Ama il forestiero e dagli pane

Uno straniero, talvolta, percepisce il significato di alcune parole nella lingua straniera meglio di chi le parla nella lingua madre. In questi ultimi tempi mi ha colpito, leggendo vari testi sui profughi in lingua italiana, il fatto di aver trovato una gran quantità di espressioni per definirli, quasi ci fosse l’impossibilità di esprimere ciò che realmente accade. Ho raccolto dieci parole che hanno significati vicini, talvolta sinonimi: profughi, rifugiati, fuggiaschi, sfollati, deportati, esiliati, emigrati, espulsi, respinti, espatriati. E potrei aggiungerne ancora altre: per esempio, clandestini. Si può parlare della migrazione anche partendo dalla storia o dalla fede. Nell’Esodo, ad esempio, (esodo ed esilio si differenziano solo perché l’esodo è un esilio collettivo) si legge: «Non molesterai lo straniero, né l’opprimerai, perché, foste anche voi stranieri in terra d’Egitto» (Dt 10,14; 16,19). Gli italiani hanno conosciuto l’emigrazione più forte di tutti gli altri paesi europei all’inizio del secolo e molti di loro hanno subito disagi enormi: adesso che la gente viene in Italia, sarà forse il caso di ricordarsi di questa esperienza. Nel Deuteronomio è scritto: «Ama il forestiero e dagli pane e vestito. Amate dunque il forestiero perché anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto». E ancora: «Quando raccogli la messe nel campo e dimentichi un covone, non tornare a prenderlo, sarà per il forestiero, per l’orfano, per la vedova affinché ti benedica il Signore tuo» (Dt 24,19-22). Come si vede, molti insegnamenti dei libri sacri riguardano l’esilio. Nel discorso sulle migrazioni è sempre presente la consolazione, la nostalgia, la rassegnazione, la desolazione, la protesta, la maledizione, ma ciò che sembra forse più difficile da sintetizzare ed esprimere è il contenuto. Per l’esilio si parte su una zattera con un zaino. La zattera (spesso un relitto) è dunque il primo strumento, poi viene lo zaino o il fagotto. Lo zaino dell’emigrante contiene le cose più elementari: indumenti di prima necessità, alcuni documenti necessari, foto di famiglia, a volte un oggetto più personale, legato a un ricordo particolare. Sono rari quelli che fanno scivolare da qualche parte un libro, a meno che non si tratti di un breviario per le preghiere o di un manuale per apprendere la lingua del paese di destinazione. Molte migrazioni, non solo dai paesi poveri, sono partite con bagagli privi di libri scritti nella lingua d’origine tanto che possiamo distinguere l’emigrazione con libro dall’emigrazione senza libro. Possiamo dire, ad esempio, che l’emigrazione italiana è partita con una piccola fotografia e con un breviario. E quando si viaggia attraverso gli Stati Uniti, ci si accorge che alcuni emigranti italiani sono diventati grandi scienziati, ingegneri o altro, ma tra loro, in relazione alla letteratura italiana, non si trovano nomi di grandi scrittori. Gli italiani sono partiti senza libro. L’emigrazione russa ha avuto tre premi Nobel per la letteratura e almeno un altro grandissimo scrittore: Bunin, Solgenitsin, Brodskij (che è sepolto a Venezia, città cui ha dedicato pagine bellissime) e Nabokov, forse il più dotato fra tutti. L’emigrazione polacca, da parte sua, ha avuto un Mickiewicz nel secolo scorso e un Gombrowicz nel nostro.
Esistono emigrati felici? Io non ne ho mai conosciuti. Ma ho conosciuto molte persone felici di emigrare. Ecco un paradosso dell’emigrazione. Ho avuto occasione di parlare con la povera gente che viene dal Kosovo sui gommoni, nel corso di due giornate che mi hanno molto provato. Sono tutti felici di esser riusciti a partire e tuttavia già angosciati dal destino che li aspetta. Pochi emigranti imparano bene nella prima generazione la lingua del paese ospite e non comunicano che con un gruppo più o meno ristretto. Cessano di far parte della cultura anche più elementare da cui traggono origine e non riescono, se non eccezionalmente, a integrarsi in quella del nuovo contesto. Così molti si chiudono in una sorta di subcultura, della quale risentono i loro giudizi e i loro modi di vita, e anche noi, quando li osserviamo, ci chiediamo: «Ma cosa fanno insieme questo gruppo di curdi? Parlano solo tra di loro». Ho osservato questo fenomeno a Torino, tra i marocchini e gli algerini. Rimangono tra di loro e si condannano così a una subcultura. I nostri operatori culturali dovrebbero tenerne conto, dovrebbero fare in modo che questo circolo chiuso si aprisse, permettendo a queste persone di far parte della nostra cultura.Talvolta scrivono e il loro immaginario è molto interessante. Una volta ho scritto la prefazione di un libro di stranieri che cominciavano a scrivere in italiano: la loro è una straordinaria irruzione, le loro metafore sono diverse, diversi il loro modo di esprimersi e mi sembra che questo immaginario arricchisca quello della letteratura italiana. Exilium vuol dire «fuori da questo luogo», da «fuori» (foris) viene la parola «forestiero». Esiliato, infatti, voleva dire anche espulso. Il termine «bandito» viene da bandire: nel sanscrito, band vuol dire parola – una parola che esilia, espelle. Bandito designava una persona condannata ad andarsene fuori, a migrare. Kundera ha coniato la definizione di «esilio liberatore». In qualche modo questo tipo d’esilio è presente in tutte le tradizioni. In quella italiana, da Dante fino ai poeti del Novecento: in molti hanno fatto la scelta di andarsene. Essere esiliato con onore, essere esiliato senza onore – è un’altra alternativa, antichissima. È doloroso essere ad un tempo esiliati e disonorati senza potersi difendere. I regimi totalitari praticano questo tipo di esilio: disonorano colui che se ne va – «è un traditore, ha venduto il suo paese». Potrei citare tantissime menzogne che in varie parti dell’ex-Jugoslavia si pubblicavano a proposito di alcuni scrittori, me compreso, che avevano scelto di emigrare per non condividere la responsabilità dell’aggressione contro la Bosnia-Erzegovina o la città di Vukovar, dell’assedio di Sarajevo, della distruzione del Vecchio ponte di Mostar, mia città natale, dell’esodo dei Kosovari. E molta gente che era rimasta veniva punita doppiamente: oltre alla punizione di vivere sotto il governo di un satrapo odiato dal popolo – come era quello di Milosevic – sono stati puniti per i suoi errori con i bombardamenti. Il discorso sulla migrazione è a volte un discorso di consolazione. Ci si consola paragonando il proprio destino a quello altrui. C’è un testo di Plutarco, all’alba della storia, di consolazione alla moglie in cui diceva: «Molti erano esiliati. Aristotele era di Stagira, Teofrasto di Ereso, Stratone di Lampsaco, Glicone della Troade, Aristone di Chio, Critolao di Farselide e, nella scuola stoica, Zenone era di Cisio, Creante di Asso, Crisippo di Sori, Diogene di Babilonia, …e tutti hanno dovuto andarsene». E aggiungeva: «Se non fossero partiti, forse non avrebbero fatto quello che hanno fatto».

Questo pezzo di Predrag Matvejevic apparve su “IL MATTINO” il 22 luglio 2003.  Se state leggendo queste righe vi siete già resi conto della sua attualità, come della profonda apertura che contiene.  È per me il modo migliore di festeggiare i 125 anni del giornale dove scrivo da 12 anni.

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