Giordano: l’Indio di Trastevere

L’Indio di Trastevere – come lo chiama Fernando Acitelli in una poesia ritratto – aveva l’estro dei bassifondi per questo si legò a Maradona senza bisogno di molte partite, era la puzza della strada che li annodava nelle aree di rigore. Dietro si portavano le risse e il sudore delle corse dietro a un pallone, le giornate a conquistare spazi minimi per un calcio prima sognato e poi giocato. Vedendo correre Bruno Giordano, che a parti invertite e con meno libri rappresentò l’altro eretico che da Roma scese a Napoli non per farsi processare ma per diventare viceré della città, si intuiva la sua carica testosteroidea e la sua voglia di salire in cima. Si portava dietro gli oratori e le vesti svolazzanti delle suore che gli urlavano dietro, le borgate passate di mano da Pierpaolo Pasolini a Claudio Caligari con l’eroina che marcava meglio dei difensori sui campi, e il palleggio d’equilibrio acquisito sull’asfalto lucido, con la rapidità di movimento dei furti con destrezza richiesti dal contesto e dalla fame. «Il mio è stato calcio trasteverino. Piazza de’ Renzi era il nostro stadio Flaminio e piazza Santa Maria il nostro Olimpico. In verità spesso arrivava il vigile che ci portava via il pallone. Ma allora un Super Santos si trovava anche a prezzi stracciati. Poi arrivò la svolta con la parrocchia di Via Induno dove Don Pizzi ci faceva giocare tutto il giorno. C’erano persino le porte. Molti di noi sono stati salvati proprio dalla parrocchia. Mia madre era felice che ci andassi così ero controllato e potevo evitare brutte compagnie. Allora nel quartiere girava molta droga e i piccoli furti erano un’abitudine. La droga, eravamo alla metà degli anni settanta, ha ucciso molti miei amici, molti ragazzi del quartiere. Il calcio e la parrocchia mi salvarono». Giordano era figlio del popolo, lo vedevi spavaldo muoversi tra i difensori chiamati a marcarlo come tra la gente che voleva osannarlo, sempre col mento alto, gli occhi inquieti, e un nervosismo del corpo che non aveva ancora acquisito il cambio di classe. Giocava con entrambi i piedi, conservando una forza enorme nel tiro, la sua era una arte al volo, costruita andando, imbastita con l’immaginazione di chi ha i muri davanti, le cancellate, e i divieti, e fa suonare le saracinesche per sentire il rumore dei gol, per questo poi le difese avversarie non mettono pensieri. Quando già giocava nella primavera della Lazio e Manfredonia andava a trovarlo, Bruno doveva spiegare ai ragazzi del suo quartiere di non toccare il motorino dell’amico. Non bastava giocare con la squadra giusta, quando i quartieri erano stati, e ci voleva uno che garantisse per te. Era sopravvissuto a quegli anni e al calcio scommesse che coinvolse la Lazio, furono arrestati e portati a Regina Coeli – su rivelazioni di Montesi –: Massimo Cacciatori, Lionello Manfredonia, Giuseppe Wilson, e Giordano – prima condannato, poi condonato per la vittoria del mondiale ‘82, infine assolto – ma avendo la pelle dura e avendo visto la Roma “teribile” – che poi si ritroverà in casa con Sabrina Minardi, sua ex moglie che passò da lui a Enrico De Pedis, detto Renatino, il boss della banda della Magliana. Di questi anni sopportò lo scandalo e anche la serie B, riportando la Lazio in serie A con i suoi gol. E cercò anche di salvare la sua ex moglie dagli errori:  «Ricorderò sempre la telefonata che mio padre fece a mia madre — racconta Valentina, la figlia avuta con Bruno — quando su un giornale uscì la mia foto da piccola in braccio a Renatino. Non ti azzardare più a mettere Valentina in braccio a quello, le disse mio padre, perché se parte una revolverata uccideranno anche lei. Tanto lo sai che i boss fanno tutti la stessa fine: a bocca sotto sul marciapiede». Il 2 febbraio del ’90, Sabrina era col boss, dopo una separazione, andarono insieme a fare le ultime spese per poi fuggire in Polinesia. Lei stava in una merceria, quando in via del Pellegrino, vicino a Campo de’ Fiori, Renatino finì «a bocca sotto sul marciapiede» due killer gli spararono. Questo racconta molto del carattere di Giordano, e degli strani incroci che ha preso la sua vita. Quella parentesi del calcio scommesse e le vicende familiari gli levarono il grande calcio ma non la voglia di inseguirlo, Napoli per lui fu importante (rifiutò la Juventus), era la possibilità di rifarsi, e di far sapere a Giorgio Chinaglia – prima nemico poi amico, tornato presidente – dal quale aveva ereditato la maglia numero nove della Lazio, che non era finito, che lui aveva ancora tanti gol nei piedi, e tanti campi a fargli da scena. Bruno Giordano può lamentare di aver avuto poco rispetto al calcio che ha giocato – gli è mancata la Nazionale e un mondiale – al talento che portava a spasso, ma non può dire che non si sia mostrato, sulle montagne russe delle stagioni calcistiche. Poteva vincere di più, non è successo, ma lui ha conservato una rabbia mista a voglia di riscatto che non lo avvelenato: lasciandolo autentico. È il Totti dell’altra faccia di Roma, quello che però può dirsi in credito col pallone. «Penso che Totti sia un fenomeno. E poi ha sempre difeso Roma e questo mi piace. Lui, per una squadra, è un valore aggiunto. È un ragazzo da dieci, come la maglietta che indossa». Tra queste parole c’è la stessa romanità che li lega attraverso le viscere della città e li separa sul campo con due maglie diverse che si fanno fiumi lontani. Ma Giordano è oltre, come i grandi pensa a macinare numeri e gol, fare punti e continuare a correre, anche perché ha conosciuto un infortunio pesante che gli ha fatto misurare il vuoto del campo (rottura di tibia e perone). «Quando mi feci male, Maradona, mi mandò un telegramma da Barcellona. Mi volle con tutte le forze al Napoli, diceva che ci assomigliavamo. Venivamo da due quartieri simili, da due condizioni sociali simili. Eravamo due scugnizzi, a Napoli, senza essere napoletani». Entrambi a Napoli rinascono, Diego dimentica il Barcellona e Giordano la Lazio (senza smettere di amarla, ancora oggi sogna di diventarne allenatore, sulla panchina non ha avuto molta fortuna, ma non dispera dopo un’esperienza ungherese), insieme portano il Napoli allo scudetto. Sono uniti dalla generosità, anche se divisi dal mito, Maradona sogna se stesso, Giordano voleva essere Cruyff. Per questo si smarcò due volte dall’ombra di Giorgio Chinaglia, senza nemmeno andare nei New York Cosmos, ma finendo tra Ascoli e Bologna la sua carriera. Non è mai stato un lanzichenecco né un pirata, piuttosto uno di quelli che dalla strada impara a stare ovunque e ci sta in silenzio, e parla solo quando serve davvero, per il resto gioca e se non segna fa segnare, la rabbia è tutta nei tiri, non nelle tirate da sindacalista. Giordano è schivo, non si lamenta, agisce. Non è un colonizzatore a differenza del Cruyff che sogna di essere, ma uno che non vedeva l’ora di liberasi dalla folla dei terzini. Forza, sponda, spunti brevi, e persino oasi d’appoggio per Carnevale e Maradona, riflessivo e intenso, è il bomber col rimpianto.

[uscito su IL MATTINO]

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