Piccolo drago: la vita di Bruce Lee

Si scrivono romanzi per produrre altri destini e per agire da demiurgo stilizzando la realtà, ci dice Francesco Palmieri. Lui annoda se stesso a Bruce Lee, e scrive la sua storia. Il progetto è rimettere insieme i pezzi del corpo iconico di Mouh Si Duhng (chi non si ferma mai) e, montandoli, farne tornare la vita, le gesta, mentre ne ripercorre la breve esistenza: triangolando tra Napoli, Roma e Hong Kong, e sovrascrivendola alla sua. È così che nasce “Piccolo Drago” (Mondadori), con Lee che parte dalla Cina per l’America con cento dollari e un sogno, e Palmieri che da Napoli va in Cina per inseguire quel sogno divenuto certezza, incrociando strade e gesti, acquisendone filosofia e lingua, fino a usare la finzione cinematografia – che fu la cifra espressiva di Bruce Lee, che mai combatté – per dirci la verità. È un romanzo che ha più livelli. E per raccontare Bruce Lee bisogna partire da David Carradine: l’uomo che non solo prese per due volte il suo posto, ma che era anche la risposta occidentale all’icona cinese. Perché prima di rendersi immortale e riscattare il suo popolo, Lee fu sconfitto, scartato, sottovalutato. Non è solo il cinema di genere che praticò, ma come ci arrivò. Lee è un ponte tra molte cose a cominciare da verità e finzione, manipola se stesso per rendersi autentico, recitando. Palmieri costruisce una impalcatura di capitoli che permettono al lettore di comprendere la mentalità rivoluzionaria di Bruce Lee e come questa mise radici fino a farsi scuola. Lo vediamo allenarsi sui tetti di Hong Kong e raccontarci la storia dei film prima e dopo Lee; lo vediamo camminare per le strade che appartennero al Piccolo Drago ed entrare nelle case che lo videro crescere e morire. In mezzo c’è l’America e l’approdo al cinema, i suoi film, la sua biblioteca – da non sottovalutare, il Kung Fu è prima pensiero e poi azione – e poi la sua eredità, come il suo corpo sia divenuto una reliquia, e come le imprese dei film ne abbiano sovrastato la biografia. Che è fondamentalmente un artista d’avanguardia, che sceglie il cinema per cambiare la realtà cinese, e ci riesce. Il paragone naturale è con Muhammad Ali, nel lavoro di rottura, di destrutturazione e riscrittura, che Lee fa su due fronti: quello americano e quello hongkonghese. Palmieri mischia i generi, altera le voci per una ricerca estrema di realismo e ci riesce: leggendo viene voglia di andare subito ad Hong Kong, sapere tutto di Anita Mui (grande cantante), e acquisire come l’Uma Thurman di “Kill Bill” tutte le pratiche possibile dal maestro Pai Mei (Gordon Liu), che la allena nella finzione del film di Tarantino, e che allena Palmieri nella realtà della sua vita passata. I salti temporali, le connessioni, gli snodi pop, sono gli slanci del romanzo, si passa da Bud Spencer di “Piedone”, a Marco Pane, un bambino che recitò con Lee ne “L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente” girato a Roma; si va dal culto di Guan Gong a quello di San Gennaro; dalla morte di Bruce Lee a quella di suo figlio; dai diari di Carradine agli appunti di Lee per il film che stava girando quando morì a 32 anni nel 1973, a causa di una ipersensibilità a un comune analgesico. Palmieri lavora sulla memoria, e sulle sovrapposizioni, scrivendo un libro densissimo, che racconta per la prima volta – in italiano – dettagliatamente tutto quello che c’è da sapere su Lee. Il suo carattere, i suoi esempi, i suoi maestri e poi i suoi allievi, in una vita dispari che lo ha portato rapidamente a cambiare il Kung Fu, a farne un profeta, una sorta di supereroe molto umano, e per questo spiegabile, non lontano, plausibile. Al centro ci sono i corpi, che si susseguono, tra sacrifici per acquisire la disciplina, e ricerca per superare se stessi. Palmieri scrivendo dei suoi sacrifici, che inseguono quelli di Lee, ci fa misurare tutto il tentativo di accorciare la distanza tra lui e il mito. La sua educazione e il suo apprendimento diventano il mezzo per appropriarsi di Bruce Lee, ripetendone i gesti, lo evoca, ripercorrendone il tempo e segnandone ogni singolo movimento lo rende immortale, ancora una volta.  È un atto di fede verso Bruce Lee, persino quando lo tradisce. Un libro di amore per un uomo che ha indicato una strada, unendo realtà e finzione, e per raccontare ciò che siamo stati e non saremo, quello che non sappiamo e non sapremo. Perché la partitura è il non detto, il mancato.

[uscito su IL MATTINO]

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