Il frigorifero del poeta

Il frigorifero del poeta è un pigiama con le pulci. La sua casa un ex stabilimento industriale. L’ultimo pasto: zuppa di pesce. Ha un cancro allo stomaco, finestre luminose su strada affollata, poche parole ancora e lo spirito ucciso dagli stupefacenti. Con un’aria di felicità invisibile sapeva rievocare le piccole cose, accettare il caso, ridurre la vita in un rigo. Diceva che: «per entrare nel corpo del mondo bisogna rinunciare al proprio». L’aveva fatto. Meditazione. Di uno spirito superiore, parlavano i critici andandogli dietro. «Il successo genera consenso, il consenso non sempre se ne intende di libri», replicava lui. Sulla tovaglia che accompagnava la zuppa di pesce c’erano i suoi ultimi versi, ma più che una poesia sembrava un algoritmo esploso, si capiva poco, scriveva della presunzione che genera il dolore, della somiglianza con gli altri, smagriti e urlanti, sopraffatti dall’ombra. Il resto, solchi.


[photo di Mark Menjivar]

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