma quella alla sua destra è comunque una frontiera. L’uomo ha superato lo steccato con il cane che abbaia ringhioso. Ma, dopo due notti nel deserto, quello non mette paura. Ha scorto la donna seduta a guardare la tivù. Potrebbe entrare e tentare di immobilizzarla. Mangiare e cercare un mezzo per scappare. C’è una jeep fra il cane e quello che sembra un fienile. Forse è sola in casa. Ma se poi torna qualcuno? Deve uccidere anche qua? Questo è un altro stato. I suoi reati sono rimasti dietro il muro, e quello non si vede più. Fa il giro, bussa alla porta. La donna è percorsa da un brivido. Non aspetta nessuno, voi sapete cosa c’è alla sua destra, lei ora ha paura. Si alza. Si lava le mani, asciugandosele si reca alla porta, chiede: «Chi è?».

«Mi sono perso, posso avere un boccone e un po’ d’acqua?».

«…».

«Non ho cattive intenzioni, venga alla finestra mi guardi in faccia, apra per carità».

«Si allontani dalla mia casa o le sparo».

«Ma … vengo da due giorni e due notti nel deserto».

«Se ne vada».

«Sarei potuto entrare dalla finestra, costringerla a darmi quello che le chiedo… per carità!».

Visto il silenzio, continua: «Non sono armato e le sto solo chiedendo aiuto».

Ma la donna non risponde. Si dirige verso il muro dei fucili, ne carica uno.

L’uomo torna alla finestra, ancora aperta, vede la scena e riprende a correre. Sente le urla della donna, ma non capisce bene cosa dice. Non ha molte forze, ma seguita a correre come prima: senza voltarsi. La donna prende l’auto e poggia il fucile in verticale fra l’altro sedile e lo sportello. Non ha bisogno di fare molta strada. Lo tiene. Arresta l’auto e prende il fucile. L’uomo corre ancora senza voltarsi, anche se ha sentito i rumori dietro di sé. La donna scende dalla jeep, imbraccia il fucile, prende la mira, trattiene il respiro e spara. Il primo colpo gli passa di fianco. Il secondo si pianta in una gamba, il terzo nelle spalle. Rimette il fucile fra lo sportello e il sedile, con una brusca manovra gira l’auto e rifà il percorso al contrario. Il sole stava calando, il dolce doveva essersi bruciato.

 

[tratto da “In corsa”, l’ancora del mediterraneo, 2004]

a valentina nocentini

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