Enzo Striano: una partita lunga trent’anni

Enzo Striano è Theodore Dreiser che gioca a flipper con Napoli. A trent’anni dalla sua morte possiamo ancora vederlo, in piedi, mostrare la sua fisicità, e di conseguenza: con sponde e salti, colpi di polso e d’anca, strategie e sorrisi, raggiungere il jackpot e ridere della sua impresa. I due si incontrano quando nel 1998 Spike Lee riceve da Antonio Bassolino una copia de “Il resto di niente”, mentre il regista si dichiara afronapoletano visitando la città. Capisco che in molti lo ricordano solo dietro la cattedra, o davanti alla macchina da scrivere, ma a leggere i suoi libri (aspettando che la Mondadori ne faccia un Meridiano) a cominciare dalle “Indecenze di Sorcier” la differenza salta agli occhi: è così bravo da non avere bisogno dell’ideologia, è così bravo da poter giocare su più livelli e su tempi differenti, così bravo da mimetizzare la lezione di Dreiser, così bravo da piazzare Jim Morrison tra le righe, citare Bob Dylan e farsi fan dei Beatles, mentre gli altri sono ancora intorno al biliardo. Per ogni dito sui tasti, pallina rimandata a cercare punti, Striano sorride, anche se è solo nel bar, anche se nessuno si è ancora accorto di lui, riuscendo a rimanere davanti a quel flipper per trent’anni, dove è per sempre giovane, in surplace, condizione che solo la letteratura vera può regalare. Intanto fuori tutti scoprono che Eleonora de Fonseca Pimentel canta Napoli meglio della sua pioggia di canzoni, mettendo d’accordo neomelodici e rapper, e la canta ancora, a tutte le ragazzine e ragazzini che vanno a cercarla, perché la sua storia è intrattenimento di massa proprio come le canzoni, e come le migliori, riesce nell’impresa di parlare a tutti, di tirarli dentro, fino a Piazza Mercato. E Striano fa finta di nulla, continua a cercare il suo record, a impedire alla pallina di fregarlo, con qualche smorfia respinge una traiettoria infida, previene una discesa ardita, e ripensa a Mario, nel suo “Giornale di adolescenza”, può sentire i battiti del ragazzo sovrapporsi ai suoi, e muovendosi a scatti continua a macinare punti. Una goccia di sudore gli appare sulla fronte, col la mano cerca un fazzoletto in tasca mentre con l’altra imprime più forza sul tasto per un giro complesso della pallina che gli regala il tempo d’asciugarsi. Non è così anche nei romanzi? Solo chi non li scrive non lo sa. Si è quel che si è davanti a un flipper come davanti al destino, e Striano un uomo dalle fertili invenzioni stilistiche: nei libri, nella vita e con il flipper. Nessuna preoccupazione per i rischi impliciti d’esser se stessi sempre, in ogni posto. Magari ogni tanto si chiede se ha chiuso davvero la sua auto una “Ford Taunus”, parcheggiata un isolato prima del bar dove sta giocando. È un affare meccanico la scrittura, come il flipper, infilare palline con automatismi di polso, scrivere pagine in un saliscendi di dita. È fuori dalla normalità, in ogni senso. E vedendo il punteggio salire sfodera sorrisetti e ogni tanto si compiace, cercando un colpo più raffinato dei soliti, pensando a Theodore Dreiser, alla sua visione. Non s’annoia Striano, né a giocare né a pensare ai mondi da consegnare, per questo poi in questi trent’anni nessuno ha smesso di pensare a lui, e in molti sono persino arrivati in quel bar per vederlo giocare, per poter capire da dove nascevano tecnica e voglia, classe e tentazioni. E persino quando Pontiggia, Vittorini e Pratolini – gente da biliardo, diciamocelo – non capiscono cosa ci trovi nel flipper, non comprendono che non è stando in catalogo che si continua a vivere, ma mostrando quello che non si vede. Per questo Striano pensa anche a una trilogia, altri romanzi, da mettere di fianco ad Eleonora, altre donne, e una di queste è Matilde Serao, tanto che Raffaele La Capria non lo capisce, non riesce che a guardare il punteggio in alto, i numeri che corrono e non i colpi che li generano. Può essere che il flipper appaia lontano, come e più dell’America, vista come un tradimento da Giorgio Amendola che pure guarda al talento di Striano e al suo farsi capendoci poco, e pure lo scrittore non lo aiuta mette più Gigi Riva di Palmiro Togliatti, anche se è sofisticato e colto, ma è uno che a scuola ha capito che bisogna raccontarla come se si giocasse a flipper, metterla giù senza distanze, ed è quello che fa, e per questo appare come uno da bar e non d’apparato. E persino a casa, prima della partita, quando scrive, lascia la porta aperta, vuole essere contaminato dai figli che giocano, dalla musica che producono, dalle loro lamentele, perché sa che tutto confluisce nella partita  che si scrive per inventare quello che non c’è più. E, ad ogni colpo, usa un Chi siamo, senza appesantire, ma solo per ripassare il resto che c’è da dire, quello che bisogna aggiungere ai ragazzi, prima di andare. E un attimo, per ogni colpo c’è un brivido, per ogni colpo una pagina, per ogni pagina una promessa: coltivata, con la riproducibilità tecnica. Ci mette le competenze che ha maturato in tante partite, e una sottile ironia, che è l’esercizio d’intelligenza, mischia, chiama a raccolta, domanda, risponde, e ne esce con una nuova visione, che ancora oggi devia e racconta chi siamo, e prima ancora che cosa è Napoli. Non rimpiange il passato, lo usa. Non spreca i suoi errori, li capitalizza. Per questo ha scelto il flipper, un respiro sbagliato, una sponda diversa, e zac, la pallina passa tra i due tasti e il gioco finisce. Invece, no, Striano ha trama, è un costruttore di partite, non improvvisa, ed ha uno stile composto ogni volta che colpisce, una eleganza discreta, che lo porta a sembrare un tennista alla macchina da scrivere o meglio davanti a un flipper. Ogni tanto mostra una faccia perplessa, certo ne è passato di tempo, e ancora questa sua partita va raccontata, aggiustata, ricomposta e restituita al resto delle persone che ora si accalcano fuori al bar, dove s’è sparsa la voce che c’è uno bravo veramente che non si stacca dal flipper e che sono trent’anni che gioca e vince.

[uscito su IL MATTINO]

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