Roger Federer: l’assoluto

Supera Pete Sampras, fa piangere Marin Čilić, e allarga la leggenda dalla terra all’erba. Roger Federer è oltre se stesso. Otto Wimbledon e un superuomo. E mentre il suo avversario piange, per un piede malandato – il sinistro – consumato dal suo fargli fare il tergicristallo, Federer scrive il suo nome negli occhi della monarchia inglese, stabilendo, e per sempre, che questo pezzo di Londra gli appartiene, in tre rapidi set (6-3, 6-1, 6-4) consumati in poco più di un’ora e mezza. Riducendo il più antico e glorioso evento del tennis in una stanza per giochi, limitandosi ad ordinarla con semplicità, come se fosse una scrivania, un armadietto, una valigia. Non c’è tennis tra i due, ma un destino che deve compiersi: lo svizzero doveva tornare e vincere – il più anziano dell’era open, e senza perdere set – e poi spiegarlo come uno qualunque: «Tenere in mano questo trofeo è sempre come la prima volta, stento a credere di averlo vinto ancora. È troppo, davvero. Mai avrei pensato, venendo a Wimbledon la prima volta, di poter conquistare otto titoli. Il segreto è continuare a sognare». No, il segreto è essere Roger Federer, un’onda con la racchetta, che travolge tutto quello che si gli para davanti. Fino a pesare sulle palpebre di chi lo vede giocare, fino a diventare l’unica linea verticale che genera angoli con quelle orizzontali del campo da tennis, è l’armonia in movimento, geometria rinascimentale, unione magnifica e irripetibile che si esprime macinando palline, accumulando punti e trofei. Appesa alla leggenda c’è la sua luce, e la fortuna di essergli coevi. Questo lo sa anche lo sfortunato Čilić, che riesce a generare un tifo a suo favore, e un: “Come on, Roger, give him a break”, un dagli tregua, che suona più da pugilato che da tennis, raccontando la finale meglio di ogni cronaca. La risposta di Federer – dopo averlo stretto in una morsa per alleviargli l’agonia –  sta tutta nella sua esultanza sobria, e nel messaggio all’avversario: “Non sentirsi bene in finale è terribile. Sii comunque orgoglioso di te stesso”. Una frase che racconta la sua nostalgia per l’imperfetto, per l’umano, per l’errore e il tradimento del corpo. Lui ormai maneggia con cura le racchette e il tennis stesso, provando con leggerezza non più a farsi scrivere dallo sport, ma a scriverlo. Agile, avvolto dal mistero della gioia, sta al tennis come gli aeroplani ai cieli, e set dopo set, prova a inaugurare nuove sommità, cerca nuovi baricentri per equilibri distanti dalla storia passata. Scardinato l’isolazionismo svizzero, elevandolo al cubo – e senza gli estremi volgari della Serena Williams – nel tennis, Federer realizza un nuovo tipo di Internazionale socialista, e/o sogno comune, accomunando buona parte della Terra nei suoi gesti, nel desiderio di scomporli come se fossero il muro di Berlino, per appartenere alla post-modernità. È la parte. L’utopia. L’oltre. L’aggregante. La vastità dei suoi gesti con la racchetta genera fascino persino in chi non segue il tennis, la sua eco raggiunge tutti come solo Muhammad Ali, Diego Maradona, Michael Jordan. È Hollywood senza trucchi, in comune il bianco della scritta che gli altri guardano dal basso. Il campo non è un confine per Roger, il suo gioco è un canto che si alza ed esce, ancora più forte: perché sembrava che si fosse fermato, che fosse destinato a finire, invece no, continua, immutato e seducente, dopo aver scricchiolato e vacillato. Stretto tra la rete e i colpi degli avversari, slegato dal concetto di normalità, si muove, impastandosi d’infinito. Persino quando gli capita una finale da amministrare, come questa con Marin Čilić, dove tenere a bada i suoi guizzi e i suoi volteggi, e deve solo lasciar scorrere i suoi oleati meccanismi vincenti. Muovendosi verso la certezza di essere l’Uno più esteso del tennis. Allontanandosi irreversibilmente dagli altri. Battezzando spazio e tempo a suo nome, prenotando gloria eterna, e dopo aver fatto sperperare ogni aggettivo in quasi tutte le lingue del mondo, entrare nella condizione di emozione, “l’emozione Federer”. La possibilità di poter pensare a un mondo meno sporco, di uscire da sé, di muoversi e scendere sotto rete con lui, o inventarsi rovesci e lungolinea impensabili, essere fuori misura e in armonia col mondo anche solo guardandolo agire dietro una pallina, è questo che fa Federer, è questo quello che è, l’attimo più vicino all’Alleluia, alla grandezza infinita che in molti non vedranno mai se non attraverso i colpi della sua racchetta: l’incastro perfetto col tempo presente, il sentire e il perdurare del gioco che annulla l’occasione del dolore, inventando – tenacemente – nuovi scenari. Federer amministra quelli che Totò chiamava “attimi di dimenticanza” attraverso i quali si manifesta la felicità. Ogni suo colpo è una freccia scagliata alla ricerca di una nota pura, per questo lo stupore che lo accompagna è teatro – e qui converrebbe anche Carmelo Bene – rotazione antica di particelle e possibilità attraverso gesti e parole, nel gran via vai del mondo, che ci salva dal precipizio dell’abisso. Insomma gli avversari cadono davanti a Federer per il nostro bene, persino questo croato Marin Čilić – che proviene da Međugorje e per questo dovrebbe essere abituato a visioni e misticismo – non può nulla. Roger Federer si muove tra i crolli che causa, che lascia precipitare sotto la sua luce, provocando la sua nuova stanchezza, allargando i confini del suo regno, fulminando palline tra le righe, arrestando i sogni degli altri, preparando lentamente il suo lungo addio. E il resto è vuoto.

[uscito su IL MATTINO]

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