L’ultima zuppa

L’indirizzo era 405 East sulla Tredicesima Strada, angolo con la Prima, Lower East Side di Manhattan, dove sembrava fosse piovuta ruggine, sulle case basse e le scale antincendio. Uno stabilimento industriale trasformato in loft di lusso, lui c’era arrivato con l’assegno di un milione di dollari ricevuto dall’Università di Stanford in cambio del suo archivio. Finalmente poteva avere una grande cucina da ristorante per sperimentare, mescolare e soprattutto divertirsi con gli amici. Ora le sue liste della spesa, che precedevano i suoi pranzi, con la firma in calce, stanno sotto teca, e chi c’era alla sua ultima cena lo racconta nel film che ricostruisce la sua storia: “L’ultima zuppa di pesce”, un film del regista filippino Anthony Cholo Madsen che mette insieme le ore finali del poeta Allen Ginsberg, presentato al Tribeca Film Festival e molto applaudito (purtroppo in Italia ancora non c’è un distributore). Lo stile del film richiama quello degli anni di Ginsberg, ammicca a Warhol mescolando filmati in Super8 provenienti dall’archivio del poeta o dei suoi amici – persino lo schivo Bob Dylan ha messo a disposizione filmati e foto oltre a fare da voce narrante –, il risultato è un mosaico compatto di immagini, ricordi e suoni; sentire cantare Ginsberg – anche uno spezzone di Volare – commuove. Tutta la storia ruota intorno alla scoperta nel frigorifero da parte di Bob Rosenthal, suo assistente, dei resti dell’ultima zuppa cucinata, l’ultima opera del poeta è un miscuglio di vongole, cozze, ostriche, pesci con le lische, fagioli, piselli e spezie senza esclusione di sabbia. Intorno agli ingredienti e alla fissa culinaria di Allen, tutti riescono a tirar fuori qualcosa di bello, un ricordo che da un dettaglio si allarga e riesce a darci una biografia non conforme per un poeta dispari che non avrebbe voluto un monumento né un film agiografico. C’è la sua leggerezza, gli scambi che aveva con i negozianti, e poi le sue telefonate, alcune ricostruire, altre per fortuna salvate sui nastri delle vecchie segreterie telefoniche – il vertice è la richiesta a Lou Reed di un peperoncino calabrese, in occasione del suo tour italiano. Si ironizza sui suoi difetti, a cominciare dall’ultima pazzia, raccontata da Patti Smith: l’acquisto di un pigiama all’Esercito della Salvezza che aveva messo senza passarlo in lavatrice, infestando la casa di pulci. C’è Philip Glass che – ha composto le musiche del film – legge l’ultima poesia scritta da Ginsberg, “Cose che non farò”, e ne racconta il sound, riuscendo a non commuoversi; c’è Paul McCartney, sentimentalmente inedito, che parla di uova fritte da “Yesterday” al primo incontro con Allen che gli spiega come le cucina lui; c’è Gregory Corso in una intervista alla BBC che fa uno strano discorso sui sapori di una volta, e anche se sta parlando della poesia sembra che parli dell’ultima zuppa. Quella che aveva continuato a vivere nel frigo, “Venite maiali della civiltà occidentale, mangiate ancora grasso”. Sui titoli di coda viene raccontato l’addio terreno, tutto il rito voluto dal suo lama, della corda intorno al letto perché nessuno si avvicinasse, la meditazione aveva reso Allen uno spirito tre volte più evoluto della media, ci vollero venti ore alla sua coscienza per lasciare il corpo: “Okay, let it go!”. Ma aveva dimenticato la zuppa in frigo, per fortuna.

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2 thoughts on “L’ultima zuppa

  1. Least ha detto:

    persino lo schifo Bob Dylan 😎

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