Si mangiano pappagalli

(Seminary Street) Stando a letto, nel silenzio del mattino, sento il rumore del cucchiaio di S. che sta prendendo il suo breakfast di cornflakes e latte. Il cucchiaio tocca la tazza col suono di una fioca campanella da pecora, come se di là ci fosse un prato di montagna in discesa dove stanno sparse delle pecore che brucano a testa bassa. E ogni tanto la pecora-guida, o forse un montone, alza bruscamente la testa e la scuote, mentre mastica, e fa suonare la campanella. Ho cominciato a scrivere tardi, così, ora, malgrado l’età, posso in un certo modo considerarmi uno scrittore giovane, uno che ancora legge imparando, non ancora stanco della vecchiaia. Per anni mi sono alzato presto tutte le mattine per andare a lavorare. Ora mi alzo tardi, e dopo essermi lavato, sbarbato, pettinato, e dopo aver buttato nel gabinetto i capelli rimasti impigliati nella spazzola (andati, scomparsi anche loro come tanti amici), e aver fatto colazione, lavato i denti e infilato con fatica le scarpe, mi sembra di aver lavorato abbastanza per la giornata e vorrei tornare a stendermi sul letto… a riposare… almeno fino all’ora di andare a tavola. Ma ci si stanca perfino a riposare. L’occhio senza occhiali (dove li ho lasciati?) cade su una macchiolina scura sul pavimento, grande come uno scarafaggio, uno scarafaggio immobile, in attesa di correre via velocissimo. Impossibile… qui non ci sono scarafaggi. La fatica di chinarmi a verificare è troppa. Se più tardi, tornando qui, lo scarafaggio ci sarà ancora vorrà dire che non era uno scarafaggio a una fogliolina portata in casa dal vento. A meno che non sia un vecchio scarafaggio, che cammina con difficoltà, barcollando, aiutandosi con quattro bastoni, facendo lunghe soste per riprender fiato. In certi momenti della mattina il sole brilla nel modo più magico. E se, contemporaneamente, il vento si abbassa fino a lasciar alitare solo un quasi impercettibile zefiro che fa vibrare le cime delle palme, allora qui, a Key West, in fondo alla Florida, si ha il clima del paradiso terrestre. Mi fermo. Da un’alta finestrella, chiusa da una persiana, un ventilatore butta fuori con violenza l’aria calda della cucina della Dennis Pharmacy, dove stanno servendo il breakfast, un odore appetitoso che il naso comincia a sentire a venti metri di distanza. Mi fermo dove il getto caldo è più forte e saporito. È l’odore del breakfast americano, l’odore dell’America: spremuta di arance, toast, uova strapazzate, bacon, salsicce, patate in padella, caffè. I passanti mi osservano sospettosi, perché sembro immobilizzato da qualche causa misteriosa, immerso in profonda meditazione. Sono pronti a intervenire, a prendermi sotto braccio, a chiedermi se mi possono aiutare. Arriva S. con in mano una grossa busta. Parla della calligrafia dell’indirizzo, la trova buona, non è invecchiata. Perché, quando è il momento, invecchia anche la scrittura: barcolla come le gambe dello scrivente e diventa confusa come il cervello dello scrivente. Ma non si può analizzare completamente una calligrafia da una busta, dove mancano le cancellature, parte essenziale. Ricordo di aver imparato a cancellare da Emilio Cecchi, durante una sceneggiatura, a Roma, più di cinquant’anni fa. Cecchi cancellava con una serie di aste parallele molto fitte, che però lasciavano trasparire il testo cancellato. Una pagina con molte cancellatura somigliava a un’acquaforte di Morandi. Sessanta anni fa. Prima di cominciare il lavoro Cecchi, seduto alla sua scrivania, sceglieva una pipa dalla sua collezione e la caricava meticolosamente, operazione che prendeva molto tempo e si svolgeva nel silenzio più assoluto. Ogni tanto, attraverso le lenti degli occhiali, lanciava uno sguardo acuto ai suoi giovani collaboratori. Ora posso immaginare cosa pensava, come vedeva la nostra inesperienza, quante cose ancora da scoprire, da imparare, cose che si scoprono e si imparano solo… quando bianca cade sotto il rasoio la barba, come dice… Nello studio di Hemingway, al primo piano di un padiglione isolato nel giardino della sua casa, c’è un tavolo rotondo, indicato come il tavolo da lavoro del Maestro, troppo alto, sembra, per lavorarci seduto e troppo basso per lavorarci in piedi. In mezzo al tavolo una antica, alta macchina da scrivere (la macchina da scrivere del Maestro) e, accostata al tavolo, una sedia da sigaraio, cigar-maker’s chair, su cui Hemingway, dice la guida, sedette a scrivere a macchina per i nove anni che abitò a Key West prima di trasferirsi a Cuba. Ma la sedia è piccola e non sembra in grado di ospitare il grosso sedere di Hemingway; inoltre scrivere a macchina a quel tavolo troppo alto e rotondo… un’idea quasi dannunziana… Il giardino e anche la casa sono pieni di gatti tenuti qui in omaggio alla memoria di Hemingway che quando abitava la casa ne aveva una sessantina. E altrettanti, poi, a Cuba, non so se gli stessi o dei nuovi. Cioè non so se abbia lasciato i suoi gatti alla moglie, restata a Key West, oppure se li sia portati a Cuba. Nel primo caso i gatti che vedo sarebbero i discendenti di quelli che rallegrarono il soggiorno di Hemingway a Key West. Deve essere così. Mentre, finita la visita, stavo per uscire dal giardino, uno di questi gatti, un normale gatto tigrato, che è poi il gatto che ispira più fiducia, di quelli che di solito da noi dormono nelle più buie portinerie svegliandosi solo all’ora dei pasti, uno di questi gatti, guardandomi negli occhi, mi ha fatto capire che in un momento più favorevole mi avrebbe raccontato dei ricordi interessanti su Ernest di cui il suo bisnonno buonanima era stato il favorito, quello che effettivamente sedeva (dormiva) sulla cigar-maker’s chair al posto del Maestro. Già il sole cala dietro le nuvole, si avvia al tramonto. Fugit irreparabile tempus, come dice… Beviamo l’ultimo sorso di birra, ci alziamo dal tavolo con fatica, camminiamo con fatica sulla sabbia, barcollando verso il mare verde-giallo. Cala la sera, i gabbiani vanno a dormire. I cani abbandonano la loro spiaggetta seguiti dai padroni che riportano a casa le palle da tennis con cui li hanno incitati a entrare in acqua. I ristoranti si affollano, si accendono le candeline sui tavoli. Con la forchetta scosto una quantità di pezzetti di papaya, di peperone jalapeño, di peperone rosso, di mango, di pomodoro e ancora tanti altri pezzetti senza nome e scopro alla fine il mio pesce. Il clima tropicale sviluppa nei cuochi un eccesso di rozza fantasia che genera piatti che ricordano i mostruosi fiori delle palme. «Si mangiano pappagalli» dice S. L’isola sporge pochi centimetri sul livello dell’oceano. La sua più alta vetta è la terrazza al quarto piano del La Concha Hotel, l’Hotel La Conchiglia, la cui massa bianca torreggia, come dice Hemingway, sul centro della città, Da lassù appare il panorama completo di Key West, immersa per metà nel golfo del Messico e per metà nell’Atlantico: infiniti tetti di bianca lamiera zincata, grandi macchie di verde e due piroscafi da crociera ormeggiati nel porto, alti come grattacieli sulle casette a un piano; e in mezzo il grande rettangolo del cimitero, una delle principali attrattive della città, popolato da settantamila anime. È completo, no vacancy. Non c’è inumazione perché la roccia corallina, troppo dura, rende difficile lo scavo, così le tombe sono casette in miniatura, bianche di calce, e il cimitero è diventato un quartiere della città. Alcune strade lo attraversano da parte a parte. lungo le strade che lo costeggiano le case hanno, come tutte a Key West, una veranda da dove, seduti nella poltrona a dondolo, si gode la vista silenziosa delle tombe, vista che non ha niente di macabro, anzi infonde nell’animo del dondolante una pacata soddisfazione di vivere, di godere il sole, di essere ancora a piede libero. È un cimitero, ma non c’è più posto. Forse qui la morte è, per un momento, sospesa, rimandata, almeno per queste vacanze, e possiamo, ancora, come capita in gioventù, crederci immortali.

[da “La Lattuga di Boston” di Aldo Buzzi – che immortale lo è per davvero anche se per pochi di noi – Ponte alle Grazie]

Contrassegnato da tag

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: