Un calciatore meridiano, tracollante, eternamente sul punto di cadere

Fai finta di andare, non vai, poi vai: è il dribbling spiegato da Jorge Valdano e applicato da Antonio Cassano. Il picaro del nostro pallone. Sempre pronto a scrivere e riscriversi la biografia calcistica, fino al punto d’invocare un “purtateme ‘a casa mia”, alla Pino Daniele, nel bel mezzo di un ritiro, quello dell’Hellas Verona a Mezzano di Primiero. Dice smetto, lascio, poi no: “È stato un momento di grande debolezza. Stamattina ero stanco, avevo fatto una riunione per dire che volevo staccare, nient’altro. Sono convinto della scelta che ho fatto e voglio continuare a giocare, voglio vincere questa scommessa”. Un momento di assenza dopo un anno fuori dai campi, una pettinata d’indolenza, e una alzata d’insolenza: la solita vecchia allergia alla disciplina, all’organizzazione, ai gruppi, e giù giù fino agli schemi, per poi contraddirsi e una volta in campo diventare sempre l’uomo dell’assist giusto, fosse anche uno solo, ma perfetto. Giocare o non giocare più: questo è il problema, per Antonio Hamlet Cassano, solo che basta un attimo per scivolare da Shakespeare a Lino Banfi, dall’Inghilterra alla Puglia, dalla serietà alla risata. “Ho ragionato spesso con la pancia, ma stavolta grazie a mia moglie e ai miei figli, al ds e al presidente, ho capito che il Verona è una scommessa che devo vincere. Stamattina ho avuto un grande momento di calo e di pancia stavo sbagliando per l’ennesima volta, voglio continuare questa sfida e sono sicuro che la vincerò.  La decisione era una cazzata clamorosa, più grande di quelle che ho già fatto. È il momento di continuare e fare l’ultimo miracolo della mia carriera facendo una grande stagione.  Non sarei andato via per un’altra squadra, avrei appeso le scarpe al chiodo, per tante situazioni”. Mi si nota di più se mi ritiro o se continuo a giocare? Questo sembra alla fine della giornata, un Nanni Moretti al ribasso e in ritardo. E prima c’era stata una mattinata di scompiglio con il presidente Maurizio Setti, il direttore sportivo Filippo Fusco e l’allenatore Fabio Pecchia che tentavano di marcare l’immarcabile Cassano – e farlo ragionare – come in passato avevano tentato: Ferrero, Donadoni, Stramaccioni, Prandelli, Galliani, Garrone, Lippi, Capello, Fascetti e molti altri. Una lunga scia di padri putativi e custodi cautelari, presidenti e allenatori, tutti elusi, caduti, maltrattati, e soprattutto sfiniti dal carattere lunatico di quello che doveva essere il nuovo Roberto Baggio, e che è divenuto altro: uno sperperatore di partite e vite calcistiche, mai di palloni, perché in mezzo al caos che creava riusciva comunque a fornire palle agli attaccanti, a regalare il meglio inventando corridoi e spazi per i suoi compagni: lanciandoli in porta. Una generosità avulsa, quasi una schizofrenia applicata al campo – e mai estesa ai novanta minuti –, dove dimostrava una disponibilità che fuori non aveva, una saggezza – a smozzichi e sputi – che poi smarriva uscendo. La sua è una inadeguatezza tutta meridionale, un essere sempre fuori posto, come gli uomini del sud. Un calciatore meridiano, tracollante, eternamente sul punto di cadere, e che però non cade, esce dal campo, ma non smette di dare e darsi spettacolo. Cassano è la dissipazione in maglietta e pantaloncini, l’uomo che mentre monologa contro le autorità, gioca, scherza, e però sovverte, fino ad annoiare e annoiarsi, fino a consumare e consumarsi. Dice di non volere compromessi ma finisce per accettare quello peggiore: con se stesso, senza diventare né Gascoigne né tantomeno Messi. Quella di ieri era la crisi di uno che non è mai diventato il Campione, ma è rimasto il pazzerello, il Peter Pan della trequarti che te la mette sempre in mezzo nel modo giusto, che magari va anche in progressione, se gli gira, ma che poi all’improvviso te lo ritrovi che sbuffa, inveisce e magari si è pure scocciato e vuole uscire dalla squadra senza nemmeno la cortesia che ha usato nell’uscire dal gioco. È questa la bellezza e il limite di Cassano, non ha smesso di essere quello che giocava per strada a Bari, nemmeno dopo un passaggio nel migliore dei club, col Real Madrid, gli ha dato la consapevolezza del professionista, ma solo chili di troppo e una pelliccia che tutti i disegnatori di Spagna hanno consegnato ai giornali e alla storia, ma poi in fondo in fondo c’è un passaggio meraviglioso – alla Zidane –  a Gonzalo Higuain, che segna contro l’Atletico Madrid, e qualcuno dopo tutto lo ricorda anche per quello. Un po’ poco, certo. È che bisogna scavare, e scavando arrivano prima le risse, verbali e non, di Antonio “Fight Club” Cassano e dopo i passaggi e gli eventuali gol. Calciatore e uomo diviso: tra grande assist-man e tamarro che porta in campo il Checco Zalone che ha in petto e in testa, tra ragazzo che sorride a pistolero che dichiara guerra al campionato, tra leader a rompiscatole. Nel lungo addio di Francesco Totti, Cassano se ne stava in divano come un Homer Simpson a guardare le partite che avrebbe dovuto giocare, certo a conquistare una serenità familiare che poi è stata l’origine della crisi, della nostalgia, di una non scelta, ha detto; scambiando l’area di rigore per il salotto, immaginandosi manager di sua moglie: Carolina Marcialis, pallanuotista, e facendo il padre di Christopher e Lionel (sì, in omaggio a Messi). Un salto legittimo, ma anche un tradimento verso il suo talento. Essere George Best è impossibile, poi provarci con esagerazioni da gossip, senza epica calcistica, nessuna frase da ricordare, nessuna finale, nessun Eusebio battuto né Beatles da accompagnare, e nemmeno una Miss Mondo da esibire: insomma, non era meglio giocare e smarcarsi e segnare?

[uscito su IL MATTINO]

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