Pelosi-Pasolini: due croci, una sola spina

Quella Pino Pelosi è una morte che ne cancella un’altra, come un’onda del mare si porta via anche la verità sul poeta Pierpaolo Pasolini che era scritta su una spiaggia di Ostia. Con “Pino la rana” – morto al Policlinico Gemelli a 59 anni a causa di un tumore – scompare l’istinto affannoso di una Roma lontanissima, quella delle borgate, proprio mentre arriva la sentenza di una Roma moderna – di Carminati, e Buzzi –, e col buio di un ragazzo di vita se ne va anche l’ultima possibilità di sapere veramente come è morto un pezzo della nostra storia. A Ostia la notte tra l’uno e il due novembre ‘75 – testimone e complice – in un campetto di calcio, Pino Pelosi, che allora aveva 17 anni, vide e partecipò all’uccisione di Pasolini, fu arrestato, processato, condannato (ad oggi rimane l’unico), si accollò sentenze e storie, poi no, replicò in cento versioni e non diede mai quella vera, quella che non ci avrebbe restituito uno degli sguardi migliori sul nostro paese da Dante Alighieri a oggi, ma almeno un briciolo di verità su quella perdita assurda. Fu un delitto terribile, descritto mille volte, illustrato in quasi tutte le lingue del mondo – pianto fino a diventare icona sminuendone l’atrocità – che toglieva la voce autentica dello scrittore e lasciava con un prodotto di quella pagine, un ragazzo di vita saltato fuori dai romanzi di Pasolini, che lo tradiva, scoprendo solo dopo di essere un figlio della sua poetica. Pino Pelosi fornì dettagli pruriginosi in ogni processo, ma mai fece i nomi di chi era con lui, perché con lui c’erano altri come confessò dopo, molto dopo, quando ormai non interessava quasi più a nessuno. Fu un Pietro che non solo negò per tre volte e più, ma assistette e contribuì all’assassinio del poeta, e ne difese il segreto tragico:  il «concorso con ignoti», facendo così confusione intorno al racconto di quella notte all’Idroscalo da crearne altri, di segreti, che si sommavano alle ipotesi, come quelle di Oriana Fallaci e Furio Colombo. Dai fascisti all’Eni, dalla politica delle stragi a quella del petrolio, dai governi democristiani fino alla scomparsa delle pizze del suo ultimo film: “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, passando per una semplice questione tra omosessuali, tutto calpestava ancora una volta Pasolini, e calpestando quel cadavere si calpestava la verità e la storia italiana, tutto lo uccideva ancora una volta, al punto di far sembrare il delitto una condanna della Storia. Pino Pelosi fu arrestato alla guida dell’Alfa GT 2000 di Pasolini, mentre sfrecciava contromano lungo il Litorale di Ostia, e fuggendo dal luogo del delitto né investì il corpo, dopo aver generato, molto probabilmente, il pestaggio fino all’uccisione. Al momento dell’arresto Pelosi appariva pulito, senza sangue né fango, la prima di tante incongruenze, da un maglione a un anello ritrovati nell’auto di Pasolini. Non sembrava uno che usciva da una colluttazione, tra l’altro con un uomo atletico e forte, che più volte ne aveva dato prova. Ma i carabinieri non sapevano ancora della morte di Pasolini e lo accusarono solo di furto d’auto, che Pelosi confessò, dicendo d’averla rubata nei dintorni del cinema Argo, nel quartiere Tiburtino. Auto che dai documenti risultò di proprietà di Pasolini. Intanto si scoprì il cadavere a Ostia, l’Italia si ritrovò con un corpo che agli occhi della donna che lo ritrovò sembrava un mucchio di spazzatura. Pelosi fu trasferito al carcere minorile di Casal del Marmo, interrogato il 5 novembre, e cambiò versione: disse di essere stato caricato da Paolini nei pressi della Stazione Termini e di essersi recato con lui allo Scalo di Ostia, e prima di aver mangiato al “Biondo Tevere”. Pasolini lo avrebbe adescato alla Stazione Termini per un incontro sessuale – rimane anche l’ipotesi che fosse tutto congegnato, e che Pelosi era parte della trappola – una volta appartati, e dopo aver consumato un rapporto orale, tra i due sarebbe scattata una discussione fino alla colluttazione. Pelosi disse di essere stato colpito con un bastone e di essersi dovuto difendere con una tavola di legno, l’insegna di via dell’Idroscalo. E poi di aver lasciato Pasolini a terra, fuggendo a bordo della sua auto. Pasolini sarebbe morto per un incidente, schiacciato dalla sua stessa vettura. Ma l’intensità dei colpi ricevuti dal poeta, dicevano altro, che non poteva essere stato picchiato da un ragazzetto, e che di sicuro con lui c’erano altri. Venne condannato a 9 anni e 7 mesi e 10 giorni di reclusione e 30.000 lire di multa, si tenne il segreto, come un siciliano, uno ‘ndranghetista, poi cominciò il pellegrinaggio per le tivù con piccole verità elargite non per pietas ma per denaro, aggiungeva persone e racconti senza mai dare indicazioni concrete, mischiava ancora una volta verità e finzione, dicendo che aveva paura, invocando quei poteri forti e quelle trame oscure che aveva sentito al telegiornale. Pelosi era l’espressione di una Roma così vicina alla Guerra da sembrare oggi distante secoli, prima che le borgate venissero investite dall’eroina – come racconterà Claudio Caligari – prima che arrivasse la Banda della Magliana, prima che accadesse quello che c’era scritto nelle pagine di Pierpaolo Pasolini, facendone un profeta. In un disegno borġesiano senza Pelosi, la sua omertà, il suo legame col mondo pasoliniano, non ci sarebbe la gloria del poeta, ma avremmo la verità su un omicidio, e delle risposte sulla nostra storia. Molto probabilmente il ragazzo di vita finì in una storia più grande di lui, traslandosi da comparsa a protagonista, e, accettando il passaggio, ha assunto anche la condizione di vittima, travolto da ragioni che non erano sue, e che, per un paradosso, cancellavano chi si premurava che non lo investissero: Pasolini, che era ossessionato dal fascismo dei consumi, dal progresso indiscriminato e violento, condizioni che partorirono il silenzio di Pelosi. Due croci, una sola spina, e non sapremo chi l’ha conficcata.

 

[uscito su IL MATTINO]

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