Capitani coraggiosi (e non) in vari naufragi

Il coraggio non è mai un obbligo ma una scelta, che ci aspettiamo dai padri e dai capitani. Una scelta che a volte richiede incoscienza, altre senso di responsabilità. Il mare, poi, è sempre stato complice dell’irrequietezza degli uomini, svelandone il meglio e il peggio in pochi istanti. E le navi, pure quelle più grandi e sicure, mostrano sempre una specie a disagio, la nostra. Se oggi Joseph Conrad scrivesse “Lord Jim” passerebbe per una storia assurda.
In meno di due anni abbiamo visto tradire la più alta delle regole di mare (che dovrebbe essere tatuata nei pensieri di chi assume il comando di una nave, oltre che ne codici di navigazione): il capitano è l’ultimo ad abbandonare la nave quando affonda. Invece, prima Francesco Schettino, ex capitano della Costa Concordia e poi Lee Jun-seok, capitano della nave Sewol, che è affondata al largo delle coste meridionali della Corea del Sud, hanno abbandonato le rispettive imbarcazioni. Lee è stato arrestato, Schettino è sotto processo con accuse di naufragio, omicidio colposo plurimo e abbandono di nave in pericolo. Qualunque siano i loro motivi, voltano le spalle a una consuetudine, e a molti capitani che le hanno tenuto fede: alcuni annegando con la propria nave, altri scendendo per ultimi.
LORD JIM
C’è una carenza di capitani coraggiosi in molti campi, manca il senso di responsabilità, il gesto comune a Schettino e Lee Jun-seok mostra un aspetto trascurato da molti romanzi – oltre che dalla realtà – che pure quando hanno immaginato uno come Lord Jim che scende, non avendo coscienza del danno, poi passa la vita a cercare di riscattare quell’errore, inseguendo un ideale di eroismo e abnegazione fino alla morte/riscatto. I profili di Schettino e Lee Jun-seok, che per la stampa sudcoreana è diventato “il demone della Sewol”, vanno in direzione opposta, più si scava, più parlano, più Lord Jim s’allontana. I loro gesti bordeggiano la pavidità. Saranno i tribunali a declinare la precisione delle colpe, a noi interessa la mancanza di coraggio, la fuga, l’indifferenza.
FLUTTI MORTALI
In virtù di altre scelte, come quella del capitano Edward John Smith sul Titanic, che davvero scese per ultimo, e si dannò per salvare più gente possibile prima di arrendersi alle urgenze della morte che erano piombate sulla sua inaffondabile nave. Quando l’Andrea Doria, al largo dell’isola statunitense di Nantucket, stava affondando il capitano Piero Calamai dopo i salvataggi decise di rimanere con la sua nave e solo l’ostinazione degli altri ufficiali riuscì a schiodarlo dal ponte rovesciato.
Ma quello che più di tutti unisce la figura del capitano, del padre, il coraggio e il senso di responsabilità, è Ernest Henry Shackleton. La storia comincia da Londra, da dove il primo agosto 1914 salpa l’Endurance. Direzione Georgia del Sud, un punto sopra la penisola antartica. Rimangono incastrati nel ghiaccio nel mare di Weddell. Il 27 novembre del 1915, la nave fu distrutta dal ghiaccio che agì come uno schiaccianoci. Rimasero fino alla primavera, poi tentarono di raggiungere con le scialuppe l’isola di Elephant. Poi, Shackleton si decise a spingersi fino alla Georgia del Sud, allestendo con le tre scialuppe una piccola imbarcazione.
Quindici giorni di navigazione e il Capitano tocca la costa della Georgia del Sud, ma dal lato opposto a dove c’è la stazione baleniera di Stromness, e per raggiungerla percorre 30 miglia di montagne e ghiacciai che non erano mai stati violati. Il 20 maggio, era a bussare alla porta della stazione. Il 30 agosto 1916 il rimorchiatore cileno Yelcho portava in salvo (tutti) gli uomini. Questo è un capitano.
LA DEA MAZU
Invece, negli ultimi anni abbiamo assistito per mare a un ribaltamento, spesso è l’equipaggio o sono i passeggeri a compiere azioni da capitano. Emilio Salgari – uno che intorno al coraggio ha costruito la sua opera – sarebbe impazzito a vedere la foto che mostra Lee Jun-seok mentre viene aiutato a scendere dalla sua nave, e persino Mazu, una divinità danzante, il cui culto è fortissimo tra marinai e pescatori, come signora del mare da Taiwan a Hong Kong – che appare a Lu Yundi salvandolo da una tempesta – si sarà rifiutata di aiutare un capitano che si lascia alle spalle il suo equipaggio in lotta contro il mare, i suoi passeggeri che muoiono e la sua nave inclinata. Perché bisognerebbe prima imparare a naufragare, a perdersi e perdere, e poi a navigare. Ma succede solo nei romanzi.

apparso su Il Messaggero, 24 aprile 2014

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