Raiola: il pizzaiolo dei due mondi

Tridente e trigliceridi, ecco Mino Raiola che gioca in attacco come e più di Zeman – che ha conosciuto bene – senza disdegnare l’esagerazione da gourmet perverso, esagerato. Non è un caso che al campo sia arrivato da una pizzeria e che la sua prima compravendita con profitto sia avvenuta con un McDonald’s. Se Moggi ha portato il sistema nel calcio italiano – connessioni e ricatti, legami e corruzione – Raiola ha portato la roulette russa in quello europeo. A differenza di Moggi e per via di obiettivi diversi, Raiola gioca da solo, e l’unico impero che cerca di costruire è quello economico (bulimicamente anche qui è andato oltre). Non gli interessa mettersi a parlare con arbitri o presidenti, designatori o dirigenti, piegare calciatori, no, lui è oltre la partita, il calcio giocato, le singole vittorie e i titoli delle squadre, lui è nel calcio immaginato, concentrato sulla zolla occupata dal suo calciatore, è l’egoismo della merce che deve fruttare, è il suo nome che deve prevalere, regalando alle estati pallonare dei colpi di scena da serie tivù. Non a caso dopo ore di anticamera il vecchio Lucianone gli spara una delle sue sentenze da gangster «Non venderai mai nessuno in Italia», ma il giovane Raiola è già oltre, troppo olandese per suggestionarsi, troppo napoletano per preoccuparsi. Dove Moggi ordiva e ordinava, Raiola mugugna, adottando sempre la stessa finta come un Garrincha da tavolo e borsa, e riuscendo a portare a casa il risultato. Una esagerazione inaspettata. Applica il metodo della agenzie di viaggio, più viaggi più guadagno, più scegli un posto esotico e apparentemente lontano da te, maggiore è la sorpresa. Non deve meravigliare che usi un po’ di tutto, perché Raiola – “uno gnomo ciccione che sembra uscito dai Soprano” a detta di Ibrahimovic – che nasce Carmine a Nocera Inferiore: per mandare in fuorigioco persino la famosa battuta di Ettore Scola recitata da Stefano Satta Flores in “C’eravamo tanto amati”, emigra ad Haarlem e cresce nella pizzeria “Napoli” del padre. Dalle cucine arriva ai tavoli, dai tavoli al consiglio degli imprenditori, da lì compra e rivende a prezzo maggiorato un McDonald’s, per poi diventare direttore sportivo dell’Fc Haarlem, e a questo punto della biografia ha solo diciannove anni. Coniuga l’intraprendenza meridionale – sembra il magliaro Alberto Sordi nel film di Francesco Rosi solo che al posto dei tappeti ha calciatori – con l’efficienza olandese, trasformando l’ammuina in strategia, la teatralità in tecnica, ed estendendo la contrattazione da suq al calciomercato. Raiola pratica l’insofferenza con classe eccelsa, ed è l’unico manager o pseudo manager che antepone alla dittatura dell’aspetto fisico l’orizzontalità della dialettica (parla sette lingue), ogni suo balletto di tweet o di interviste presuppone una sommossa, uno strappo, come sanno bene in queste ore i tifosi del Milan. Ogni trasferimento di un suo giocatore sembra l’inizio di un mutamento dell’intero calcio, ma è solo la sua capacità di disegnare scenari da trincea per chi cede e ville palladiane per chi acquista. In principio ci fu il passaggio di Bryan Roy dall’Ajax al Foggia, con lui che lo accompagnava nella lontana e sperduta città pugliese e lo aiutava persino a verniciare casa. Perché il calciatore che sceglie Raiola non sceglie solo un procuratore ma un mondo con tanto di welfare. Solo uno come Marek Hamsik fino ad ora l’ha scaricato, avendo trovato un mondo migliore: Napoli, cioè la matrice che genera Raiola. Perché Carmine, detto Mino, è un prodotto della cultura napoletana, esagerato e cosmopolita, sofisticato, evasivo, e sempre appassionato. L’obiettivo è il maggiori profitto, per il calciatore e soprattutto per se stesso, tutto il resto non esiste, non c’è maglia, tifo, storia, legame che tenga, affari solo affari, niente di personale, a testimonianza che Raiola ha visto “Il Padrino” più volte e con un maggiore profitto di Don Winslow. I suoi incitamenti e la sua disciplina hanno fatto di Ibra un campione, basta leggere la sua biografia per capire che la riconoscenza ha vette da cerimoniali di corte giapponese. Prima di Ibra c’era stato Pavel Nedved, portato alla Lazio, spostato alla Juventus, come una operazione da Nasa, primo esperimento di una rivoluzione che diverrà teorema: se è forte si deve muovere, se si muove bene genererà profitto. Basta guardare Ibra: Juve, Inter, Barcellona, Milan, Psg, Manchester United e chissà che altro ancora. Il risultato è una fortuna divisa in due, e applicata con meno giri nella storia di Pogba, che in un triangolo da Liège-Bastogne-Liège diventa un caso: Manchester United-Juventus-Manchester United: Pogba lascia Manchester a parametro zero e torna allo United per 105 milioni di euro. Raiola con l’operazione compra la villa di Capone a Miami, giocando con gli stereotipi, mandando in tilt i moralisti, e dimostrando di aver visto anche “Boardwalk Empire” con più profitto di James Ellroy. In attesa dell’operazione Donnarumma che gli farà comprare la casa di Walt Disney o chissà che altro, c’è il capolavoro Balotelli, un giocatore che esiste in una partita sola, quella degli europei contro la Germania, e che Raiola riesce a far viaggiare di sponde e bonus come una pallina da flipper, inventandosi per lui scuse da Gabriel Garcia Marquez a dispetto di una dissipazione edonistica del calciatore. Discute con Ferguson e Mourinho, si porta in auto Galliani per spiegargli la teoria dei due forni, cucina per Donnarumma, e intanto spiega a Pogba che deve fare la prossima stagione, cena con Ibra consigliandogli di studiarsi la storia di Benjamin Button, controlla i gol degli altri suoi assistiti e anche a quanto battono un Modigliani da Christie’s, urla da invasato contro i cronisti sportivi controllando le dichiarazioni e i nuovi acquisti di Florentino Pérez. Raiola lotta contro il colesterolo e le bandiere, contro i trigliceridi e il catenaccio di presidenti e direttori sportivi, senza mai preoccuparsi dei gol presi ma di quelli fatti. In questo è uno zemaniano tarantolato, un diffidente cronico – ricambia tutti con lo stesso religioso scetticismo – producendo capolavori solistici che accrescono il suo tumultuoso profilo di moschettiere del plusvalore.

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