Feola e una specie di voluptas dolendi

Non mi ricordo se poi vincemmo quel torneo, non mi ricordo che pochi altri componenti di quella squadra, e non mi ricordo se era una semifinale o un quarto di finale, niente di importante, parlo di un torneo estivo di calcetto di almeno 25 anni fa, in una provincia sperduta e nascosta, che non costituiva cardine per nulla di importante anche se non lo sapevo ancora, quello che ricordo è che io ero il ragazzino e tu il fuoriquota, entrambi stavamo in piedi sulla fascia laterale sinistra, non c’erano panchine, appoggiati alla rete aspettavamo di entrare e poi riuscire, ti conoscevo poco, avevo parlato di più con tuo fratello, non so quanti anni avessi più di me, e tutt’ora non lo so, era un incontro forzato: io con i capelli lunghi legati come un Bale scemo degli anni novanta con la presunzione che solo l’ingenuità regala, tu con un fisico da peso medio massimo, spalle larghe e pizzetto, un ordine da calciatore in scatola, alla tedesca, ricordo anche i capelli col gel, ma posso sbagliarmi, sto cercando di recuperare dettagli di un pomeriggio d’agosto lontanissimo, il tempo è dilatato – e governa la provvisorietà di una curva che percorro lentamente non trovando che altri miserabili dubbi – il sole ci sta alle spalle, ricordo che avevamo una divisa bianca con qualche ceramica a farci da sponsor o forse una assicurazione, si giocava senza allenatore, il tempo di gioco sfilava e nessuno voleva darci il cambio, non potendo fumare ti sei messo a raccontare le cinque più belle risse della coppa Vicente Feola, nome epico, trasposizione di una ricchezza calcistica che dall’Italia andava al Brasile che vinse in Svezia, e dai fasti di un mondiale finiva in un campo di periferia, in mezzo a noi, tra sgangheratezze e sgarri, rincorse e pugni, fanatismo familiare e bestemmie non prive di una discreta fantasia con aggiunte in latinorum di note tue, dotte senza curialità, ovvio, era il tuo linguaggio a rendere, facendosi modello, il tuo saper raccontare tensione e azioni ridicole, cadute e fughe, coraggio e pavidità, qualcosa che aveva a che fare con il socialismo esotico, le imprese salgariane perdute su campi assurdi e rievocate nei dibattiti post partita non a calcio ma a carte nei bar di notte, quando si pesca ovunque pur di non tornare a casa, per non interrompere la magia dell’amicizia che dalle birre ai tavoli chiede l’evocazione, il ripescaggio di quello che è stato e che bisogna reinventare perché non c’è più, antropologia presuntiva che passava attraverso uno spirito seducente, teatrale – il tuo – mentre mimavi i colpi, descrivevi gli inciampi e le cadute, elencavi record, soprannomi con l’aggiunta delle origini, con una intima solidarietà umana, lavoravi per rendere al meglio e credibile quello che avevi visto o forse no, che ti era stato raccontato nel bar del paese, quindi arricchendo una storia d’altri, era un tagliare e cucire di fino, con la comodità dell’attesa e la partita che ci scorreva di lato, e quella linea a terra che ci teneva separati dall’altro mondo, quello agonistico e del sudore, noi eravamo all’ombra e io ridevo, mentre il tuo linguaggio raffinato mi portava la supremazia fisica di gente che conoscevo o la debolezza d’altri che non mi appartenevano, eri uno schema familiare dove il calcio passava in secondo piano, i desideri di stare in campo si assopivano davanti all’inventiva che stavi sfoggiando, tanto che poi quando dal campo c’hanno cercato realmente per entrare a me dispiaceva giocare senza l’ultima rissa, quella che era in testa alla tua classifica, superare la linea ed entrare mi sembrava una interruzione della conversazione, uno sgarbo a quella classifica da Nick Hornby che mancava dell’ultima grande epica storia, e giocando aspettavo il racconto, speravo in una pausa che il calcetto non ha, tanto che ho persino segnato – e di testa – su un tuo cross, ma poi non sono riuscito a farti raccontare il resto. L’anno dopo non c’eri, e io giocavo titolare, anche perché in panchina senza quel tuo ingrediente alchemico segreto, per raccontare le cose della vita, mi sarei annoiato.

[ciao Robe’]

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