Paolo Villaggio: scrittore con una cultura mostruosa

Prima della maschera e delle situazioni c’era la sua lingua, che andava oltre Fantozzi, Fracchia o il professor Otto von Kranz, e che in circolo tornava da lui, dallo scrittore Paolo Villaggio. Fosse stato più disciplinato, meno narciso, avrebbe scritto senza dispersione, consolidando il ruolo che era stato sancito con slancio da Evgenij  Evtušenko davanti ad Alberto Moravia e alle sue folte sopracciglia ad ali di corvo. Villaggio amava scrivere più di Vittorio Gassman, scriveva ovunque come ricorda sua moglie Maura Albites, gli piacevano i giochi di carambola e rimando con Umberto Eco, le discussioni con Oreste del Buono, aveva letto e digerito Marcello Marchesi, Achille Campanile, Ennio Flaiano e tutti i russi, e sapeva sia imitare Garcia Lorca che dove colpire Alessandro Manzoni, per questo era riuscito a darci Fantozzi evolvendo Paperino e il cinema muto e anticipando il Monsieur Malaussène di Daniel Pennac. Dalla sua aveva una lingua forte, descrittiva, e soprattutto innovativa, piena di connessioni e di invenzioni, con il ribaltamento dell’errore, la coniugazione sbagliata del verbo diventava colpo di classe – anticipando i tweet dello sciagurato manzoniano: Di Maio, involontaria evoluzione del mondo fantozziano –, il resto stava tutto nella scelta degli aggettivi e nella trasformazione in refrain: agghiacciante, ascellare, galattico, mostruoso, pazzesco, umiliante, tragico; basta elencarli per vedere apparire le scene, venire giù come pioggia, potenza della lingua di Villaggio prima ancora che del cinema. E poi c’erano le liste, di luoghi e abbigliamento, l’utilizzo del tempo – sempre avverso, dalla nuvola in giù, solo rovesci – e gli oggetti che gli si rivoltavano contro quasi più delle situazioni. Villaggio componeva i personaggi addobbandoli con gadget prima ancora che con tic e difetti, usando la comparazione come tragedia finale. Descriveva benissimo per distruggere, comparava situazioni come tempi e misure d’atletica, per essere definitivo, e se serviva ci metteva la parolaccia con uno stile pre-busiano. Il resto era tono, se già si rideva sulla pagina, l’aggiunta più dell’immagine era nella sua voce – non a caso aveva scritto anche delle canzoni per Fabrizio De André, su tutte “Carlo Martello” – che conosceva le scale e i livelli, e ci giocava. Tutto questo si esplicita in “Fantozzi”, dove si realizza anche l’apoteosi del verbo “il congiuntivo fantozziano”, preceduto dalla descrizione dell’abbigliamento che in molti conoscono a memoria: “Abbigliamento di Filini: gonnellino pantalone bianco di una sua zia ricca, maglietta Lacoste pure bianca, scarpa da passeggio di cuoio grasso, calza scozzese e giarrettiere, doppia bacchettina liberty da volano. Fantozzi: maglietta della GIL, mutanda ascellare aperta sul davanti e chiusa pietosamente con uno spillo da balia, grosso racchettone 1912, elegante visiera verde con la scritta: Casinò Municipale di Saint Vincent”, dopo c’era uno dei punti più alti della lingua villaggesca, che poi divenne l’introduzione ad ogni scambio con Adriano Panatta – ti prego, Paolo, me lo fai? Che cosa? Il congiuntivo fantozziano. Ancora? Ti prego, mi fa troppo ride’. Ok: dammi il la. Bene: allora, ragioniere, che fa, Batti? Ma, mi dà del tu? No, no, dicevo, Batti lei? Ah, congiuntivo, aspetti…”. Solo chi aveva una grande cultura poteva concepire una lingua diversa, con l’errore che compiaceva lo spettatore, e lo metteva a suo agio, consegnandogli l’aspirazione a parlare la lingua alta, vera promozione sociale, come sapeva bene Giulio Andreotti, che al pari di Villaggio poteva essere uno scrittore, prima che un politico. Villaggio conosceva l’Italia e gli italiani meglio degli antropologici, sapeva che la cultura dell’italiano era televisiva, da quiz, e ci giocò con“Come farsi una cultura mostruosa” (Bompiani, poi Cairo), nell’introduzione riconducibile a Eco, si dice: «Paolo Villaggio propone in questo libro una serie di parole usate, sinora, soltanto dai compilatori di enciclopedie dell’Università di Tubinga e propone al lettore quattro o più soluzioni per ciascuna voce», eccole: “Gnostici? Persone che fanno finta di niente («smettila di fare lo gnostico») o palline di farina e semolino che, condite con sugo di carne, costituiscono il piatto nazionale di Cipro. Tupamaro? Liquore medicinale tratto dalle radici della «tupa», che cresce in Uruguay o sorta di caciucco di pesci freschi. Kandinsky? Dolce nazionale ungherese o ala sinistra del Saint-Etienne. Rommel: Aromatico liquore austriaco («Mi dia un doppio Rommel»); Cosmetico femminile per gli occhi, da cui la frase comune: «Ho pianto e mi si è sciolto tutto il Rommel…»; Generale tedesco della Seconda guerra mondiale, celebre per avere interpretato in un film la parte di James Mason”. Una situazione che poi subirà dall’autostoppista hippy Franchino, che lo interrogherà a scelta su cultura letteraria, scientifica o spicciola, in “Fantozzi subisce ancora”, tre buste immaginarie, ovviamente la scelta cade su spicciola. Ed ecco: “Prostata? Donna in stato di adorazione. No. È un dolce, lo faceva anche mia madre, prostàta di mirtillo, di pera. Ah no, ecco l’imperatore romano, l’eresiarca bizantino: Giuliano l’Aprostata. E il Kibbutz? Tipica espressione dialettale di Alberobello, usata dalle contadine, quando bussato alla porta del loro trullo domandano: Ki bbutz?”. Tecnica e bravura, un pizzico di istinto, e il vezzo di svisare la realtà, infilandosi nelle pieghe degli accenti e nella moltitudine dei significati, è quello che poi farà in modo schizofrenico e sfrontato uno come Alessandro Bergonzoni, senza la platea fantozziana. Villaggio – come i veri scrittori – ri-battezzava un mondo che pensavamo di conoscere, e nella riscrittura ce lo faceva vedere per quello che era davvero. Per questo è divenuto a sua volta un aggettivo, come accaduto a Pasolini, Fellini e Sordi, ma con uno scarto: ha lasciato che a declinarsi fosse il suo personaggio, come i grandi scrittori, rimanendo un passo dietro.

 

[uscito su IL MATTINO]

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