Neymar: padre, figlio e colore dei soldi

Neymar da Silva Santos Senior oscilla tra le ossessioni di Leopold Mozart e la lungimiranza di Richard Williams. È un padre tiranno, come gli altri due, sono dei genitori che hanno visto la luce, quella che illuminava i loro figli: nell’ordine Neymar da Silva Santos Júnior, Wolfgang Amadeus Mozart, Venus e Serena Williams. Un pallone, un clavicembalo e due racchette sono bastate per sistemare quello che loro avevano lasciato in disordine, per trovare finalmente la vetta, sportiva e soprattutto economica. La gloria intramontabile di Mozart e i trofei delle Williams vengono superati – se tutto andrà come sembra – dalla montagna di denari sopra la quale si siederà Neymar jr grazie alle manovre raiolesche di Neymar sr: 600 milioni di euro (222 il costo del cartellino, 300 del contratto da testimonial del mondiale in Qatar e 100 di bonus) e dei 300 e passa milioni che nei prossimi 5 anni incasserà la famiglia Neymar, 40 sono per il papà, che realizza un sogno cominciato molto tempo prima e che da un parcheggio polveroso passa a una autofficina saltando su campetti assolati. Perché Neymar sr era un calciatore mediocre, che si arrangiava come parcheggiatore e poi meccanico, fino a che non ha capitalizzato la sua passione, investendo sul figlio. Che ha bruciato le tappe, a 14 anni già portava a casa il primo milione che il padre investiva in un fortino per playstation a Vila Belmiro. Per Neymar sr il figlio è l’impresa, e le imprese del figlio sono il profitto, il tutto in assenza di lavoro, condizione che farebbe impazzire il centrocampista metodista – pure troppo – Karl Marx; dal canto suo il Neymar padre, che somiglia a uno Chilavert da ring, a queste obiezioni risponderebbe come uno di Wall Street: «Junior finché è qui in casa è mio figlio, quando è fuori è il mio modo di guadagnarmi la vita. Non ci vedo niente di strano. È la nostra impresa, io e sua madre siamo i presidenti». La socia Nadine Santos che tra le mura è madre e fuori è presidente, è quella che all’inizio c’ha messo il capitale, perché Neymar sr c’aveva già messo l’immaginazione, che, a conoscere il campo di partenza, Mogi das Cruces, lo mette alla pari con Steven Spielberg di “ET”. Il suo marziano è nero, però, «el preto», dice sorridendo. E lui è il suo agente ingombrante, che a stare alle dichiarazioni dell’ex presidente del Santos Luis Alvaro da Oliveira Ribeiro, «è un bugiardo che pensa solo ai soldi». E ci mette il carico: «Aveva preteso una clausola con cui il club avrebbe dovuto pagare i biglietti in prima classe per lui, e in seconda per i suoi assistenti, per andare a vedere Neymar quando giocava in trasferta, non importava che si trattasse del Brasile o del torneo paulista. Guadagnava 1,3 milioni di dollari al mese, aveva uno yacht di 70 piedi, e due case sulla costa di San Paolo». Altri aggiungono che non pagava nemmeno i caffè, mentre continua a giocare di continuo alla playstation, un personaggio che oscilla tra Molière e i coatti dei fratelli Vanzina. Nel passaggio al Barcellona dei 57 milioni dichiarati pare che ci fosse una differenza in nero – che andava all’azienda di famiglia – con la vera cifra di 95 milioni, più una orgia londinese che spettava al padre del calciatore. Il profano. Mentre il sacro è appannaggio di Nadine, la madre, e Rafaela, la sorella, che mentre preparano uno dei quattro pasti giornalieri, nelle loro enormi cucine, hanno pensieri alti: «È Dio che ci ha dato questo figlio, prima di ogni partita lo chiamo e preghiamo insieme a lungo». Aspettando che anche Neymar sr si sanpaolizzi, intanto risolve problemi e pone condizioni, risolse come se fosse una pratica immobiliare anche quella di suo nipote: «Quando mi ha detto che stava per avere un figlio mi sono arrabbiato moltissimo. Non era il momento, è stata una stupidaggine».  La ragazza aveva 16 anni, è stata indennizzata e contrattualizzata con obbligo di silenzio e allegria, può sorridere e dire bene dell’impresa Neymar che è passata come una compagnia bananiera, arricchendola un po’. Neymar jr studia da Pelé, inseguendo Ayrton Senna, ma del primo non ha ancora nemmeno scalfito l’ombra – seppure lontana nel tempo – e del secondo non ha la classe. Suo padre l’ha ridotto a un manichino, che fra poco avrà anche lo sponsor per i respiri. Si diventa idoli a prescindere di quello che si indossa, nel caso di Neymar l’estetica distrugge l’etica: alla fine chi lo vede giocare conta le griffe non i gol, conta i soldi che gli cadono nei vari conti correnti non i colpi di tacco, conta la fortuna non l’epica. Tra i due il personaggio è il padre con la sua fame atavica che racconta il paese-continente che ha prodotto entrambi: c’è più romanzo nell’incontentabilità da Goldman Sachs dell’azienda familiare che nei titoli che il calciatore dovrebbe vincere. Se fa più rumore un tuo taglio di capelli di un tuo gol, sei uno da passerella non da campo, anche se tuo padre è felice perché ha più soldi di Pablo Escobar.

[uscito su IL MATTINO]

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