Almeno un milione di vasche

Ciò che canta non muta, neanche quando cade. Federica Pellegrini vince ancora una volta la medaglia d’oro, sette volte su otto mondiali, nei 200 stile libero. È ancora una volta campione del mondo a 28 anni (quasi 29, li compirà il 5 agosto), come il Roger Federer che a 36 vince a Wimbledon, nuotando in testa all’americana Katie Ledecky (un vero squalo, la prima volta che viene battuta in una gara individuale) e all’australiana Emma McKeon, argento ex aequo. L’eccezionalità del podio, con le due alla pari dietro la Pellegrini, racconta l’impresa. Lei che ha preso a schiaffi l’acqua di tutto il mondo, e questa volta guardando il suo tempo ha detto «Oddio», come se non potesse più accadere, e con lei, lo abbiamo detto tutti noi, ancora e ancora e ancora, proprio quando sembrava impossibile. Si era qualificata con il quarto tempo, e tutto diceva che le sue avversarie – più giovani e più veloci – le avrebbero dato il tormento. E così sembrava. Almeno fino alla sua progressione negli ultimi 50 metri di vasca, lì è tornata cannibale, un puma, sembrava corresse non che nuotasse, e con una semplicità trascinante. Dietro si lasciava una congregazione di singhiozzi – con Mark Spitz che vede l’impresa e dice: «addio piccola Katie», all’americana favorita – bracciate che non bastavano per la sua potenza, che non raggiungevano la sua forza che con rapidi respiri la portava in testa, la staccava – di nuovo – dal consueto, rendendola abbagliante, in uno stupore cinetico, avvicinandola al segreto circolatorio delle grandi cose. «Io non so cos’è successo, devo ancora rendermene conto. Non pensavo fosse possibile, credo di aver fatto una gara precisa al millimetro. Ci ho provato fino alla fine. Non so dove ho trovato questa energia, ma nella mia testa volevo questa medaglia, era importante dall’anno scorso. Non so adesso cosa farò, ma questi per me sono stati gli ultimi 200, adesso farò un altro percorso», e poi ha aggiunto: «ora sono in pace». Come un cacciatore di taglie che trova la sua preda, che smette con lo scalpo che voleva tra le mani, l’ultimo trofeo. Ha una epica tutta sua, disincantata, da western, appunto, ma con i tacchi a spillo. Servirebbe Sergio Leone per rivedere i suoi 14 anni di medaglie e vittorie, le sue bracciate che commuovono l’Italia – la stessa che poi la critica quando la trova in copertina o tra le pagine del gossip, suo malgrado – ma lei continua a nuotare, tra alti e alti, tempi meravigliosi e vasche da antologia, bella persino quando perde, nella disperazione della sua umanità. Ma ora no, Giovanni Malagò, la stringe forte, premiandola – e le sussurra: «ma che dici? Non devi dire che lasci i 200» – e non vorrebbe lasciarla andare, farla scendere dal podio, come tutti noi, e lei ride felice durante l’inno italiano, poi canta e batte le mani, con una allegria contagiosa, sembra lo Zecchino d’oro, con la commozione che prende tutti quando alza le braccia sotto il cielo di Budapest. Lei che dopo il quarto posto a Rio de Janeiro piangeva, che in molti davano ormai fuori dalle piscine – condizione che la aveva anche sfiorata –, ma poi no, poi ha ripreso, giorno dopo giorno, per tornare la Pellegrini di sempre, l’intramontabile, che riprende la posa accogliente della nuotatrice vincente. L’abbiamo vista straziata, ma non finita. Ha fatto un lavoro su di sé in vasca e fuori, ha capito che doveva diventare altro rimanendo se stessa, smussare le spigolosità, e basta guardare il suo account Instagram per capire come ha reso pop il quotidiano, il suo quotidiano, quello di una ragazza che fatica moltissimo tra piscine e palestra, e raccontandolo, mostrando la sua fabbrica, si è annodata al quotidiano del paese, di chi lavora tutti i giorni, trovando pace, quella pace che poi ha replicato in vasca a Budapest. Il risultato è che il suo tempo 1’54″73 è il suo secondo miglior crono di sempre in una finale mondiale, e sancisce anche la condizione di nuotatrice più vincente nei 200 m stile libero, per questo – forse – lascia la categoria, può permetterselo. Se ne va ammucchiando un bel po’ di numeri e medaglie, di vittorie e imprese. In questi anni Federica ha mostrato tutta la sua inquietudine: ha cambiato allenatore, passando da Philippe Lucas (preso e lasciato due volte) a Matteo Giunta – e giù gossip – ha lasciato anche il fidanzato Filippo Magnini che però era al suo fianco nella Duna Arena di Budapest a farsi bagnare dalle lacrime mentre lei vinceva ancora, a condividerne il trionfo. Possiamo dire che la Pellegrini è l’unica serie tivù dello sport italiano che funziona, che non ha cali, e che regala colpi di scena a nastro: in una continuità che dalle bracciate arriva ai baci, dalle piscine alle discoteche, dal podio alle copertine. È con Valentino Rossi il postmoderno dello sport, lasciando molto molto indietro calciatori e ciclisti, per non dire del tennis. Trionfa e stupisce, vessando sotto ogni punto di vista – dall’immagine della bella ragazza al singolo gesto sportivo – tutti gli altri. Combattuta e offesa, omaggiata e ricoperta d’oro, racconta il carattere degli italiani: doppiamente, per come agisce e per come viene vissuta, in un esercizio malapartiano (da Curzio Malaparte) del vivere esagerando, nello sport e fuori. Prima di questo oro, che sembrava il filo dell’orizzonte: irraggiungibile e soprattutto mobile – c’erano stati i mondiali in vasca corta a Windsor, in Canada, con un oro nei 200, un argento 4×100, e un bronzo nei 4×50. Medaglie che erano balsamo, perché sulle spalle di Federica c’era la delusione di Rio de Janeiro 2016, e a scorrere i mondiali di Kazan 2015 con “solo” due argenti – ovviamente si fosse trattato di un’altra atleta tutti avrebbero parlato di trionfo – e veniva da polemiche feroci, e dietro ancora aveva Londra 2012, un tonfo, insomma bisogna andare a Pechino 2008 per trovare una Olimpiade da Pellegrini. Ma lei sa attraversare il buio, ha una forza che si muove piano fuori dall’acqua, ma che poi macina una volta che si tuffa; è abituata a rialzarsi, a rinascere, a lottare e a riprendersi il posto di regina del nuoto mondiale. A vederla ancora una volta prepararsi prima di tuffarsi in piscina, amare nonostante tutto le vasche, e l’acqua da consumare, appaiono Eugenio Montale e i suoi versi: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”, ecco, lei milioni di volte ci ha dato le sue braccia, sopportando il peso di un paese che non sa amare né capire i suoi figli migliori, e che alza la posta ogni volta che invece dovrebbe stringere e incitare. Federica Pellegrini paga la sua bellezza, la sua intraprendenza, la sua scorza d’essere donna senza paura dei desideri né della passione, e se non si capisce che è la stessa che mette in vasca, non si può comprendere nemmeno il resto, i suoi dai e vai con gli uomini, e le sue uscite notturne sono legate ai suoi tempi. Serviranno anni all’Italia del nuoto e dello sport per misurare la grandezza della Pellegrini, e col tempo tutta la corona di quello che sta fuori dalle piscine apparirà così vacuo e lontano che sarà solo un soprammobile nei ricordi collettivi. Federica nuota nel ricordo di Alberto Castagnetti, più che il suo allenatore, il suo secondo padre, le sue sono bracciate che escono dalla reclusione del dolore, non c’è una sola intervista dove non lo nomini e ringrazi, e poi provando di seguito a descrivere la pena della mancanza, l’assenza, eppure è in questa condizione – ancora troppo sottovalutata – che si genera la grandezza della nuotatrice italiana. Ancora una volta è un sentimento a fare da carburante, che riempie il nido interiore della ragazza, tosta eppure bisognosa d’affetto. È in acqua che quello che racconta prende forma, inseguendo la ragazza che è stata, mentre diventa la donna che è. Se non analizza questo movimento che dal dolore senza perdere il dolore arriva al podio, non si capisce che la Pellegrini è un gigante, che accumula la stanchezza dei nostri secoli italiani e rappresenta il futuro che potremmo avere se non fossimo immobili, stagnanti, ombelicali. È una dea, che dice molto di più di quello che racconta, e proprio ora che comincia a reclamare ozio, si vedono le acque tempestose che l’hanno generata. Ogni sua gara è una ricerca di nuova visione e di avventura, in uno sport, il nuoto, che è apparentemente noioso, soffocante, e con un panorama da immaginare. Per questo Federica sale e riprende, lascia e riprende, per replicare il movimento, lo snodarsi d’energia che dalla testa passando per le braccia arriva ai piedi, alla ricerca della felicità d’essere una nitida figura che lascia una traccia di splendore. Sta fuori misura, graffia, colpisce, mangiando distanze, è la corrente che agita le piscine, andando oltre il loro gioco. Scorre tra solitudine e menzogna, passa lasciando cadere lacrime, inghiottendo, palmo a palmo, le avversarie. Non si vede più il suo cammino in acqua, ma si contano le gioie: nel grande hotel della storia c’è una stanza a suo nome.

 

[uscito su IL MATTINO]

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2 thoughts on “Almeno un milione di vasche

  1. rodixidor ha detto:

    Sì è una dea, ma anche se non lo è, è bello divinizzare una ragazza tosta e tenace, fragile come il diamante. 🙂

  2. […] non si vedeva un Marchionne così raggiante dai tempi delle pacche sulle spalle con Barack Obama. A Budapest è rinata Federica Pellegrini, da Budapest la Ferrari mostra di avere i numeri, le capacità, e forse anche la macchina per andare […]

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