Paolo Rumiz e una orchestra molto speciale

Chi ha letto “La cotogna di Istanbul” conosce il legame tra Paolo Rumiz – scrittore e giornalista – e la musica, il suo saper annodare la scrittura ai suoni, e non si sorprenderà di trovarlo sul palco con una grande orchestra.

Che cosa è tamburi di pace?

«In principio c’è un’orchestra sinfonica assai speciale (ESYO: European Spirit of Youth Orchestra). Definirla europea e giovanile è dir poco. La sua unicità è che si riforma ogni anno e ogni anno si dissolve, seminando per le orchestre del mondo talenti musicali che poi resteranno legati per sempre a quella meravigliosa, irripetibile iniziazione. È l’idea, decisamente folle in questi tempi di incultura, di un Maestro figlio della mia stessa frontiera dell’Est, Igor Coretti-Kuret, sloveno d’Italia. Un uomo che seduce, strega i ragazzi».

Come l’hai conosciuto?

«Quattro anni fa avevo saputo che l’Europa e l’Italia erano diventate avare nel sostegno di questa iniziativa, che non ha mai avuto santi in paradiso. Mi avevano detto che Igor aveva messo in vendita il suo prezioso violino per tenere in piedi la baracca. La cosa mi colpì e andai a sentire un concerto dei suoi. Nei fui sedotto. Ero davanti a un pedagogo assoluto. Piansi più volte di commozione, quando fece suonare l’Inno alla gioia. Pensai che la musica in mano ai giovani era il linguaggio giusto per narrare questa Europa così male amata, e che le vere sfide sono quelle impossibili. Così gli dissi: posso darti una mano con i miei testi e la mia voce narrante».

Parole e musica dunque.

«Io narro l’Europa mentre loro suonano. A volte in alternanza alla musica, a volte con la musica in sottofondo. È il terzo anno che lavoriamo su questa formula, e ho visto che va. Il pubblico si emoziona. Nel 2015 abbiamo raccontato la Grande Guerra che ci ha diviso, il 2016 è stato l’anno del Continente narrato dal finestrino dei treni, dall’Orient Express ai carri bestiame per Auschwitz. Stavolta è l’anno dei cammini, per narrare storie di viaggi e migrazione. I piedi instancabili dell’homo sapiens, come li ha definiti Ceronetti. Dietro a ogni tournée c’è sempre l’idea di Europa come madre, come patria comune. Un’idea di fondo che abbiamo chiamato “Tamburi di pace”».

Quanti siete?

«Ottantatré, con il sottoscritto. Un’orchestra forte. Dovresti sentire come interpretano “I pini dell’Appia” di Respighi. Vedi le legioni romane in cammino. Che entusiasmo! Ragazzi dai 12 ai vent’anni. Bambini e uomini fatti. Una meravigliosa, faticosissima masnada da tenere assieme, ma che ti ricarica continuamente di energia».

Verrò a sentirvi, farete due tappe in Campania il 6 e 7 agosto: Capua Vetere e Napoli.

«Ho voluto testardamente che ci fosse la Campania in questo viaggio musicale. Napoli a parte, è una terra con una bassissima autostima, che non è conscia delle meraviglie che possiede. Capua Vetere, per esempio, snodo cruciale della prima strada d’Europa, la Via Appia, non è affatto conscia di questa sua centralità. Due anni fa, dopo esserci arrivato a piedi da Roma, diretto a Brindisi, le ho dedicato una mostra sul tema che è stata molto visitata. Così ora ci torno, sulla spianata dell’anfiteatro, per cantare l’anima di questa Terra di Lavoro troppo spesso narrata solo in termini di cronaca nera».

E Napoli?

«Quello è un altro discorso. Il museo ferroviario di Pietrarsa è uno spazio appena restaurato, di una bellezza folgorante. Le Ferrovie ci hanno proposto di suonare lì, fra le locomotive storiche, sulle nere scogliere laviche del golfo di Napoli, dove parlerò anche dei treni nella mia vita di viaggiatore».

Ma come vi sostenete?

«Con sponsor e amici che hanno capito il nostro spirito. La politica è lontana, abbiamo una lunghezza d’onda emotiva che le è estranea, e questo spiega perché l’Europa perde colpi. Devo ringraziare in molti, troppi. Persino due Ong: l’Avsi, che ci ha consentito di inserire tre orchestrali libanesi nel gruppo. E il Cuamm, che ci ha procurato due date al Nord. Ma credo che per noi la soluzione sia un azionariato popolare».

In tutto questo andare e tornare, che idea ti sei fatto dell’Europa?

«L’impalcatura burocratica mi importa relativamente. Io narro l’Europa fisica, concreta, reale. Lorenzo Jovanotti, quando gliene ho parlato, mi ha risposto che, certo, l’Europa esiste, proprio nel senso sonoro, come un tamburo o come un cocomero. C’è un vuoto da riempire, e non vedo politici capaci di narrare la Terra del tramonto con emozione. I fiumi, i monti, le scogliere, i campi di grano, gli ulivi e le vigne. Eppure basta andare in America o in Africa per sentirsi europei. E per capire che questa è un’oasi rispetto a un mondo di disastri e sfruttamento. Non c’è coscienza del mito europeo. Pochi sanno che Europa è nata in Asia, in Libano, ed è stata rapita da Giove che si era innamorato di lei e portata verso Occidente. Europa è anche Mediterraneo. Europa è un promontorio dell’Asia. Per questo abbiamo reclutato anche tre violiniste libanesi».

Conosco l’energia che metti nei progetti, e anche l’anticipo che la tua visione porta, che vedi in questi ragazzi che suonano? «Ci leggo l’innocenza. Non sanno di essere belli e non sanno che merda è il mondo. Si emozionano suonando “I pianeti” di Holst, nostro pezzo forte. Il nostro primo violino che fino a cinque anni non sa parlare e poi, improvvisamente, si esprime attraverso quello strumento a corda, che diventa le sue corde vocali. Una croata che protesta per la presenza degli ex nemici serbi nell’orchestra, e poi si innamora di uno di loro».

Hai seguito il conflitto nella ex Jugoslavia, come è cambiata la musica e la cultura in questi anni?

«È cambiato che siamo sempre più pieni di anestetici che ci impediscono di vedere i pericoli reali che ci circondano. Gran parte dei media lavorano per intontirci e la cultura si chiude in spazi lontani dal mondo».

È possibile trovare un tratto comune europeo? In una opera, in una scala armonica, in un canto?

«L’Europa è addensamento di differenze. Arcipelago di meraviglie. La puoi leggere nella Moldava di Smetana come nella taranta salentina, nello scampanio del Cremlino come nella Grotta di Fingal di Mendelssohn. Dove trovi al mondo una simile pluralità?»

In te. Ormai sei un patriarca, potresti startene a casa e goderti la gloria, perché continui a metterti in gioco?

«Per guardare in faccia i miei nipotini in questi tempi bui e raccogliere storie nuove. Un ruolo perfetto di nonno. E poi c’è quella malattia che si chiama curiosità».

E non hai l’impressione che ci stia scivolando tutto via come a Joseph Roth l’impero austroungarico?

«Sì, sono terrorizzato da questo parallelo. Dal nostro sonnambulismo, simile a quello del 1914. Dalla perdita di memoria delle guerre, delle emigrazioni, della fame, delle epidemie. Di tutto ciò che ci ha reso infelici e incapaci di apprezzare il buono che abbiamo».

Oltre tamburi di pace, stai scrivendo una favola che uscirà a breve. Sembra che tu abbia perso speranze nei grandi proprio come ha fatto il subcomandate Marcos che ha scritto “Habrà una vez”, una storia per bambini.

«La mia è una fiaba musicale, nata proprio dall’incontro con questa mia orchestra. Storia di un regno dove viene bandita la musica e gli strumenti bruciati. La vorrei far leggere a Roberto De Simone, un genio napoletano assoluto. Ma dietro c’è anche il bisogno di restituire oralità alla scrittura. Nel mondo delle mail, abbiamo nostalgia della voce e del gesto».

 

[uscita su IL MATTINO, in una forma diversa]

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