L’ignoto Guttuso

Alla pasta e ceci al posto della “comare” del Banco dei pegni e alla valigia abbandonata con gli ottanta milioni del Totocalcio, toccherà aggiungere un bassorilievo di Renato Guttuso da ottocentomila euro svenduto a centoquaranta. A “I soliti ignoti”, all’“Audace colpo dei soliti ignoti” e a “I soliti ignoti vent’anni dopo” va aggiunto un nuovo colpo, quello de  “L’ignoto Guttuso”. Dopo Mario Monicelli, Nanni Loy e Amanzio Todini bisogna cercare un altro regista che sessant’anni dopo il primo film giri l’ultimo episodio della serie su una banda di scalcagnati, maldestri ladri d’appartamento che rubano un Guttuso e lo vendono al mercatino, non riconoscendolo. Esterno giorno, città di provincia con mare, Salerno, la macchina da presa scende lentamente dall’alto fino a raggiungere i due uomini immersi in una serissima discussione in una Fiat Multipla, invasa dal fumo e dai singhiozzi, dove il Guttuso rubato diventa Gattuso nel senso di Gennaro detto Ringhio, facendo rivivere le invenzioni di Age e Scarpelli, la loro capacità di masticare il quotidiano collettivo fino a renderlo comune nelle questioni, così, un ex calciatore grintoso, persino campione del mondo, per assonanza diventa il pittore che oscilla tra la carnalità – soprattutto quella di Marta Marzotto la sua Frida Kahlo, che diventa Madonna –  e quello austero dei funerali di Togliatti; e c’è da ridere pensando al Vittorio Gassman che recitava d’un fiato al commissario di polizia che lo interrogava nell’“Audace colpo dei soliti ignoti” la cronaca della partita per avere il suo alibi: «Il veloce Mora si involta sulla destra ed effettua un traversone al centro dell’area, dove Altafini detto “Mazzola” colpisce di testa battendo inesorabilmente il pur bravo Panetti». Niente calcio nella Fiat Multipla, ma due ladri che riflettono sulle proprie imprese: «Vincè sai quante occasioni buone hai avuto e non te le sei sapute guardare, le hai vendute, andammo a fare pure quella casa dove stava il Gattuso per prendere 140 euro». Il Vincè è Vincenzo Apicella, che viene rimproverato da Antonio Castaldo, il Gassman della situazione, tutto «sci-scie-n-ttiffico», con qualche rimorso. È la realtà, bellezza. Quella che si apparecchia per il film, dai verbali possiamo vederli entrare in una villa di Ravello, in flashback, con la voce narrante che si giustifica davanti al giudice, mentre appare l’inverno della costiera amalfitana, strade vuote e paesi pure, i ladri conoscono la zona, sono già stati nella villa, possono persino far casino inciampando con la compostezza di un Ferribotte o il disincanto di Capannelle, mentre usano le federe dei cuscini come contenitori della refurtiva. La banda di Apicella quella villa la conosceva già, c’erano stati – a rubare – nel 1999, e Apicella era stato preso, proprio per quel furto. È facile vedere il commissario che dice ai suoi: «proviamo con quello, come si chiamava, sì, Apicella, il chitarrista di Berlusconi, vediamo se è stato così fesso da tornare nella villa». E quella che è la prima mossa di una indagine, diventa la soluzione. Interno sera, il commissario, a cena, racconta a sua moglie la banalità della banda Gattuso. Uno sceneggiatore da fiction Rai ci metterebbe il film di Monicelli in tivù sullo sfondo come innesco della conversazione, un americano userebbe il calcio come madeleine, uno scrittore né l’uno né l’altro, il rimando è così evidente da non dover essere rimarcato, al massimo ci mette “a.d. 4000 d.c.” la canzone dove Rino Gaetano immagina un Guttuso messo all’asta in un mercato. E poi il tentativo di recuperare l’opera, un po’ come la sedia d’artista di Mazzacurati. Altra scena, il riconoscimento del bassorilievo, interno giorno, con l’esperto che parte raccontando di Federico Zeri che nell’83 al Getty Museum fu chiamato a riconoscere una statua di marmo risalente al VI secolo a. C., presunto capolavoro dell’arte greca. Un’equipe di scienziati la studiava da 14 mesi in ogni centimetro. Zeri per qualche motivo che neppure lui seppe spiegare, fissò la statua e poi disse: «È un falso». E così era. La messa in discussione dell’opera fa parte dei colpi di scena, magari i ladri hanno fatto bene a darla via per 140 euro. E invece no, poi si capisce che il Gattuso-Guttuso non è falso, con una scena in commissariato dove il padrone dell’opera ne dimostra la veridicità con l’acquisto da Christie’s. Stacco, si torna al primo furto nella villa, e ai sette della banda, oltre Apicella e Castaldo, con i fratelli Antonino e Catello Russo, Carmine Iacono, Michele Salvatore e l’altro Castaldo: Antonio; che passano in rassegna la villa, stanza dopo stanza, piano dopo piano, e due di loro guardano pure nella credenza prima, e nel frigo dopo, spostando il mirino dalla carente critica d’arte in una ricerca culinaria figlia della fame che sempre governa i desideri dei ladri. La rude pretesa di scavalcare il proprio disagio nella proprietà privata altrui. Con la sfiga che fa il suo corso, calando sui maldestri attori, giacche che si incastrano, piedi in falla, vasi che cadono, e, tra tanti quadri di poco valore, il bassorilievo che avrebbe cambiato le loro vite, anche piazzato molto al di sotto del suo reale valore, che diventa un ingombro di cui liberarsi. È la tirannia del comico, che precipita sul piccolo ladro. A Diabolik non sarebbe mai capitata una cosa del genere. Basta seguirli nelle loro case, evoluzioni di quella di Capannelle, vedere i loro bar, il motorino al posto della bici, i jeans con i falsi strappi da stilista, i telefonini che diventano la prova di condanna, e la stessa verbosa ricerca di una possibilità. Sono gli stessi uomini, in una continuità quasi banale, che dalla strada arriva al cinema e dallo schermo torna alla strada, in un vortice di errori e ignoranza che diventano duplice pena. E sullo sfondo gli stessi cantieri, temuti più delle carceri, il lavoro che consuma e di cui per farsene vanto serve una di quelle esistenze da gomiti larghi e pesi sulle spalle, a dispetto delle apparenze beffarde e della calce che cola. Una di quelle vite che stanno incastrate nei salti di vocali, dove il nove di briscola è il nove di briscola e non un improvviso bassorilievo di valore.

 

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “L’ignoto Guttuso

  1. rodixidor ha detto:

    ” Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi! Voi, al massimo… potete andare a lavorare!” [Tiberio]

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