Gli ultimi cento metri di Bolt

Gli ultimi cento metri di Usain Bolt sono una passerella velocissima, con l’atleta giamaicano che finalmente lascia uscire i suoi Caraibi tristi, nell’estate del suo addio. Per una volta si vede la pena, anche se continua a sorridere, ma non è il dj della pista, sta piuttosto virando verso un ritmo malinconico, per l’uscita di scena. Dopo aver costruito la sua mistica, ora la sta smontando, dopo aver affascinato il mondo, adesso si sta ritirando un pezzo alla volta, prima i cento metri poi la staffetta, dopo tirerà giù la saracinesca della sua fabbrica di stupore, e potrà persino ingrassare, seduto sotto una veranda al sole a guardare distese di banani e bere birra, raccontando quello che è stato, quello che rimarrà per sempre anche quando sarà superato. Bolt non è solo l’uomo dei record e dei limiti superati, è quello che porta l’allegria nel mondo dell’atletica, prima era tutta una sofferenza, facce contrite e muscoli tesi, lui dice che si può fare, e diversamente. Trasforma lo sforzo in show, sovrappone al gesto atletico – e che gesto – quello teatrale, riscrivendo, per sempre, arrivi e partenze, pre e post gara. È quello che guarda i fotografi per la foto giusta mentre taglia il traguardo o che dice «sshhh», sempre in favore di camera, al suo avversario Blake, colpevole di averlo superato nei Trials. È un animale da corsa e da schermo. Un uragano, che non ha solo spazzato via il tempo degli altri, ma ha imposto un nuovo clima in pista. Il clima Bolt. Intanto non ce n’è per nessuno: centoquarantasette successi dal 2002, diciassette titoli vinti, otto titoli mondiali, venticinque medaglie (17 d’oro, 6 d’argento e 2 di bronzo), ogni volta che il suo piedone (ha 48 di numero) poggia a terra. Solo una falsa partenza, a Daegu nel 2011 l’ha tradito, è il suo pozzo, insieme a Gatlin che lo batte a Roma nel 2013 per un centesimo. «Nessuno mi batterà. Dirò addio all’atletica da vincente. Non fossi pronto non sarei qui. Mi conoscete non sono un buffone. Lo faccio qualche volta per far divertire la gente, ma sono e resto il ragazzo d’oro della velocità. Voglio che i miei figli un giorno possano dire: nostro papà è stato un fenomeno, una vera leggenda. Gli farò vedere le mie corse, i miei 14 anni di gare, e vedrete che mi applaudiranno, come oggi fa tutto il mondo. Preparate i titoli: Bolt imbattibile, inarrestabile, invincibile». Ma anche stanco di guerre col proprio corpo, tirato, allenato, spinto, chiamato a prestazioni da extraterrestre. A 31 anni, con una gamba più corta dell’altra (la destra), e con una altezza (1,94) che faceva storcere il muso agli esperti, con la scoliosi, e pure molta indolenza, ha tirato via record e linguaggio ingessato, riscrivendo la gara più importante dell’atletica, e giù giù, arrivando al resto, costringendo tutti a stargli dietro e ad imitarlo. Dal gesto al look, dalle parole al ritmo, sarà che dietro aveva suo padre e la sua stanchezza che veniva dal lavorare in una piantagione di caffè. Prima ha giocato a cricket, poi è passato per il calcio, ma era sempre troppo veloce, per questo gli han detto di correre, e l’ha fatto. «Ho il talento di mia madre Jennifer e il cuore di papà Wellesley, che ci ha educato in un certo modo. Voleva che noi ragazzi non ci allontanassimo mai dal giardino, ma io uscivo comunque e convincevo gli altri a seguirmi, così all’ora del suo rientro, ci mettevamo a correre come pazzi, per essere a casa prima di lui». Bolt è un trasgressore, uno che tradisce se stesso per dei bocconcini di pollo (famosi i 15 pezzi fritti di Pechino: a pranzo e cena), e urla come il dottor Frankenstein ancora una volta: «S-i-p-u-ò-fareeeeeeee»; uno che non disdegna di amare, ballare, bere, e tirare tardi, e lo dice, non perché banalmente deve vantare le sue conquiste, no, ma il suo essere superuomo, lo fa sapere per irridere una volta di più gli altri: i ligi, i prodi, i normali, quelli che gli stanno dietro. SuperBolt è oltre: la dieta, e il riposo, gli incidenti in pista e in strada, è una cometa che corre corre, è Beep Beep il roadrunner che Wile E. Coyote non raggiunge mai. Dietro di lui ha un allenatore giamaicano: Glenn Mills; un dottore tedesco: Hans Muller-Wohlfarth; un grande sponsor, sempre tedesco, la Puma; un manager irlandese: Ricky Simms, non a caso è il primo nell’atletica a guadagnare 30 milioni di dollari l’anno; e poi c’è NJ, Nugent Walker, l’amico tuttofare, quello che gli risolve problemi e col quale si sfoga, oltre a guardare le partite del Manchester United, di cui è tifoso. Una famiglia nella famiglia. È il metodo giamaicano, nessuna ansia, e un cortile di amici fidati da portarsi dietro come uno zaino. E quando uno del clan è caduto, Germaine Mason (medaglia d’argento olimpica nel salto in alto a Pechino 2008 per l’Inghilterra, ma nato in Giamaica), che a 34 anni lo scorso aprile ha perso la vita per un incidente in moto, Bolt ha mostrato anche la sua fragilità, tutto il dolore per un amico che se ne andava troppo presto. La sua foto mentre spala la terra per l’amico ha fatto il giro del mondo, una delle poche volte che l’allegria e la velocità non gli appartenevano, c’era un altro Bolt: «è stato un dolore fortissimo, è la prima volta che perdo una persona a cui volevo bene, ero dietro di lui in macchina, sono stato il primo a soccorrerlo, ma non c’era più niente da fare. Quando vedi la morte in faccia è difficile tornare ad allenarti». Anche per questo a Londra ci sarà un Bolt diverso, con una cicatrice in più e un amico in meno. Uno votato all’immortalità del gesto che ha scoperto la mortalità di chi lo genera. E che userà per l’ultima volta la sua seducente velocità, in una danza di nostalgia.

[uscito su IL MATTINO]

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2 thoughts on “Gli ultimi cento metri di Bolt

  1. rodixidor ha detto:

    La realtà riesce ad essere più inesorabile del mito, sarà perchè la realtà non ha bisogno di essere verosimile, come diceva qualcuno. Così esci da uomo non da semidio. Sarà un dispetto dall’Olimpo o una serata storta, non lo sappiamo, ad ognuno la sua interpretazione.

  2. […] Usain Bolt lascia abdicando a Justin Gatlin. Il brutto, sporco, cattivo e anche vecchio, che però l’ha usato come stimolo, dicendo «anche io sono per Usain», inchinandosi platealmente davanti all’avversario che ha inseguito per anni. Ma Londra ignora il fair play di Gatlin, il suo tempo (9″92) e le sue lacrime, e saluta e abbraccia il re, dimenticando il vincitore. Il giamaicano chiude al terzo posto, dietro gli statunitensi Gatlin e Christian Coleman (9″94). I soliti 41 passi non sono bastati. Mentre Gatlin festeggia correndo scalzo con la bandiera americana sulle spalle, facendo il Bolt, lo stadio se lo dimentica. Un po’ più solo di sempre, con la sua colpa primordiale: il doping. Per Bolt sono cento metri col freno a mano tirato, in 9″95, meglio delle brutte batterie e della semifinale lasciata a Christian Coleman, con uno sguardo di sfida appoggiato su un sorriso. Sembrava il solito copione con Bolt che entra e indica il suo nome, poi allarga le braccia, e si mette a litigare con i blocchi, e dopo aver sgranchito le lunghe gambe chiede silenzio prima della partenza. È la sua ultima volta, ed ha il nervosismo della prima. In corsia quattro, è partito male, ha ringhiato, si è irrigidito, ha spinto, ma era già un po’ via, lontano dalla pista. Ma come dicono la felpa e le scarpe bicolori (oro e viola) “Forever faster”, per sempre il più veloce. Anche se esce da sconfitto, una sconfitta che è un desiderio per tutti gli altri. Citofonare Gatlin, e Coleman al quale toccherà il peso del futuro. Intanto per il passato che andava via, c’era una aria strana in pista, perché l’uomo che si è caricato l’atletica sulle spalle lasciava. Con i suoi record e i suoi show, l’eversore col sorriso, quello che ha detto che si poteva scherzare mentre si soffriva – strizzando l’occhio a pubblico e fotografi –. Sebastian Coe, presidente dell’IAAF, ha paragonato Bolt a Muhammad Ali: uscendo di pista. Perché magari sul linguaggio e l’innovazione, sull’attirare gente e sull’essere spavaldi con gli avversari ci siamo, ma Bolt rifugge l’impegno, l’abbiamo visto umano solo due volte dal 2001 – quando cominciò a gareggiare – cadere investito da un cameraman e scavare la fossa per uno dei suoi migliori amici: Germaine Mason (medaglia d’argento olimpica nel salto in alto a Pechino 2008 per l’Inghilterra, ma nato in Giamaica), che a 34 anni lo scorso aprile ha perso la vita per un incidente in moto. Non ha mai detto una parola sulle guerre, non vota «Non mi impiccio di politica, sto lontano da qualsiasi cosa mi possa procurare problemi, non mi voglio stressare». Se  Coe nel paragone ci mette la difficoltà di sostituire Bolt, come per Muhammad Ali, intesa come misura del vuoto che si crea con la sua uscita dalle gare, allora ci può stare. Ma rimangono due atleti diversi, con Bolt che sicuramente ha incamerato lo stile di Ali, scremandolo dalle rivendicazioni, ripulendolo dagli schieramenti, e capitalizzando l’impiego dell’allegria, trasformando ogni gesto sportivo in una esibizione. Teatralizzando le gare. Ma hanno caratteri diversi. Ali si prese sulle spalle una nazione – l’America – che andava liberata dai pregiudizi – Bolt si è preso l’atletica, liberandola dalle ingessature da cerimonia, riscrivendo partenze e arrivi, giocando con tutti, alleggerendo clima e sminuendo la sua forza. Uno così è difficile da dimenticare, per quello che ha scritto, per i tempi che ha fatto (8 record mondiali), ma fuori dalle piste, scalzo o con le scarpe da corsa, ha fatto pochino. Poi si può ragionare sugli spazi rimasti e sull’invadenza degli sponsor, ma Ali non ha mai fatto calcoli, Bolt sì. Anche se è un atleta del popolo, affabile e disponibile, come racconta il suo manager Ricky Simms: «devo continuamente intimargli di andare a letto, tutte le volte, che si sia già svolta la gara o che si debba ancora svolgere, lui rimane fino alle 2 a parlare con la gente negli hotel dove alloggia, risponde alle loro curiosità, dimostrando che non è solo il suo talento a farlo amare, ma anche il suo carattere». Bolt è un disinteressato, che ama fare felici gli altri. Non ha ancora trovato una grande causa e forse non la troverà mai. Intanto regala gioia, si spende in immagine, diciamo che ego e altruismo si sposano bene. Bolt è stato coerente fin dall’inizio, mai ruffiano, sia nell’immagine che nell’atletica. In pochi lo ricorderanno a Debrecen, in Ungheria, nel 2001, quando vinse la sua prima gara internazionale, nei 200 metri. Era più magro, si torceva le mani – anche troppo – e sembrava un cucciolo di felino che, portato fuori dal suo habitat, non sapeva che fare. Spaesatissimo, infatti partì male, per poi recuperare alla grande, poco dopo metà della corsa «è in quel momento che divento una bestia», come poi gli abbiamo visto fare un mucchio di altre volte, fino all’irrisione degli avversari. E pensare che quando aveva 15 non voleva saperne, come ha raccontato suo padre: «Prima di andare a Kingston si mise a piangere. Non ci voleva andare. Mi disse: “cavolo, non penso di voler diventare come uno di quelli”». Quelli erano il resto dell’umanità. Lui è andato, li ha battuti, a Kingston c’erano i mondiali juniores, e poi non si è più fermato. Vinse l’oro nei 200 in 20 secondi e 61, gareggiando con ragazzi più grande di lui di due-tre anni, e tempo dopo definì quella vittoria: «il momento più glorioso della mia vita». Bolt è cresciuto in una famiglia di Sherwood Content, un villaggio macondiano, sperduto nell’entroterra giamaicano, a tre ore e mezzo di macchina dalla capitale, e fino a pochi anni fa non c’era nemmeno l’acqua corrente, che è arrivata con gli Ori di Bolt a Pechino; dove lui giocava a piedi scalzi, correndo in una specie di giungla. Lui era un ragazzino iperattivo, che prima di correre giocava a cricket, poi anche calcio, infine si lasciò convincere da suo padre e sua nonna a correre, anche se è un centometrista diverso da tutti gli altri visti fino ad oggi, altissimo (1,95) tanto che Glen Mills il suo allenatore voleva dirottarlo sui 400, anche perché ad Atene era finita male. Ma lui chiese ed ottenne di continuare. È quello il momento che uno come Hunter S. Thompson definirebbe: “del cambio dei calzini”, per indicare tutto il lavoro sui dettagli, il superamento di dolori e lesioni, la preparazione per portare uno con la scoliosi a dominare le gare dei 100 e dei 200 metri, e poi l’atletica mondiale. Bolt, dal 2008, impera, stravince, e dopo regala spettacolo. Ha riscritto l’atletica. L’ha trascinata, ha costretto tutti a guardarlo, divenendo una abitudine. Ma le cose ci sono e poi non ci sono più, e tutto lo stupore di questi anni diverrà memoria, anche se per molto ancora rimarrà emozione. Quella di vedere un atleta meraviglioso, poesia su pista, mangiare il tempo e gli avversari, muovendosi in modo dispari, capace di metamorfizzarsi nell’attimo esatto in cui scatta: finendo in un altro tempo, il suo, quello che rimarrà per sempre, anche quando sarà cancellato. […]

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