Sam Shepard: l’uomo che conquistò Broadway e Hollywood

Si augurava di vedere la terra per sempre, piuttosto che il regno dei cieli. Questo era Sam Shepard, che a 74 anni ha superato la frontiera, quella definitiva, dopo averla raccontata. Scrittore: di cinema e teatro; attore e regista; con la faccia levigata e il cuore in subbuglio, capace di apparecchiare una storia anche in mezzo al deserto, convincendo tutti, giocando col silenzio, la polvere che si alza, e un dramma lontano, evocato e dipinto con frasi secche mettendo il cappello da cowboy su Cechov. Il suo grande sogno partiva dai divani e arrivava alle praterie, in questo percorso c’era tutta la sua scrittura, quella per il teatro, per il cinema e per i libri, una unica grande strada dove allacciare l’America. Su quella strada, affollata d’incontri, aveva trovato il tempo per amare O-Lan Jones (un figlio: Jesse), Patti Smith, Jessica Lange (due figli: Hannah e Samuel) e infine Mia Kirshner. Shepard, malato di sla (sclerosi laterale amiotrofica), una beffa per il suo dinamismo, aveva cominciato in teatro ed era finito sulla pellicola grazie a Terrence Malick con “I giorni del cielo”, portandolo alla nomination Oscar come migliore attore non protagonista. Poi erano venuti registi come Robert Altman, Herbert Ross, Volker Schlöndorff, Michael Apted, Peter Yates, Ridley Scott, Nick Cassavetes, Wim Wenders, Lawrence Kasdan, Alan Pakula, e molti altri arrivando alla serie thriller di Netflix: “Bloodline”. C’è chi pagherebbe per squadra e titoli così, per lui erano porte che apriva con naturalezza, giocando. Ha sceneggiato per Antonioni “Zabriskie Point” (1970) e per Wenders  “Paris, Texas” (1984) scrivendo il vuoto degli spazi e quello degli uomini e delle donne. Si era allenato inseguendo e raccontando Bob Dylan nella tournée “Rolling thunder revenue”, tra il 1975 e il 1976. Dylan chiese a Shepard una sceneggiatura che dylanianamente doveva sfuggire al punto di raccontare anche Kerouac con la complicità di Allen Ginsberg – che conosceva da tempo e col quale aveva scritto e recitato –; Shepard fece di più oltre le scene scrisse anche un diario, e insieme al futuro Nobel un racconto sotto forma di lunga canzone: “Brownsville girl”. Suonava la batteria in due gruppi rock, gli “Holy Modal Rounders” e “Lothar and the Hand People”. Shepard non era solo un uomo bello e fortunato, era un uomo capace di fare molte cose, forse troppe per i suoi detrattori, a 30 anni aveva un gran numero di commedie rappresentate in giro per New York, vincendo nel ’79, e non a caso, il Pulitzer per il teatro con “Buried Child”, era l’America che cercava se stessa, con cruda eleganza – bordeggiando l’orrore –. Ha confuso i ruoli di proposito, ha contestato il paese che si tradiva, inchiodandolo alle contraddizioni che diventavano sempre maggiori. Ha lavorato sulle incomprensioni, oscillando tra dramma e commedia, estremizzando le lacerazioni che tutti viviamo. Ha giocato a tennis col destino, e si è divertito tanto, con eleganza, quasi non mostrandosi mentre appariva. Era uno scrittore e un attore di silenzi, come si può capire leggendo “Motel Chronicles”,“La luna del falco” o “Cruising Paradise”; il suo era un meccanismo del dettaglio, uno scioglimento doloroso in frammenti. La frustrazione dei suoi personaggi, le loro paranoie gli appartenevano. Il racconto breve era il suo respiro, nell’accurata restituzione di piccolissime rivelazioni c’era il suo sguardo, fatto di istinto e combattività, e di idee anarco-conservative (la sua educazione era figlia di un ufficiale dell’esercito e di una insegnante, era nato in un posto per duri Fort Sheridan, Illinois, di proposito aveva voluto perdere suo padre, poi ritrovano una sera in una bottiglia di whisky), rimpianto e rivoluzione, meglio se a cavallo. La sua modernità è indiscussa, sia nella lingua degli scambi che nella restituzione della realtà, fatta di una immediatezza che era solo apparentemente elementare. Battezzava le cose per quelle che erano, come fa chi non ha tempo da perdere con il compiacimento. Aveva un mondo dietro di sé e lo ha regalato al cinema, l’ha fatto a pezzi e disperso tra musica e teatro, racconti e film, senza mai farne merce, anzi qualche volta esagerando col lirismo, cantando troppo lo stesso posto: il vuoto, tra le cose, tra le coppie. Tutti diranno che la sua montagna da scalare era O’Neil, ma è solo una mezza verità, perché era uno da orizzonte, non da altezze, era uno che guardava davanti non in cielo. Apparecchiava, confondendo, un mosaico di piccole storie con irrequietezza, che si trovava scavando. Non importa dove sei, non importa dove vai, non pensare a niente, goditi il momento. Gli interessi della ditta stanno tutti nelle domande non nelle risposte. Quello che conta è baciarla.

[uscito su IL MATTINO]

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