I collezionisti di montagne

Non è questione di record, ma di amore in cima. Tra alti e bassi, salite e discese, pareti da scalare e lavatrici da fare. Avventura e quotidiano, corde e campi, ricordandosi di sbrinare il frigo di casa, e lasciando con rammarico il divano. Mescolando tutto: con leggerezza, semplicità, senza mai montarsi la testa, andando su con calma. Nives Meroi (56 anni) e Romano Benet (55 anni) hanno completato l’album degli Ottomila, le 14 cime della Terra, che hanno messo in fila nella loro collezione, conquistando la testa dell’Annapurna, in Nepal, a 8.091 metri d’altezza, diventando la prima coppia di alpinisti a riuscirci. Con loro c’erano gli spagnoli Alberto Zerain e Jonatan Garcia. «È stata la salita più impegnativa, ma anche la più bella. L’ascensione dell’Annapurna incarna in pieno il nostro modo di vivere la montagna, abbiamo faticato tantissimo», ha raccontato Nives, dal campo, durante la discesa. Mentre Romano aggiungeva: «È stata davvero dura, sono sfinito».  È un altro tipo di alpinismo, «vecchia maniera», che porta la domesticità sulle terrazze – scomode – del mondo. Artigianato di respiri e muscoli, annodati dal legame sentimentale. «Si scala con la propria famiglia, come la lumaca con il suo guscio. Ognuno ha i suoi tempi. Siamo due, ma da soli. Doppiamente fragili, doppiamente forti. Romano sale con il suo passo, io con il mio. Lui mi aspetta, io arrivo. C’è fiducia reciproca. Io so che lui c’è, quando salgo, riconosco la sua traccia, mi dà energie e volontà, mi piace sapere che a fine giornata staremo a fianco, a stropicciarci i piedi. Litighiamo certo, per questioni pratiche, per il disordine in tenda, perché lui non trova mai le cose. Ma sarebbe peggio e molto triste se lui restasse a casa, a consumarsi dall’ansia. Ci dividiamo i compiti. Quando si parte e si sta fuori mesi ci sono tante faccende da sistemare, dalle bollette al cibo per cani. Romano si occupa di quello che portiamo via, io di quello che resta. Un anno sono partita senza sbrinare il frigo e sono tornata che era un iceberg». Senza clamore, eroismo, epica, salgono come se fossero scale di un supermercato, è questa la loro forza. Zero enfasi. Un passo alla volta hanno stupito tutti. Anche perché scalano senza ossigeno di supporto, in maniera pulita, senza portatori d’alta quota, senza la gloria nello zaino, né la boria in tasca. Non hanno l’ansia che spesso assedia le montagne, e tendono a smontare le impalcature che si costruiscono intorno alle scalate. Risparmiano parole e fiato, e scavano, si trasformano, adeguandosi alla bestia che sfidano. Passo dopo passo, salita dopo salita, li abbiamo visti sorridenti e sereni annunciarci una cima dopo l’altra, come se fosse la lista della spesa che un coniuge lascia in cucina all’altro, e non una grande impresa. È la loro natura, più salgono su, più giocano al ribasso. La forza è proprio la normalità, o almeno qualcosa che le somiglia, al netto di una volontà enorme associata a una grammatica della montagna masticata e digerita e mai esibita, tecnica semplice perché sommersa. Per capire Nives Meroi e Romano Benet bisogna pensare a Gianni Rodari, alle sue filastrocche, a come raccontava il mondo e i suoi errori in rima, verso dopo verso, cercando l’abbraccio che coinvolgesse i bambini. Loro fanno uguale con le montagne, scrivono filastrocche allegre guadagnando le vette. Per farlo occorre conoscere bene la lingua, e nascondere la tecnica del dettaglio nell’allegria dell’abbraccio. Non è un caso che entrambi volessero insegnare. Oltre le filastrocche c’è l’empatia dell’una verso l’altro, nel 2009,  erano andati già molto in alto sul Kangchedzonga, ma avevano dovuto abbandonare per una strana stanchezza di Romano, che non si era mai presentata prima. Ovviamente lui aveva insistito chiedendole di proseguire e raggiungere la vetta, lei nemmeno aveva ascoltato, erano tornati giù insieme. Poi avevano scoperto che Romano aveva un’aplasia midollare, che li ha inchiodati a terra per tre anni. Ospedali, cure, trapianti. Anche lì, solito ritmo, la filastrocca contro il dolore, quella della guarigione, e nel 2014 di nuovo su, a riprendersi il Kangchedzonga – come un Federer – passa il tempo, non la voglia, né i successi. Nel 2016 prendono il Makalu, e adesso l’Annapurna. È la lealtà che portano, che salta agli occhi, e la voglia di andare leggeri, passare senza lasciare cicatrici, vedere l’effetto che fa, il panorama che c’è, e poi riscendere. È l’alpinismo light, forse perché c’è la mano di una donna, il numero di quelle come Nives è esiguo, con lei c’è Gerlinde Kaltenbrunner – la prima donna ad aver scalato tutte le quattordici montagne da ottomila metri senza ossigeno –, e poi ci sono Oh Eun-Sun ed Edurne Pasaban, che però usano l’ossigeno di supporto. Le ultime due molto prese dalle prestazioni e dall’assillo dei record. Invece da Nives a Romano passa un altro spirito, che mette da parte i numeri, le graduatorie e lavora di immaginazione e armonia, gioco ed emotività, ma senza effetti speciali. «Io ho cominciato per caso, per divertimento, e da zero sono arrivata fino al K2, senza assilli. Romano è guardia forestale e per venire con me si arrangia con i permessi. Siamo un gruppo di amici, veniamo dallo stesso paese, da quasi vent’anni viaggiamo sempre insieme, non c’è chi comanda, ognuno fa quello che può, chiacchieriamo molto delle montagne viste, di quelle che ci piacerebbe vedere, di come trovare i soldi per mettere in piedi la spedizione». Per capire come sono Nives e Romano, bisogna raccontare quello che avvenne sul Dhaulagiri, chiamata la Montagna Bianca, per la grande quantità di neve che ricopre i suoi 8.167 metri. Loro due vanno su, con loro c’è anche Luca Vuerich, seguendo una linea aperta da un gruppo di coreani che avevano dichiarato di essere arrivati in cima. Non era vero, erano finiti su una punta secondaria, a ottomilacento, la cima vera era pochi metri in là. Per arrivarci però bisognava camminare sopra delle crestine di neve impraticabili,  e loro non avevano la corda, quindi hanno lasciato perdere. Potevamo barare, non l’hanno fatto. Eppure nessuno era lì a controllare. «E dopo otto ore di salita, dentro il petto ti sale un urlo di dolore, quando capisci che sei lì vicino, distante solo qualche passo, che però è meglio fermarsi, perché il rischio è troppo alto. Non mi era mai capitato di dovermi ritirare con la cima così a portata di mano e di sogno. Delusione sì, ma ci scappava anche da ridere. Avevamo fiducia, abbiamo pensato: dai, ci riproviamo». È l’esplorazione di se stessi, la ricerca della verità a cominciare dalla propria. Non scali solo una montagna, completi un ciclo iniziato da Reinhold Messner, non metti alla prova il tuo corpo in ogni sua cellula, no, provi anche a crescere, di spirito, ma per farlo hai bisogno di aiuto, e in quelle condizioni – scavando tra la neve e liberando il passo oltre la paura – può dartelo solo chi ha un legame superiore con te. Ecco l’amore, sopra le teste degli altri.

[uscito su IL MATTINO]

 

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