La fidanzata di Lenin

Penso che i paesi abbandonati siano i lunedì di Dio. Sono ritornato a vederne due, nella provincia di Salerno: Romagnano al Monte e Roscigno Vecchia, il primo lasciato dopo il terremoto dell’ottanta, il secondo in seguito a diverse frane ha preso a svuotarsi all’inizio del secolo scorso, non voglio farvi la storia, che in molti conosceranno già, voglio ragionare sulle rovine, partendo da Ruskin passando per la lingua ebraica con Amos Oz, per l’arte dell’artista cinese Song Dong, per la fidanzata di Lenin in soffitta, per arrivare a come reagiamo davanti all’autopsia di un posto. È un discorso lungo, cercherò di metterlo giù con chiarezza. Partiamo da Ruskin, un critico importante, che scrisse: la composizione è l’ordinamento di cose disuguali. È così che nascevano i paesi, per ordine di cose disuguali davanti a un imperativo comune. La domanda è come invece si dissolvono, sì, certo, per ragioni pratiche, un terremoto, una frana, ma quanto pesa il dissolvimento, e cosa rimane di noi in un posto? Ammetterete che si tratta di una curiosità non da poco, per dire quando sono entrato in una casa di Romagnano al Monte e mi son trovato sopra la testa un giornale che raccontava di Lenin e della sua fidanzata, e ho pensato: ma tu guarda. A parte che non avevo mai pensato a Lenin in modalità fidanzato di, e la cosa mi è apparsa come se tutta la storia dell’Unione Sovietica vista dal lato della fidanzata di Lenin potesse essere molto più interessante, a parte che io un libro così, “La fidanzata di Lenin” lo comprerei subito e lo scriverei pure (potrei anche farlo, anzi lo farò, ma prima lo farà A.D. Miller, potete giurarci), poi mi son detto: perché non c’ho pensato prima? Ecco, tutto questo per arrivare a dire che andare in un paese abbandonato aspettandosi un vaso vuoto, possa, invece, essere una rivelazione. E, uscendo da quella casa priva di finestre, con una scala che aveva una ringhiera ricavata da una rete di letto e con un forno sfondato in un angolo, mi sono ritrovato in piazza ed ho visto un edificio nuovo, sì, perché a Romagnano hanno ripreso a costruire, con i soldi della comunità europea e un po’ quelli regionali (che detto tra noi a me i soldi della comunità europea fanno pensare alle partite di cocaina tagliate male). E infatti l’edificio («un info-point» mi dirà il vicesindaco, mentre pensavo: un info-point nel vecchio Far West contadino?) mi ha fatto pensare alla lingua ebraica e all’uso che ne fa Amos Oz, che è il contrario di quello che a Romagnano hanno fatto col paese abbandonato. Mi spiego, Oz in una intervista di qualche settimana fa diceva: «abbiamo una lingua che è un miracolo degno di essere esplorato continuamente. Per diciassette secoli l’ebraico è stato una lingua morta, come il latino o il greco antico, ma circa centoventi anni fa è tornato a vivere. Oggi le persone volano sui jumbo in ebraico, fanno i chirurghi in ebraico, lanciano i satelliti in ebraico». Poi, andava avanti con delle osservazioni tecniche che a noi adesso non servono, chiudendo però con una osservazione che ci interessa: «in questa lingua in perpetua evoluzione, l’eco della Bibbia resta ovunque». Adesso non so voi, ma io passando dalla casa in pietra e legno (sfondata) a quella in cemento (integra) ho pensato a questa cosa qua, solo che ad usare la lingua non c’era Oz, e si era persa anche l’eco della Bibbia. Ho girato il paese, parlato con gli operai che stavano anche ricostruendo la casa comunale, e avrebbero fatto uguale con la chiesa, e l’ultima volta che c’ero stato (8 anni fa) non c’erano le case ricostruite, era un vero paese abbandonato, non un ibrido come adesso. Potevi sentire l’assenza della vita, l’effetto scatola di biscotti vuota, potevi immaginare attraverso la contiguità molte trame, anche se tutto era stato portato via, non c’erano oggetti, niente di niente. E qua arriva Song Dong, mentre andavo a Roscigno Vecchia, dove invece gli oggetti li han conservati, c’è un progetto diverso, anche una maggiore bellezza delle costruzioni, però lì l’artificio si sente anche di più perché ci capisce che c’è solo l’imperativo della memoria. L’artista cinese nella mostra “Waste not” al Barbican Centre di Londra, ha sistemato cinquanta anni di oggetti di sua madre: Zhao Xiangyuan, una lista materiale di tutto quello che le è passato tra le mani, sul corpo, davanti agli occhi. Ne viene fuori un puzzle che dice: giorni in fila. Con sottofondo di pentole, mestoli, bottiglie, coltelli, giornali, scatole, tappi, giocattoli, elettrodomestici, vestiti e tutto quello che vi possa far dire quando lo incrociate al mercato dell’usato: chissà chi c’è dietro. Capite? Qua torna Ruskin: la composizione è l’ordinamento di cose disuguali. Il problema è che a Romagnano non ci sono oggetti e a Roscigno non c’è la mano di Song Dong, il risultato sono due vuoti diversi. Perché la sopravvivenza delle cose è un romanzo materiale, per nulla rumoroso che si deposita con lentezza attraverso i nostri gesti quotidiani, accompagnati da oggetti non di pregio, seriali, a volte nemmeno colorati anche se col tempo c’è stato un miglioramento nel design delle cose che ci circondano. La sopravvivenza, talvolta, sta persino in una forchetta, come il salto intero del mondo in una vocale. Gli oggetti ci dicono della sopravvivenza quotidiana, quando persino la conquista del minuto successivo appare impossibile, a vederli stesi e in fila tutti quei motivi – che nell’assenza degli altri e nella compagnia delle cose si sono addensati – e dicono del dolore di essere soli, di come il ricordo sia un punto di valore nascosto in fondo a una forma che proprio non ci aspettavamo comparisse, perché era la stessa che vedevamo l’attimo prima di uscire, il minuto dopo rientrando. Un cardine, indifeso e centrale, di quel tempo sprecato che chiamiamo di trascurabile interesse, come un paese abbandonato.

[uscito su IL MATTINO, nel novembre 2012]

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