Sartori Giovanni detto Sartorius – visto da Berselli

Nei momenti in cui si risveglia la sua vena polemica, Sartorius assomiglia irresistibilmente al diavolo. Ha un bellissimo volto da Belzebù, lo sguardo è sulfureo, il ghigno è animato da uno spirito demoniaco, la gestualità è negromantica. Avesse anche la coda e il piede caprino sarebbe perfetto per un quadro di Hieronymus Bosch, ma non si può avere tutto dai politologi. Accontentiamoci, via. In quelle belle serate romane in cui l’intellighenzia si ritrova insieme, in certe ville e attici benissimo frequentati, potete immaginare il divo Sartori, con i suoi postulati e teoremi, mentre tiene banco come può fare uno scienziato che tenga corsi di recupero a una congrega di stolidi ripetenti.

[…]

Ovvio che Sartorius sa bene che tentare di convincere il ripetente è inutile, non ci riuscirebbe neanche con l’ipnosi; nessuno è più cocciuto di uno studente tonto nel sostenere con forza incorreggibile idee ribollite. Dunque, i discorsi del grande politologo sono accademici. Talvolta li esaspera un po’, nella forma e nel tono, per togliersi dai piedi i ripetenti troppo fastidiosi, che non si limitano ad ascoltare nel silenzio cerimonioso che si addice a Vanni, ma pretendono di interloquire e talvolta scuotono la testa esprimendo dubbi sugli argomenti sartoriali, magari contestando con argomenti d’accatto il totem amatissimo del doppio turno e altri principi ai suoi occhi discutibili, insomma, rifiutando il dogma dell’infallibilità. Questa sera, per esempio, il professor Sartori ha voglia di esagerare. Gli avrà destato una vaga irritazione la presenza di qualche fascistone, un La Russa, uno Storace, un Gasparri. In piedi vicino al buffet, centellinando un bicchiere di prosecco, avrà deciso allora di togliersi alcuni fastidiosi sassolini dalle scarpe. Perché vedete, dice alla piccola corte che gli fa da corona, il paese è abitato da una tale folla di ignoranti che chiunque può permettersi di fare il liberale sostenendo tesi intellettualmente spaventose o politologicamente criminali. E non parlo, dice Sartori, dei liberali plasmati per via accademica, come Angelo Panebianco, che hanno una loro professionalità, un’ottima credibilità scientifica e sono stati tradotti dappertutto: al massimo gli si può rimproverare di aver nutrito l’illusione che Berlusconi avrebbe fatto la rivoluzione liberale. Berlusconi. Liberale, ripete Sartori per vedere se qualcuno monta su. Perché, vorrà dire che non l’ha fatta?, chiede infatti un ripetente molto di destra, visibilmente rabbuiato, dal fondo del gruppo. Sartorius fa spallucce, si vede che comincia piacevolmente a irritarsi e come antidoto e carburante butta giù un sorso di prosecco. Come metà degli italiani, è convinto che l’Italia è caduta dalla padella nella brace. Per liberarsi dai democristiani ha consegnato la cassaforte ai berlusconiani. Con risultati molto importanti, che nessun manuale contemporaneo può permettersi di ignorare. E che in effetti, dice Sartori sfoderando il suo ghigno migliore, noi non ignoreremo: noi non approfondiremo, noi non sviscereremo.

[tratto da “Venerati maestri”, Mondadori]

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