Gli scarpini di Totti

Quando il Thailandese vide Francesco “Stecca” Santoni alla sua porta con la scatola delle scarpe tra le mani capì che non aveva scampo. Se era arrivato a quel punto non c’era molto da discutere. Lo fece entrare e gli spiegò che doveva fare in fretta perché aspettava gente, e Stecca promise di non fargli perdere tempo, voleva solo proporgli un grande affare anzi il più grande affare della sua vita. Disse proprio così, come se fosse una cosa nuova, una sorpresa. Il Thailandese sapeva già di cosa si trattava, lo sapeva mezza Roma e anche buona parte dell’altra, quella laziale. E lo sapeva tutto il quartiere, l’unica cosa che non si sapeva era dove le avesse nascoste per tutti quegli anni. Al Thailandese venne quasi voglia di proporgli solo quella risposta piuttosto che il resto, ma Stecca non gli diede il tempo, entrò nella stanza che era anche il suo ufficio di smercio, e si guardò intorno come se stesse per rubare, poi appoggiò la scatola sul tavolo e appena la aprì, entrambi tornarono ragazzini, entrambi furono riportarti a una partita di Coppa Italia, con Stecca in campo e Il Thailandese che lo cerca dalla Sud, e non ci fu bisogno di dire niente. Stecca con un movimento leggero del mento – a punta – indicò gli scarpini da calcio che erano sul tavolo – neri, scintillanti, avvolti in una fascia bianca come fossero due gemelli appena nati – e il Thailandese sorrise, pensò che la vita alla fine ti concede tutto solo se hai pazienza di aspettare, magari in modi imprevedibili e sotto forme diverse da come le volevi, insomma: si vive smarrendo, ma si ritrova tutto, e quelle scarpe erano sparite da almeno dieci anni, se ne parlava ogni tanto la sera, o quando alla Roma e al suo capitano arrivavano in sorte domeniche brillanti, serate di posticipi da antologia, ma poi tutto tornava nell’oblio, perché Stecca mica lo diceva dove le aveva messe o che ne faceva, raccontava soltanto come aveva convinto Totti a dargliele, con una storia da Pomeriggiocinque, nella quale aveva cumulato le sfighe del quartiere. Il Capitano gliele aveva mollate mica d’un colpo ma un po’ alla volta, fallo laterale dopo fallo laterale, partita dopo partita e solo alla fine aveva ceduto, e la sera che lui era tornato con quegli scarpini fu come se la Roma avesse vinto lo scudetto nel cortile del loro palazzo. Da quel momento in poi Stecca non fu solo quello che giocava bene a pallone e che la domenica toccava i campioni, no, fu quello che aveva gli scarpini di Francesco Totti, quelli che ora stavano sul tavolo del Thailandese di fianco alla bilancia per pesare la roba. Ci sono cose che persino uno spacciatore sa che non si possono barattare, sì, alcune ragazze si lasciano scopare per avere un po’ di roba, e a lui era capitato di farselo succhiare in cambio di un tocchetto, ma le scarpe di Totti erano molto più di una donna, e anche se non vedeva l’ora di prendersele, per un attimo esitò. Stecca sembrava distaccato, disinteressato alla reliquia che stava per cedere, aveva bisogno di Koba, e ne voleva molta in cambio di quegli scarpini. Se non fossero stati due ragazzini che si barattavano desideri, sentimenti, e una passione comune, un vizio, avremmo detto che quella era una partita a scacchi, invece divenne un delitto.

[tratto da “Assassinio sulla Palmiro Togliatti”, Baldini&Castoldi]

 

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