Favaramericana

Nella provincia di Girgenti, nella Sicilia inventata di Camilleri, tra l’abusivismo e i crolli, a Favara, ci sono Sette cortili che fanno un progetto vero. Bianco Guggenheim. Una farm, con un linguaggio estremo, che prova a ribaltare tutto: cultura mafiosa, illegalità edilizia, tempo immobile. Un progetto che va oltre gli esperimenti di Gibellina e Salemi, ma non usa i Comuni, non spende soldi pubblici, e coinvolge la gente, in un contrasto irreale che vede le foto di Terry Richardson stare sotto il naso delle signore del quartiere con una sorprendente normalità: come se i Sette cortili fossero la Quinta strada. L’idea è venuta ad Andrea Bartoli (40 anni), un notaio che è il contrario dei notai, un siciliano che sarebbe piaciuto a Sciascia, perché non arreso alla normalità. Con una idea molto americana della vita, ha sempre una frontiera da raggiungere, un sogno da realizzare e inseguire, e come Obama ha capito che bisogna far leva sui sentimenti «solo quelli ci salvano». Gli esempi che hanno portato alla nascita del Cultural Park sono: Palais de Tokyo di Parigi, Place Jemee el fna di Marrakech, e il mercato di Camden Town a Londra, con un imperativo: mescolare, cibo, arte, generi, voci e lingue, far vivere insieme museo e mercato, aggiungete la Sicilia col suo carico di stupore ma anche di tolleranza, giovani artisti italiani,  architetti coreani e una cerchia di vecchi palazzi abbandonati che fanno da sfondo, ancora per poco. Il bianco sta arrivando anche per loro. Il progetto di Bartoli, non ha nulla di tradizionale, è una difficile operazione di svolta, un laboratorio sovverte lo stato di fatto, e diventa un esempio fondante per il Sud lamentoso in attesa. Il notaio, ha fatto tutto con sua moglie, Florinda Saieva (33 anni, avvocato, un passato da calciatrice, giocava libero), poi hanno allargato il progetto a parenti ed amici, prima una associazione fra poco una fondazione, coniugando la passione per l’arte contemporanea, le esperienze fatte in precedenza (un primo tentativo di Farm nella residenza di campagna, in Romania come scout di talenti, persino con una isola su Second Life), con la straordinaria occasione che un paese come Favara offriva: un centro storico quasi del tutto abbandonato a se stesso, con il terribile peso dei crolli di gennaio che hanno portato la morte di due bambine (le sorelle Chiara e Marianna Bellavia, 3 e 14 anni), e che stanno a pochi isolati dai Sette cortili. E per un paradosso, degli estremi, molto siciliano, il clamore, il bianco delle nuove case (da cretto Burri) servono anche a non far calare il silenzio su quello che è accaduto. Perché sempre più persone vengono e verranno a Favara, e dopo aver visto i Sette cortili, le mostre, le istallazioni, sentiranno il bisogno di andare a vedere le macerie e chiedere: a che punto siamo? Una operazione niente affatto discreta nel tono, ma costruita con sensibilità. Persino gli abitanti, pochi e perlopiù anziani, che non sono andati via, della parte vecchia di Favara, vivono – l’arrivo dei colori, la ripresa delle case, destinate alla cimazione o peggio alla demolizione – con gioia, quello che stentano a capire. All’inizio in paese si diceva che Bartoli stesse costruendo “una città notarile”, che da sola sarebbe una opera a sé, tra le tante esposte, e racconta la distanza tra il progetto e l’immaginario collettivo, dopo, con l’inaugurazione nel giugno scorso, hanno capito, si sono scandalizzati, sorpresi, hanno aderito, si sono divisi, e mentre discutevano, Bartoli era già pronto ad andare avanti, pensava già al seguito. Lo spirito che anima il progetto è soprattutto l’ironia, l’irriverenza, il nonsense, giocando molto sul confine tra arte e presa in giro, si va da Manzoni, Piero, a Cattelan, come esempi, e si arriva a “Trinity” la banca di Dio, di prossima apertura annunciata da Antony La Pusata, che presto avrà anche un bancomat, per ora ha una campagna martellante con pastori neri che invitano ad aprire un conto con la banca del signore e promettono eternità e tassi con la stessa serietà. E prima si può vedere Max Papeschi che ha trasformato Auschwitz in McDonald’s, Stalin in Paperoga e Dresda in un gioco di Gatto Silvestro. Ma c’è anche altro, un forte desiderio di svecchiare il linguaggio non solo attraverso l’arte, così ecco la festa per l’elezione di Barack Obama (una delle prime iniziative della Farm, tenuta a Riesi), con tanto di banda musicale e concorso nelle scuole, o la selezione per le miss che poi diverranno ragazze immagine delle aziende della provincia, l’uscita di un giornale settecortili, che racconta mostre e artisti presenti a Favara, e prova a far capire che cosa accade nel Park. E il salto, il brusco passaggio da un mondo all’altro lo segna la lingua, e non per semplice amore esterofilo, ma per indicare una strada, una soluzione, tutto parla inglese, e lo sguardo dice Stati Uniti d’America, non a caso l’unica bandiera oltre quella della Farm (l’happiness flag, dei siciliani che non si arrendono, rossa a pallini bianchi) è quella a stelle e strisce. «È un tentativo di migliorare il nostro territorio, di rimetterlo in vita», dice Bartoli. Il ponte c’è, all’ingresso dei cortili, una grande insegna, opera di Fabio Melosu, che fa il verso a quello di Brooklyn (e alle gomme) ma che diventa ponte di Messina (la gomma del ponte sullo stretto): “monumento all’opera italiana più importante dopo le stimmate di Padre Pio”. Più in là c’è “Happy Mary”, la madonna del cortile, avvolta nella bandiera della Farm e i fiori di Maria Giudice (72 anni). Il progetto è ambizioso, come racconta l’architetto Michele Vitello(40 anni) che ha aiutato Bartoli nell’acquisto e recupero delle case, e sta lavorando a un albergo diffuso: «si fa fatica a spiegarlo a tutti, ma ne vale la pena, non smetto di farlo». Intanto, le case che aspettano di essere incluse, imbiancate, riprese, vengono riscaldate dalla luce di Davide Groppi. Fuori dai Sette cortili c’è l’Hotel Belmonte (albergo d’arte) che parla con la stessa voce. Dietro il progetto tre ragazzi che hanno scommesso sul ritorno in Sicilia, Antonio e Giulia Alba, Salvatore Tortorici. O un posto come Tetraktys che mescola Archimede e cibo, dove si può incontrare l’ingegnere Giuseppe Pullara, convinto che «la matematica sia il lubrificante del mondo», e Max Planck la speranza. C’è un’aria strana a Favara, ti imbatti in questi alieni che hanno deciso di rischiare molto, sporcando i loro sogni con un contesto che alterna una città informale come solo al Cairo e molti vuoti urbani che ricordano Beirut, se non li incontri, giri a vuoto, ti perdi, non capisci, se li cerchi, ti viene voglia di venire a stare qui, di viverci e aiutarli, perché senti che stanno andando oltre, che stanno spostando i desideri, che stanno muovendo qualcosa, anche se sono circondati dall’indifferenza. Sono tutti dei genitori che non vogliono perdere un altro giro, che non vogliono restituire il torto di essere vissuti in un posto che era muto, lasciandoti come alternativa solo quella di accontentarti o partire. E allora torna Miriam Mignemi (24 anni) ballerina e speaker a Radioin di Favara, che ha studiato a Milano. Torna Monica Sciara da Roma, stessa età, sogni differenti, vuole fare la giornalista, ma per ora si accontenta di farcire i panini ai Sette cortili. Dove si stanno accorciando le distanze geografiche e quelle temporali, senza che il peso dell’impresa gravi sul territorio, si va oltre la politica che mai avrebbe fatto un simile sogno, la mafia che non capirebbe perché comprare una foto di Terry Richardson vestito da orso in un bosco, o peggio, nudo con la cravatta, e anche oltre la nostalgia e i rimpianti che animano ogni impresa culturale nel Sud. Per capire Favara il notaio e il seguito, l’entusiasmo, la leggerezza, dovete pensare a un effetto Lazzaro, che poi è anche il lato negativo del progetto. Bartoli e moglie arrivano come alieni in un posto morto e non solo dicono: alzati e cammina, ma se lo caricano sulle spalle fino al risveglio, e fatto da loro sembra un gioco. La folla intorno prima si stupisce, poi ci crede e si ripete: è possibile, i vecchi che vivono lì, sperano che accada anche a loro e intanto cominciano a tirar fuori energia, vivevano in un posto in putrefazione, si sentivano a ridosso della morte, ora no, se la giocano, si lasciano prendere, sembra un “Cocoon” (film di Ron Howard) siciliano, e siccome l’impresa continua, ogni tanto una casa viene recuperata e imbiancata, anche l’effetto Lazzaro continua, l’energia sale, la curiosità si aggiunge ai ragazzi che arrivano, loro non smettono di crederci, il problema o difetto, sta nel rischio (seppur minimo) che cali il vento, che finiscano le forze, e il progetto si fermi, o subisca dei divori, in quel caso bisognerà chiedersi: quale paese è così crudele da meritare di morire due volte? Ma i Sette cortili, resteranno, perché non sono solo un sogno ma anche un film americano, uno di quelli di Frank Capra, dove tutti ci mettono qualcosa, anche chi tace e gira intorno.

 

Foto di Maria Vittoria Trovato 

[uscito su D di Repubblica, ottobre 2010]

Sette anni fa, con la fotografa Maria Vittoria Trovato, raccontammo questa storia per D di Repubblica, e fu una delle più belle perché conoscemmo Andrea e Florinda, le loro figlie, i loro amici e un paese meridionale che aveva trovato un’altra lingua, che usciva dagli stereotipi e che si metteva a progettare una cosa che non aveva precedenti nel sud Italia: non c’erano coinvolgimenti politici, non c’erano secondi fini e soprattutto non c’era nessuna sete di potere, ma una orizzontalità di sogno, una preoccupazione per un posto – Favara – che faceva parlare di sé per i crolli e per la mafia. In quegli anni io e Maria Vittoria giravamo tantissimo per il mondo, e ogni nostra storia era così estrema da sembrare fiction, e a furia di raccontare storie assurde ci eravamo anche un po’ assuefatti alle persone fuori dall’ordinario che incontravamo. Ma Andrea Bartoli ci risvegliò, aveva una tale forza e una ironia così sottile da sembrare una invenzione hollywoodiana: completamente immerso nel suo sogno e nella realizzazione di questo. Andrea in questi anni ha fatto tante di quelle cose e così bene che ogni volta che lo vedevo o gli parlavo continuava a stupirmi. L’ho sempre visto come un marziano, uno che non si stancava mai, che non smetteva di lottare – in questi anni le rotture di cazzo sono state tante e grandi – e non gli ho mai sentito parlare del passato, mai un lamento, l’ho sempre visto leggere i problemi ridendo, con una leggerezza che andrebbe studiata insieme a un mucchio di altre cose di cui è custode e in modo dispari. Poi, l’altro giorno, mi ha detto che era stanco, e addirittura mi ha ricordato quello che dissi la prima volta a lui e a Florinda: Lo sapete che vi siete caricati dei cadaveri sulle spalle? Intendevo il malessere e l’immobilismo tipico del sud, che insieme diventano avversione per ogni minimo cambiamento. Io racconto storie e non chiedo mai niente ai miei lettori, nemmeno di comprare i miei libri, ma questa volta – e giuro; è l’ultima – una cosa devo chiederla: andate a Favara, andate a dire ad Andrea e Florinda che non sono soli, andate a vedere che cosa hanno tirato fuori dalle macerie mentre la Sicilia e l’Italia passavano da una polemica all’altra, con un metodo che diverrà pure scuola, senza mai prevaricare, senza mai imporsi. Il resto verrà da solo: andando, riconoscerete una parte di voi che vi mancava da tempo. Grazie.

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