Lettera dal sanatorio di Dobříš

Miei cari ragazzi, – grazie per le lettere, per gli auguri, per le felicitazioni. Voi sapete che vi voglio bene e che il mio più grande rammarico è di esser costretto dai mali a star lontano da voi. Io non sono venuto in mezzo a questo piccolo gruppo di studiosi di cose slave come un eletto, con cilindri e medaglie, ma come un umile innamorato di poesia, che voleva trasmettervi i suoi sogni, le sue impressioni, – e nello stesso tempo ho sempre cercato di imparare da voi, perché non fosse perduta la giovinezza.

Insieme dobbiamo fare qualcosa di vivo, qualcosa che ci aiuti a vincere lo squallore e che sia appunto, non accademia né scienza in stiffelius né seccume d’erbe da farmacia di provincia, ma giovinezza, sfida ai testi, rêverie, giuoco coi congegni dello stile, una scienza-spettacolo. Spero di uscire infine da questo labirinto di continue infermità, per potermi più dedicare a voi, perché voi siate più “miei” e continuiate questo taglio del bosco, questo rinnovamento, questo sterminio dei luoghi comuni. Ottimi medici, come forse sapete, stanno qui cercando di ristoppare e rimettere in piedi questa barca che cerusici e cavadenti romani d’alta fama stavano distruggendo, curando una cosa per l’altra. Io spero di riprendere le lezioni a dicembre o al massimo a gennaio. Ora ho bisogno di riprendermi da ferite e da umiliazioni infertemi da medici incoscienti, ho bisogno, come gli eroi di Čechov, di riposare. Dopo tutto, forse anche l’esperienza d’un sanatorio centroeuropeo era necessaria alla mia vita. Ma ho mulini di idee, di piani, di progetti, da svolgere con voi, e sempre sogno che un giorno i vostri lavori portino un incancellabile indizio che li distingua, la nota comune d’una tendenza, il colore, l’“aroma” di predilezioni comuni, il folgorìo insomma d’un nostro fuoco. Vi prego d’amare Praga, come io l’ho amata, e di non spaurirvi mai dell’inconsueto, del nuovo, di non essere torpidi, ma sempre aperti e curiosi, non schiavi delle fruste dei Pregiudizi. Se alla fine del mese sarà possibile, vi vedrò volentieri. Farà come sempre da tramite la stupenda signora Houzíková. E abbiate fede come me nel nostro prossimo, sereno, spavaldo lavoro comune. E non vi fate sfuggire nulla della vita, è bella, è impagabile, e il male non conta.

[lettera di Angelo Maria Ripellino ai suoi studenti, agosto del 1965]

diceva di essere un “Nonostante” e poi scriveva poesie così:

Vivere è stare svegli,
e concedersi agli altri,
dare di sé sempre il meglio,
e non essere scaltri.

Vivere è amare la vita,
coi suoi funerali e i suoi balli,
trovare favole e miti
nelle vicende più squallide.

Vivere è attendere il sole
nei giorni di nera tempesta,
schivare le gonfie parole
vestite con frange di festa.

Vivere è scegliere le umili
melodie senza strepiti e spari,
scendere verso l’autunno
e non stancarsi d’amare.

 

Annunci
Contrassegnato da tag

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: