Los Zetas, ovvero l’ultima lettera prima dell’inferno messicano

“Bienvenida la muerte” cantava Manu Chao a proposito di Tijuana, a leggere “Z, la guerra dei narcos” (laNuovafrontiera) di Diego Enrique Osorno, sembra che il benvenuto sia l’orrore. Raccontato senza sublimazione, elencato nelle sue assurdità, declinato lungo la linea di confine tra Messico e Texas, consumato dal gruppo narco-modernista Los Zetas, strutturato in modo orizzontale dove conta l’insieme e non il capo, una sorta di calcio totale applicato al narcotraffico e al controllo del territorio. Un innesto sui vecchi cartelli di Sinaloa, Tijuana, Ciudad Juárez, di un corpo militare addestrato, moderno che prolifera mentre la droga diviene una questione culturale, uno stile di vita condiviso. A questo va aggiunto un errore enorme (dell’ex presidente Felipe Calderón) aver pensato che un problema culturale si potesse risolvere con le armi, “così si è passati dalla narcopolitica alla necropolitica” raccontata da Achille Mbembe, filosofo camerunense, e con la quale Osorno apre il libro, per spiegare che si può trarre beneficio non solo dal narcotraffico ma anche dalla lotta armata alla droga, dipende da quale parte si muova la “macchina da guerra”. Vittima è il popolo messicano, che si vede non solo colpito da lutti e privazioni, sempre più calpestato, schiacciato: tra corruzione e diseguaglianza, privazioni e violenze. Riscrivete la geografia, dimenticate: Kabul, Baghdad o Aleppo, segnatevi: Monterrey, Ciudad Mier, Reynosa, Matamoros. Ricordatevi Tamaulipas e Los Zetas, ultima lettera prima del vuoto. Non sono solo l’evoluzione economica della violenza, anche l’evoluzione militare di una criminalità che si fa imprenditrice, tanto che la sua forza non sta nel poter uccidere a piacimento, bloccare città come solo in guerra, torturare, corrompere, bruciare – che siano palazzi o uomini –, far sparire intere squadre di operai petroliferi e ingegneri, soldati, poliziotti e sindaci, ma nell’essere come un marchio occidentale (pensate alla Coca-Cola): poter andare avanti con una struttura consolidata che può perdere pezzi e non smantellarsi, veder passare capi senza perdere potere.
Osorno bordeggia un confine, guarda, ricorda, racconta, in modi diversi con voci differenti ed ha scritto non solo un libro di testimonianza: un lungo elenco di morti ma è riuscito a far capire cosa succede in Messico oggi. Il suo è un viaggio al contrario: dall’ultima lettera, dagli ultimi posti, dalle ultime speranze, un viaggio tra messicani perduti in Messico. Passano città e vite, carne e corpi, uomini donne e bambini, storie su storie, che a un certo punto sembrano esageratamente false per quanto sono macabre, assurde, iperviolente, e invece sono tutte vere, con tanto di foto e video sul Blog del Narco. Tra le tante storie di Osorno a parte un funerale di sole teste – senza corpi – ce ne sono tre che non solo restituiscono l’esatta presenza del Male, ma che possiamo considerare persino degli apologhi, che da sole bastano a far capire tutto. La prima, è una strada che va da Torreón a Durango, all’altezza di Cuencamé, nessuna curva eppure tante “croci cristiane di piccoli tabernacoli”. La storia comincia negli anni Ottanta, c’erano vacche che pascolavano ai bordi della strada e la attraversavano, senza regole, e i tanti camion che passavano spesso ci andavano a sbattere, e in molti incidenti ci morivano. Così un gruppo decise di risolvere il problema sparando alle vacche, “nel nord del Messico il pragmatismo è un’arte”, una specie di attacco preventivo molto prima dell’Iraq, ma i proprietari degli animali dopo le prime perdite presidiarono la strada e risposero al fuoco, innalzando di nuovo il tasso di mortalità dei camionisti, e spostando anche il dato tra gli allevatori di bestiame. Poi ci fu un armistizio con l’aiuto della polizia e di una riforma legislativa. La seconda, è un padre, Arturo Roman Garcia, con i suoi due figli Natanael e Alex, scomparsi a San Ferdinando, posto al confine col Texas, mentre stanno cenando al ristorante Don Pedrito, da dove sono stati prelevati da un gruppo di uomini armati che forse li hanno scambiati per membri di un clan rivale, forse addirittura condannati per un tatuaggio. E quest’uomo vaga da una strage all’altra da un ritrovamento all’altro, passa in rassegna cadaveri in cerca dei corpi dei figli, di una notizia, di un segno, di una possibilità. La terza, è quella di Oscar López Olivares, el Profe, perché ex professore, un capo narco, che in trenta pagine racconta venti anni di vita a Matamoros, con aerei, successioni, guerre, traffici, amici, nemici, alleanze, politici, imprenditori e uno sconfinato numero di persone morte. Osorno scrive: “In Messico abbiamo iniziato a parlare di morti come se fossero un indice di borsa”, visti da lontano, dall’altra parte del confine, dalle pagine di un libro: silenzio e rumore si confondono, accavallano, davanti alla domanda: ma davvero sta accadendo? E se è vero che “il sangue è difficile da pulire” – come ripeteva Tochtli, figlio del re del narcotraffico, “Il bambino che collezionava parole” di Juan Pablo Villalobos – sembra che i morti siano facili da dimenticare, soprattutto quelli messicani.

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