Miami blues

Nel cuore dorato della città dorata, un brillante psicopatico, Frederick J. Frenger Jr, per difendere la sua giacca di pelle spezza un dito a un Hare Krishna, procurandone la morte. Da quel dito e dallo shock causato comincia “Miami blues” di Charles Willeford, che Feltrinelli ripubblica – stessa traduzione, di Emiliano Bussolo – dopo Marcos y Marcos, che ha anche gli altri tre libri willefordiani su Miami. Per capire la grandezza di Willeford basta ricordare che quando chiedevano a Quentin Tarantino di spiegare “Pulp Fiction”, il regista rispondeva che il suo film stava dalle parti di “Miami blues” e di Willeford. Primo capitolo della serie che vede protagonista il sergente Hoke Moseley – un gigante della letteratura noir –, dipartimento di polizia di Miami, squadra Omicidi, un polmone forato da un dodicenne con un fucile calibro 22, che gli fa ancora male quanto tira un respiro profondo; una dentiera da esibire come se fosse un giocatore del Miami Dolphin; un matrimonio fallito, due figlie da mantenere che vede solo in foto quando poggia il bicchiere di rhum sul comodino, nella sua stanza soffocante che puzza di lenzuola sporche, biancheria non lavata e tabacco stantio, all’Eldorado: un hotel sul filo della demolizione, aspettando che la riqualificazione arrivi a South Miami Beach; e con i colleghi migliori che lasciano la città, cercando pace. Per capire Willeford, figura complicata, una vita da personaggio di Clint Eastwood con aggiunte di Kurt Vonnegut – vagabondo, eroe della seconda guerra mondiale, allenatore di cavalli, pugile, insegnante, speaker radiofonico, e soprattutto poeta – bisogna conoscere le spiagge di Miami, e il loro senso di totale crudeltà, non a misura d’uomo, con gli squali sempre a ronzare sottocosta e quelle onde solo a misura di surfisti esperti, casotti dei bagnini a metà fra le torrette dei lager e quelle per controllare gli orsi di Yellowstone. Però Miami è diversa, non è una città, ma una nave da crociera, con i suoi lati lussuosi, le esagerazioni kitsch, gli intrattenitori e l’atmosfera avvolgente di chi non ti vuole lasciare lo spazio per cadere. Anche se ora fa pensare a Bobo Vieri o a Simona Ventura, è stata altro. L’unica differenza tra nave e città è la spiaggia. Quello che succede sull’enorme spiaggia, al tramonto, spiega molte cose. Per due ore si può guardare una delle forme della perfezione, in compagnia di una famiglia cinese, di un cane o di una che somiglia a Pamela Anderson, poco importa, l’unicità è un sistema di colori, nuvole, onde, cucite per un tempo determinato. Quel tempo lì, è Miami. Sotto quel tempo c’è l’improvvisazione della meraviglia, in mezzo c’è Hoke Moseley, e dietro c’è Charles Willeford. La somma è la possibilità che tutto possa succedere. Una omelette di criminalità e ironia, bordeggiando l’assurdo. Siamo negli anni Ottanta, il libro uscì in America nell’ottantaquattro, è appena passato Jimmy Carter e ora c’è Ronald Reagan, e Fidel Castro ha regalato a Miami una ondata di marielitos, reietti d’ogni tipo, che sono andati a modificare l’assetto della città. Tra questi c’è Freddy che oltre ad aver ucciso l’Hare Krishna, ha preso in carico sua sorella, Susan Waggoner, una studentessa che arrotonda prostituendosi, e spaccando la mascella a Moseley gli ha rubato pistola, distintivo e manette, andandosene in giro per le strade di Miami – che Willeford cuce alle pagine, disegnandole al lettore – cerca di far fruttare la situazione accorgendosi però quanto Miami sia un posto pericoloso. La ricerca dell’onore di Moseley è il romanzo, la grammatica dei suoi pensieri e la volontà di riscatto rendono il libro una disparità nel panorama delle storie criminali della città e della letteratura americana, tanto che il film – diretto da George Armitage, con Fred Ward nella parte del sergente e Alec Baldwin in quella del brillante psicopatico –  non è che l’ombra del romanzo: avvincente, ma privo della voce di Willeford, del suo sguardo obliquo e sornione, cinico ed essenziale, con una geometria così sottile da non essere vista, che porta la storia a cominciare con un dito spezzato e a finire con una mano mozzata, con l’ironico refrain che Miami è una città di pazzi ed eccessi. Willeford è meticoloso, un trapezista che non sbaglia movimenti e insegue la meraviglia, producendosi in acrobazie. Uno dal colpo di scena facile, per ogni pagina voltata, piccole detonazioni che portano stupore: come l’assistente del procuratore che scompare per sposare un chiropratico; le identità di Frenger che si accavallano con quella di un agente di un’altra contea: fondamentale nella soluzione dell’indagine o almeno del rapporto su questa, che è cosa diversa; o il casino che si crea attraverso una collezione di dollari d’argento, in un negozietto di numismatica, e porta a un epilogo che fa pensare a Robert Rodriguez oltre che a Tarantino come riproduttore di Willeford, attraverso l’uso della violenza in uno spazio minimo con una serie di azioni concatenate e inattese, che tolgono il respiro, e segnano il genere. E quando sembrano finite, ricominciano. Non era certo per piaggeria che Elmore Leonard, diceva che nessuno scrive thriller meglio di Willeford. Poi sul genere c’è una disputa aperta, ma gli americani come i bambini vogliono sempre dare un nome alle cose e farla breve, e “Miami blues” è perfetto per l’uso.

 

[uscito su IL MESSAGGERO]

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , ,

One thought on “Miami blues

  1. rodixidor ha detto:

    Interessante recensione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: