Garibaldi, monarca del tempo: febbre, tifo e spada

Nizza. Al terzo bicchiere di Jack Daniel’s, la lingua del generale Giuseppe Garibaldi si scioglie. Tutta la ritrosia che mi aveva mostrato scompare, la distanza si annulla, e viene fuori la verve oltre la sua voglia di raccontare quaranta anni di battaglie sempre in attacco. Lo incontro, al bar dell’Hotel “Le Negresco” sul lungomare di Nizza, in compagnia di altri due italiani, che passano l’estate con lui e Anita: Luciano Bianciardi, scrittore, e Bettino Craxi, politico. Me li presenta dicendo: «Qualcuno se li ricorderà». E prima che io possa replicare, lui, è già partito con i ricordi. Svelando cose che farebbero invidia a Denis Mack Smith. «Nizza fu una idea di mio padre, sa come sono i padri, pensano che un Napoleone Primo sia meglio del Rio de la Plata: sono nato nel 1807, ma mesi addietro a Montevideo, per questo secoli dopo ancora mi piace il calcio. E, in fondo, la cosa migliore del pallone resta il campo, come per le battaglie, tutto quello che c’è intorno serve agli altri, a chi non c’è, soprattutto».

Mi sta dicendo che non tiferà per il Nizza?

«Devo farle due premesse. La prima: il tifo è sempre una vita per interposta persona, quindi non mi appartiene. Seconda: proprio l’altro giorno Bianciardi mi parlava di Maurizio Sarri come un incrocio tra Manlio Scopigno, Helenio Herrera e Nino Bixio. In virtù del fatto che il Napoli pratica un calcio creativo, che ha abolito il lancio lungo e privilegia lo spazio stretto, una mentalità da naviganti, accondiscendente, guarderò agli azzurri, sperando che battano il Nizza».

Ma sa che metà dei napoletani invece con lei non è per nulla accondiscendente?

«Sì, è una vecchia storia. La stampa c’ha ricamato sopra. E ancora oggi ne pago le conseguenze. E il rivoluzionario non tollera ombre sulla sua ombra. Per questo approfitto di lei e di questa partita per mettere in chiaro tutto: sono italo – uruguayano; una delle mie identità era da napoletano: Joseph Pane; i miei rapporti con Cavour erano quelli di Totti con Spalletti; e la storia della pisciata dal vagone appena arrivato a Napoli non è vera, mangiavo una sfogliatella calda, e il mio orgoglio trovava poco virile fare colazione, per questo il mio manager – un Raiola – pensò di mettere in giro la storia della pisciata, il resto l’hanno fatto quelli che non capivano e non volevano l’Unità d’Italia».

Cosa le piace di Napoli?

«È una città rivoluzionaria e allo stesso tempo indolente, una onda che sta in equilibrio, ogni volta che prevale una delle parti cambia la storia».

E del Napoli?

«Non aspetta il destino va a cercarlo. È un atteggiamento salgariano. Sa che Salgari stava scrivendo un romanzo su di me? “Tutti i nomi di Garibaldi”».

A proposito di romanzi, è vero che ha navigato con un piroscafo a elica che portava il nome di “Salvatore”? Sembra una canzone di Sergio Caputo.

«Ho affetto verso Caputo, ha svecchiato la mia immagine, solo Bettino e Luciano, e non perché sono qui con me, hanno fatto di più e in modi diversi. Sì, avevo chiamato così quel piroscafo per un mio amico napoletano, un ragazzetto, Salvatore Devoto, che lavorava con me e Meucci a New York nella fabbrica di candele, e nei week-end andavamo a vedere Giorgio Chinaglia giocare nei Cosmos, e poi tutti insieme a bere. Una sera un irlandese gli sparò per una storia di donne. Era il minimo ricordarlo andando per mare».

E i calciatori del Napoli chi le ricordano?

«Pepe Reina mi fa pensare a Francisco Pizarro González che incontro ai corsi di aggiornamento per conquistatori, anche se lui ha delle sere meno movimentate. Dries Mertens è un personaggio di Jean Giono, uno spadaccino; mentre Lorenzo Insigne – a sua insaputa – è una colonia d’emigranti italiani, secondo me anche con lui suo padre ha imbrogliato, per me è un rosarino, è nato in Argentina. Callejon mi ricorda Iván Fandiño, che da poco c’ha raggiunto, ogni volta che lo vedo in campo penso a Luis Miguel Dominguín nell’arena che spiega a Picasso che lo fa per le donne».

E Mario Balotelli?

«Poteva ripetere la storia di Henri Negresco, il fondatore di questo hotel che ci ospita, da maggiordomo a proprietario, da facchino a direttore, invece si è accontentato della libertà di sparare fuochi d’artificio in una casa di Macclesfield. E persino Mazzini – che le assicuro rispetto a Balotelli è Mick Jagger – ha trovato la cosa sconvenevole».

L’ultima volta che ha visto Giuseppe Mazzini?

«A Marsiglia, c’era ancora Bernard Tapie. E pensi che voleva spiegare la partita a Johan Cruyff. Fu una sera difficile».

E Nizza che città è?

«Poco sudamericana, quindi perfetta per riposarsi. Questa estate è meravigliosa. Passeggio con Craxi e discutiamo del Medio Oriente, al pomeriggio quando si alza Bianciardi giochiamo a poker con Dalì. E la sera, modestamente, appena Anita ci lascia, ci ubriachiamo ascoltando Jobim».

E la sua Anita per chi tiene?

«Anita essendo nata a Morrinhos nello Stato di Santa Catarina tiene per la Chapecoense, quindi immagini il dramma che abbiamo vissuto, sapendo anche in anticipo che sarebbe accaduto, ma purtroppo nonostante mi batta da anni contro la diffusione delle intercettazioni di destino, i nostri giornali continuano ad anticiparci le sciagure».

Cosa pensa del Var?

«Come la moviola è un veicolo di incultura. Le pare che su un campo di battaglia uno si possa fermare?».

Quindi lei crede nell’arbitro?

«No, credo nel gioco. L’arbitro è un sacerdote del martirio».

Il suo calciatore preferito?

«Dovrei dirne diversi, la faccio breve e in ordine sentimentale dico: Ghiggia, Schiaffino, Varela, gli eroi del ’50. Anche se Anita pianse per un mese. E poi vorrei aggiungerne un altro, Daniel Passarella».

Un argentino tra gli uruguayani, come mai?

«Era uno che picchiava per piacere, non per necessità».

Non mi ha detto nemmeno un italiano o un sudamericanapoletano.

«Rimediamo subito. Nereo Rocco è l’uomo col quale ho passato alcuni dei pomeriggi più belli della mia nonvita. E Attila Sallustro e la sua famiglia sono la mia base in Paraguay. Sa che alleva bufale fuori Asunción? La sua mozzarella è speciale».

Cosa le manca di più?

«Ora che viaggio in business class, le scomodità che mi facevano sentire vivo: i piedi bagnati, la fame e i piccoli dolori».

 

[uscito su IL MATTINO]

 

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2 thoughts on “Garibaldi, monarca del tempo: febbre, tifo e spada

  1. rodixidor ha detto:

    bisognerà aggiornare Francesco Palmieri sulla storia della pisciata

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