Lampedooza mon amour

Lungo, sinuoso, il negro, stava in piedi sulla tavola da surf, e sembrava guidare gli altri. Una apparizione. In bilico sulle onde, c’era quella che poi venne chiamata la prima ondata migratoria in surf. Stavano piantanti sul mare, nero su blu. Noi, a Lampedooza, pensammo: è come respirare in mezzo alle lacrime; loro, invece, ridevano, a proprio vantaggio. Era la grande trovata della gioventù africana, e nessuno sapeva come avevano appreso il surf che li aveva emancipati dai barconi e quindi resi liberi in mare come in terra. Il surf creava una anomalia, spostava tutto. Il Mediterraneo da tomba diventava giostra, scompariva l’apprensione e appariva – improvvisamente – il divertimento. Poi sarebbe venuta la scoperta della scuola di surf libica, creata da William Finnegan, e il racconto, l’arresto, le fughe, ma priva arrivarono le prevedibili proteste dei leghisti e a seguire quelle inaspettate dei cuori sensibili, i nuovi arrivi fregavano entrambe le posizioni e creavano un varco anche nella giurisprudenza: le tavole da surf andavano considerate come imbarcazioni? E lo spostamento in cerca delle onde: era tecnicamente una migrazione o no? E il fatto che arrivassero ridendo e non più piangendo, come andava letto? Erano la nuova faccia del turismo? La tivù e i giornali ne discussero a lungo, anche i due rami del parlamento, e d’un tratto documentari come “Fuocoammare” invecchiarono nel giro di una settimana – nonostante l’Oscar. Gli sbarchi avvenivano a raffica, prima molti ragazzi poi anche ragazze: man mano che Finnegan le addestrava e lanciava in mare, pronte per Lampedooza. E alcuni tornavano anche indietro, altri, invece, dicevano di voler raggiungere le Azzorre. L’isola italiana diveniva una spiaggia non più di provvisorietà, ma un appoggio hawaiano tra un’onda e l’altra, tanto che molti della marina militare italiana cominciarono a prendere lezioni di surf, affascinati dalla filosofia che possedeva la gioventù africana. Se la politica e i media non sono apparsi pronti, figurarsi il cinema italiano: ammutolito davanti a una storia simile, nessun regista aveva epica sufficiente per raccontare gli africani in surf, tra la disperazione dei produttori; la narrativa nemmeno a parlarne, nessuno aveva previsto il cambio antropologico e di mezzi nel salto dall’Africa a Lampedooza. Anche il Papa è apparso stupito, durante l’Angelus, dicendo: «non li avevo riconosciuti». In effetti il prossimo in surf destabilizza, che sia bisognoso o meno. Perfino Mattarella ha commentato: «è tutto abbastanza strano». E Gentiloni gli ha fatto eco: «Sì». Al momento l’Italia e l’Europa non sanno che fare, tranne Marine Le Pen che ha dichiarato: «a zigzag o dritti, in piedi o seduti sono clandestini e vanno abbattuti. Mi vergogno per loro, impiegare i propri risparmi in una tavola da surf e soprattutto abbattere i già pochi alberi africani per praticare uno sport da californiani». Salvini ha aspettato la traduzione delle agenzie, e che Giorgetti gli spiegasse la storia degli alberi africani, diversa dalle palme in piazza duomo e poi ha twittato: «anche io, anche io come dice la Le Pen». Il ministro Minniti si è concentrato sugli aspetti tecnici: «Tutti gli anni dispari sono buoni». Beppe Grillo ha scelto la sobrietà: «Bisogna sequestrare quelle tavole da surf e darle ai tassisti romani, che pagano le tasse». Berlusconi la malinconia: «Anche Weah faceva surf». Emiliano prima di commentare ha chiesto cosa avesse detto Renzi e siccome non c’erano commenti ha scelto la sobrietà del silenzio. Intanto a Lampedooza tutti i ragazzini vogliono fare surf. Sky pensa a un talent show sul surf, e la Endemol vuole fare “L’isola dei famosi che fanno surf”, Maria De Filippi ha già preso casa alle Hawaii e già distingue le onde destre da quelle sinistre, tra l’apprensione e lo stupore di Maurizio Costanzo che la guarda da una telecamera personalizzata. Repubblica ha annunciato che da domenica prossima regalerà il manuale per imparare a surfare al posto dell’Espresso, con il racconto inedito di Saviano: “Io che facevo surf con un tabellone dell’Algida nei giardini della reggia di Caserta”. Il Corriere della sera ha mandato Severgnini in Florida tra gli esuli cubani per un reportage dal tema “perché non c’avete mai pensato?”, e Rizzo e Stella in California per svelare i segreti delle tavole da surf, la casta dei surfisti. Alberto Arbasino, dal salotto di casa sua, ha mandato una letterina di 67mila battute al Foglio, dove racconta di quando si faceva surf a Fregene, e Pasolini commentava con la Fallaci, dopo aver cavalcato un paio di piccole onde, la nuova moda dell’estate, che Alberto aveva importato dalla California, preferendo poi la crema Nivea al sudore del salire e scendere dalla tavola, complice l’instabilità del mare.

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2 thoughts on “Lampedooza mon amour

  1. rodixidor ha detto:

    Allegramente poetico.

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